Umiltà e dignità

Nella Parashat Waerà c’è un passo la cui presenza attende di essere spiegata. Subito dopo la prima chiamata, in cui H. risponde ai dubbi di Moshe in merito alla sua missione in Egitto e gli rinnova l’incarico di andare dal Faraone insieme a suo fratello Aharon a perorare la causa degli Ebrei, ci saremmo aspettati un immediato prosieguo della action e invece si inserisce un brano genealogico, in cui viene rispiegata la parentela delle prime tre tribù: Reuven, Shim’on e Levì fino a quel momento. Rashì fornisce due spiegazioni per questa parentesi. Avendo introdotto le due figure di Moshe e Aharon della tribù di Levì -dice la prima spiegazione-, ne comincia a descrivere il lignaggio fin dall’inizio. La seconda spiegazione è più midrashica ed è tratta dalla Psiqta’ Rabbati. Dal momento che proprio queste tre tribù erano state criticate da Ya’aqov nel momento della Berakhah in punto di morte, come ricordato nella Parashat Waychì, sente ora la necessità di riprenderne in mano la genealogia a parte, per ribadire quanto anche queste siano importanti. Penso che sia possibile un approfondimento. E’ senz’altro vero che tutto è finalizzato a presentare l’estrazione dei due grandi leader del popolo ebraico: Moshe e Aharon. Ma ritengo che tutto ruoti intorno a un versetto in particolare. “E ‘Amram prese in moglie per sé sua zia Yokheved, che gli partorì Aharon e Moshe” (Shemot 6,20). Come ricordano il Targum e Rashì, Yokheved era sorella di suo padre Qehat. Ciò crea un problema. Infatti la Halakhah avrebbe proibito a un uomo di sposare la propria zia, sorella di suo padre, mentre resta permesso il matrimonio con la propria nipote, la figlia del fratello. Quello di Moshe non è l’unico caso in cui un grande personaggio risulta derivare da un’unione illegittima. Si pensi al re David, la cui bisnonna era Rut la moabita. I moabiti, figli a loro volta di un incesto, non avevano il permesso di sposarsi con ebrei. E il divieto avrebbe a sua volta costituito un problema se la Halakhah non lo avesse limitato agli uomini permettendo invece le donne. L’insegnamento che parrebbe derivarne è la spinta all’umiltà da parte di chi detiene il potere. I nobili tendono infatti a spadroneggiare millantando il loro “sangue blu”. Niente di più efficace che sostenere un’origine umile, o addirittura trasgressiva, per scongiurare tutto ciò. I potenti -si vorrebbe dire- hanno difetti come tutti gli altri esseri umani! Il messaggio è ben spiegato da R. Shimshon R. Hirsch riguardo al nostro brano. Nel momento dell’investitura di Moshe si vuole ribadire che il leader del popolo ebraico è un essere umano come gli altri, con pregi e difetti. A scanso di equivoci a contatto di una società come quella egiziana (ma non solo), che tendeva a divinizzare i propri capi. Nel nostro caso si va oltre. Le generazioni si indeboliscono spiritualmente man mano che si allontanano dalla Creazione del mondo. A questo allude un Maestro del Talmud allorché dice: “Se gli antichi erano degli angeli, noi siamo esseri umani. E se gli antichi erano esseri umani, noi siamo… un po’ come asini!” (Shabbat 112b). Quando il Primo Uomo peccò, si insegna, trascinò con sé nel baratro tutte le anime che sarebbero venute al mondo successivamente. Quella che ha avuto in virtù di nascere prima (gadol) ha avuto un tempo di permanenza inferiore nel baratro e dunque è più pura e forte spiritualmente. Ne consegue che il figlio (qatan) sia più debole del padre e così il nipote rispetto agli zii. Il matrimonio è incontro fra uomo e donna. L’elemento maschile è “datore”: è chiamato ad avere un influsso (mashpia’) su quello femminile che è denominato “ricevente” (meqabbel). La logica vorrebbe che il mashpia’ non appartenga a una generazione successiva a quella del meqabbel, perché è il gadol che deve essere mashpia’ sul qatan e non viceversa. Per questo motivo si proibisce a un uomo di sposare sua zia, che appartiene alla generazione a lui precedente, mentre non gli si impedisce di sposare sua nipote, che appartiene alla generazione a lui successiva. Ciò rientra nella natura di tutte le cose, fuorché lo studio della Torah. Lo studio della Torah prescinde da considerazioni di questo tipo. Non ci sono qui determinazioni generazionali a priori. E’ ben possibile che un qatan insegni al gadol, perché il vero Chakham è colui che apprende da ogni uomo, come dice il versetto: “Ho tratto sapienza da tutti i miei insegnanti” (Avot 4,1). Per insegnare questo principio era necessario che Moshe, il Maestro di Torah di tutto il popolo ebraico, desse l’esempio una volta per tutte. E così fu. Proprio Moshe Rabbenu nacque dall’unione di un uomo con sua zia. Invertendo i ruoli. Perché ruoli predeterminati nella Torah non esistono. Conta essenzialmente il merito e l’impegno personali nello studio. Pochi versi dopo un altro versetto sembra riecheggiare quello che abbiamo appena appreso, ma in modo diverso.”E Aharon prese in moglie Elisheva’ figlia di ‘Amminadav, sorella di Nachshon” (v. 23). E’ la generazione successiva. Rashì commenta che il riferimento esplicito a Nachshon, il capo-tribù di Yehudah viene a insegnarci quanto sia importante, nel momento in cui si sceglie moglie, verificare la personalità dei fratelli di lei. Forse la Torah ci vuole insegnare che in un leader l’umiltà è importante, ma bisogna saperla coniugare con la dignità. Particolarmente se la famiglia cui dà luogo è quella del Kohen Gadol. Aharon scelse di imparentarsi con la tribù regale, Yehudah. Egli sapeva che chi è chiamato a esercitare un ruolo così importante non può rinunciare al proprio prestigio. Altrimenti sacrifica inutilmente se stesso e anche gli altri. Nella misura in cui il prestigio personale non è messo al servizio dei propri interessi, ma a quello della collettività. Perché il prestigio, se ben indirizzato, è un “motore di ricerca” straordinario!

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