Il fumo e l’arrosto

Generalmente, potendo scegliere preferiamo senz’altro l’arrosto al fumo, ma la Torah ci insegna che non deve essere sempre così. Descrivendo il Monte Sinai al momento del dono dei Dieci Comandamenti, per esempio, la Torah insiste molto sul fatto che il monte “era tutto fumante”. Lo stesso versetto precisa persino che il fumo che saliva da esso era “come il fumo della fornace”. Qual è il senso di ciò? Anche in alcuni sacrifici lo scopo era il fumo e non l’arrosto. Mi riferisco alle ‘olot, gli olocausti, in cui la carne veniva interamente bruciata sull’altare e in parte anche i sacrifici espiatori, in cui la carne era destinata sì a essere mangiata, ma dai Kohanim e non dai proprietari. Nei sacrifici espiatori noi bruciamo l’animale al posto di noi stessi. La carne bruciata assume un colore rosso e simboleggia la trasgressione. Rosso è anche il colore del fuoco che brucia la carne: rappresenta il din, la giustizia divina. Il terzo protagonista del sacrificio è proprio lui: il fumo. Di che colore è il fumo? Il Midrash racconta che i trasgressori, allorché veniva offerto il loro sacrificio espiatorio, attendevano di vedere il colore del fumo che si alzava dall’altare: se la fumata era nera, significava che il loro sacrificio non era stato accolto e l’espiazione non poteva dirsi completata; se invece la fumata era bianca, tutto era andato a buon fine. Se il rosso è il colore della violenza, il bianco è il colore della purezza ritrovata. Come dice Yesha’yahu: “se i vostri peccati saranno come la porpora, sbiancheranno come la neve…” (cap. 1). Lo stesso è accaduto al Monte Sinai. Il Monte fumava -dice il versetto- perché sotto c’era il fuoco. E sotto il fuoco c’era la carne. Quale carne e quale fuoco? La carne è quella di tutti i Figli d’Israel. Il fuoco simboleggia l’ardore con cui i nostri Padri -e le nostre anime con loro- hanno risposto na’asseh we-nishmà’, “faremo e ascolteremo”. Quel fuoco sprigiona il fumo. Il fumo che sale da una catasta di legna ancora fresca e umida è tendenzialmente nero. Il fumo che invece sale da una fornace che è rovente da giorni è appunto un fumo bianco! Per questo la Torah insiste nel dire che il fumo del Monte Sinai era fumo di fornace. Esso simboleggiava la purezza dei Figli d’Israel allorché accettarono la Torah alle falde del Monte Sinai. Lo stesso accade ancora oggi ogni giorno con la Tefillah che sostituisce i sacrifici. Quando noi preghiamo con tutto il nostro fuoco interiore generiamo fumo dalla nostra bocca. Quanto più ardore abbiamo dentro, tanto maggiore sarà il fumo che esce. Esso è il nostro alito. Bianco di purezza. E qui viene una piccola sorpresa. Questo alito bianco di purezza non è fine a se stesso. Ogni espressione di Tefillah che esce dalla nostra bocca genera in realtà un Mal’akh, un Angelo che porta la nostra Tefillah in Cielo e ci garantisce la Sua protezione…

La valigia del nonsenso

Uno dei momenti maggiormente emozionanti all’interno di un matrimonio ebraico è senza dubbio quella rottura del bicchiere che chiude la cerimonia. Attraverso questo gesto lo sposo, proprio nel momento in cui forma una nuova famiglia ebraica, mostra la propria partecipazione ad un’esperienza collettiva, la storia millenaria di Israele, affermando, nel momento della massima gioia, che il gaudio personale non può dirsi completo se Gerusalemme è desolata e il Santuario, vero e proprio fulcro dell’esperienza spirituale ebraica, è distrutto. Questo gesto fa parte di una serie di disposizioni, ben più limitate di quanto alcuni avrebbero voluto, per ricordare la tragedia nazionale. L’idea che si manifesta è che la nostra gioia non può essere completa se questa antica frattura non è sanata. Se è così dobbiamo dire che anche il contrario, provvidenzialmente, è vero. Non è di certo consentito lasciarsi andare alla più buia e cieca disperazione. Si deve reagire anche se non sembra esserci via di scampo. Uno degli strumenti più spiazzanti, frutto di meccanismi psicologici ben precisi, è quello dell’uso dell’umorismo e dell’ironia. In questo ambito il popolo ebraico nei millenni, suo malgrado, ha fornito un apporto molto importante del quale, in modo particolare nell’ultimo secolo, si è parlato e scritto molto. Al tema dell’umorismo ebraico è stata dedicata, nel 2012, una Giornata Europea della Cultura Ebraica, un appuntamento ormai fisso che consente di concentrarsi su un aspetto in particolare dell’esperienza ebraica: in quell’occasione sono usciti varie riflessioni e contributi sull’argomento. La mostra che oggi si inaugura affronta un tema spinoso, i motivi sono evidenti. La Shoah è stata, è tuttora e forse ancora di più oggi, un tema tremendamente serio. Ricorderete tutti le polemiche che hanno accompagnato l’uscita del film di Benigni, “La vita è bella”, e quello di Mihalehainu, “Train de Vie”, sino al documentario, uscito un paio di anni fa, “The last Laugh” di Ferne Pearlstein (L’ultima risata) che cerca di fornire delle risposte alla domanda se la Shoah può essere materia di umorismo postumo. In generale quello che possiamo rilevare, anche non comprendendolo forse del tutto, è che i sopravvissuti hanno sviluppato un senso dell’umorismo molto particolare, che emerge in maniera abbastanza puntuale nelle testimonianze di coloro che hanno messo per scritto le proprie esperienze, primo fra tutti Primo Levi. Ma nel nostro caso è differente perché partiamo da una amara constatazione: che negli anni terribili della Shoah gli ebrei, sottoposti a prove spaventose, hanno trovato la forza, o individuato la necessità, di ridere di se stessi e dei propri aguzzini. Nulla di più facile, perché l’ebraismo mittle-europeo ed orientale era rinomato e, tutto sommato per riprendere una battuta di quel periodo, nei campi non c’era almeno il rischio di essere portato in un campo di concentramento se si scherzava sul potere. Una magra consolazione, diremo, ma anche l’estrema riprova di un atteggiamento antico, millenario, che trova la sua radice già nella Bibbia e nella tradizione rabbinica, – basti pensare che il patriarca che ha avuto la vicenda personale più drammatica, Isacco, si chiama “Riderà”, atteggiamento che gli ebrei si sono trovati costretti a coltivare e forse a incoraggiare di fronte ai misteriosi rovesci della storia. Nella disperazione più profonda ridere serve, anche se noi sembra che non ci sia proprio niente da ridere.

Fundraising for the Conservation of the Great Synagogue of Torino

TECHNICAL REPORT: PIAZZETTA PRIMO LEVI 12, TORINO

At the close of 2017, subsequent to finding some debris fallen from the cornice of the Great Synagogue, the affected zones were inspected with appropriate equipment.  Safety was restored but further criticalities emerged:    

1. FACADE OF THE SYNAGOGUE

Other areas of  materials detached from the cornice were found:
                In the areas of the external facade of the merlons, serious cracks and material detachments were found.  Some material was removed because of the potential danger it posed. Consolidation or substitution is needed, depending on the level of adherence. Some lead tiles on the domes are raised, distorted or partially detached.

2. ROOF OF THE GREAT SYNAGOGUE

There has been serious water ingress due to rain, affecting the roof of the Great Synagogue.  The evidence is clearly visible inside the Synagogue, having damaged the supporting structure that now requires cleaning, restoration and repainting. There are different areas with criticalities, that need maintenance or substitution of the rendering and a new waterproofing layer.  In order to do this, a Roof Safety Wire and a man-sized access hatch must be installed, in order to permit safe access the work area and for future maintenance.

3. REDECORATION OF THE GREAT SYNAGOGUE

Some interior areas have paint or plaster rendering defoliation or total detachment due to water ingress.  These need repair, then underlying surface preparation,  followed by redecoration.

4.  TOWER ACCESS GATE

Access to the four towers needs security gates to be installed.    These will permit better access to the domes, currently quite difficult and unsafe via a man-hole in the ceiling above the stairwells.

5. CAPITALS IN THE GREAT SYNAGOGUE INTERIOR

There are numerous lesions to the Capitals on the matroneum (women’s balcony).   They were found not to be structural since they were cast in plaster as a decorative finish. However, any material detachment, given the great height, could be extremely dangerous and so temporary emergency safety measures were undertaken last year by encapsulation the capitals in reinforced plastic sheeting.   Now a repair and consolidation process is needed, which will be done using resins specifically produced for conservation work.  

6. DECORATION AND RESTORATION OF THE FACADE OF THE GREAT SYNAGOGUE, PIAZZETTA PRIMO LEVI 12

Access gained by using scaffolding and crane baskets will be needed to restore the decoration of the lower facade: below the first cornice (pillars, inscriptions, wooden finishings), and to render uniform the appearance of the repaired and original areas, to guarantee a durable result.

7.  PERIMETER RAILINGS AND WALL

A general inspection of all the perimeter is needed, to verify the solidity and security of the gates, anchorages and paintwork of the perimeter iron railings, of the perimeter wall, verification of the protection of windows of the ground floor, including inspection of the stained glass windows and their protection, and finally a verification of the electrical equipment, circuits and grounding in accord with current norms and legal requirements.    
STUDIO TECNICO DI ARCHITETTURA ED INGEGNERIA Luciano FAVERO Architetto – Francesco STANTE Architetto

COSTS

The proposed building work is being studied and tenders gathered, but the preliminary estimates indicate €60-70 000 just to cover the immediate tasks fundamental for safety, consolidation, conservation and the redecoration of deteriorated areas.  The building is due for a full internal redecoration and needs improvements for the acoustics, which were never satisfactory following the post WWII rebuilding.   This raises the estimates to at least €100 000 in total.

DONATIONS

In order to receive receipts for donations in the correct format, it is important to communicate precise data (fiscal codes and phrases) to the administrative office, and indicate the intended destination of the donation:  Building Fund for the Conservation of the Synagogue

US Tax Deductions

For donators to benefit from Tax deductions please visit and contribute through Torino Synagogue Fundraising Project.

UK Gift Aid

For donations to benefit from UK Gift Aid we shall have instructions ready shortly

Italy Tax Benefits

Please see the Italian version

Comunità Ebraica di Torino

Tel. 011.650.83.32 Fax 011.669.11.73 E-mail: segreteria@torinoebraica.it Piazzetta Primo Levi, 12 – 10125 Torino
IBAN:      BANCA PROSSIMA IT 73 W 03359 01600 100000002570
BIC/SWIFT: BCITITMXXXX

CCP:  29650108

Strappo alla regola

Lacerare (qorea’) e tagliare secondo forma determinata (mechattekh) sono a loro volta Melakhot proibite di Shabbat. A priori é  opportuno aprire prima di Shabbat tutte le confezioni e le bottiglie del cui contenuto si farà uso di Shabbat. Si permette di Shabbat l’apertura di confezioni di cibo, bevande o altro contenuto utile che non segua una forma determinata. Costituisce un problema se l’apertura provoca la creazione di un recipiente che si presti a essere riutilizzato una volta svuotato di ciò che attualmente contiene. Il nuovo recipiente può anche essere il tappo di una bottiglia, che fino all’apertura della bottiglia costituiva tutt’uno con essa. E’ lecito secondo tutti: – rimuovere il cerchietto che circonda il tappo di plastica di molti barattoli contenenti mayonnaise, senape, ecc.; -rimuovere la linguetta all’interno del tappo di bottiglie d’olio, cartoni di latte, succo, ecc.; – aprire una lattina da bere (neanche la Melakhah di “tagliare secondo forma determinata” è operativa in questo caso, dal momento che non ci curiamo della forma, né della misura del taglio e la linguetta metallica è già predisposta a questo scopo); – strappare la pellicola interna al tappo dei barattoli di Nescafè e l’alluminio dei barattoli di yoghurt (facendo possibilmente attenzione a non tagliare o cancellare scritte o disegni); Secondo alcuni è proibito aprire di Shabbat il tappo a vite di una bottiglia, di metallo o plastica, del quale rimane l’anello inferiore nel collo della bottiglia stessa (situazione comune in alcuni vini dolci e nel succo d’uva), perché questo tipo di tappo si presta a essere riutilizzato. Se ci si è dimenticati di compiere l’operazione prima di Shabbat è oppurtuno praticare nel tappo dall’alto un largo buco con un coltello in modo da renderlo inservibile (facendo possibilmente attenzione a non tagliare o cancellare scritte o disegni), dopodiché quanto resta del tappo può essere rimosso. Il tappo seghettato che non può essere più riutilizzato e il tappo di sughero non costituiscono invece problema e possono essere rimossi anche con l’ausilio del cavatappi. Strappare o tagliare la carta igienica è proibito. Si deve pertanto prepararla già tagliata prima di Shabbat o servirsi di fazzolettini (tissues) separati fra loro.

Energia rinnovabile

La prima traduzione della Torah in un’altra lingua fu la Septuaginta, realizzata intorno al II sec. A.e.v. in Egitto sotto il regno di Tolomeo II. Il Talmud nel trattato di Meghillah (9a) afferma che i sapienti che contribuirono al progetto cambiarono deliberatamente la resa di alcuni testi, perché erano convinti che una traduzione letterale sarebbe stata semplicemente incomprensibile per il lettore greco. Una di queste modifiche riguarda la frase che tutti conosciamo perché fa parte del qiddush “wayikhal Eloqim bayom hashevi’ì melakhtò asher ‘asah – Iddio avendo nel giorno settimo terminata l’opera ch’Egli fece”. I sapienti mutarono questa espressione e scrissero che H. terminò l’opera il sesto giorno. Cosa era difficile capire? Forse è più comprensibile che il mondo sia stato creato da H. in sei giorni piuttosto che in sette? Sembra sconcertante, ma è così. I greci non intendevano lo Shabbat come parte integrante della creazione. Cosa c’è di creativo nel riposo? Cosa realizziamo se non facciamo, se non lavoriamo, se non inventiamo? Questa idea sembra un non-sense. Le testimonianze degli autori greci ci fanno sapere che lo Shabbat suscitava la loro ilarità. Gli ebrei non lavorano un giorno alla settimana perché sono pigri. L’idea che quel giorno potesse avere un proprio valore indipendente non li sfiorava. Stranamente e repentinamente, in quegli stessi anni, l’impero di Alessandro Magno andava sgretolandosi, così come Atene che aveva dato i natali ai più grandi pensatori e scrittori della storia. Le società, così come i singoli individui, possono andare in sovraccarico. Questo succede quando non si ha un giorno di riposo. Come diceva Achad ha-‘am; più di quanto il popolo ebraico abbia mantenuto lo Shabbat, lo Shabbat ha mantenuto il popolo ebraico. Il riposo settimanale mette al riparo dai cortocircuiti. Lo Shabbat, che incontriamo nella parashah di Beshallach, è una delle più grandi istituzioni che il mondo abbia conosciuto. Ha cambiato il modo in cui il mondo ha pensato il tempo. Prima dell’ebraismo il tempo veniva misurato per mezzo del sole con il calendario solare di 365 giorni, basato sulle stagioni, o per mezzo della luna, basato sul mese, dalla durata di circa trenta giorni. La settimana non ha alcun fondamento nella natura, ma, nata dalla Torah, e diffusa per mezzo del cristianesimo e dell’Islam che l’hanno adottata, ora è adottata in tutto il mondo. Se l’anno dipende dal sole e il mese dalla luna, la settimana dipende dagli ebrei. La potenza dello Shabbat deriva dalla sua capacità di rendere liberi i singoli individui e la società nel suo insieme. Liberi dalle pressioni del lavoro, liberi dalle richieste dei datori di lavoro, liberi da una società consumistica, liberi di stare in compagnia di coloro che amiamo. A dispetto degli enormi cambiamenti che hanno caratterizzato gli stili di vita nei secoli, lo Shabbat ha saputo sempre reinventarsi. Per Mosheh era la liberazione dalla schiavitù del Faraone, nella società industriale da turni sfiancanti nelle fabbriche, oggi da notifiche e richieste di disponibilità H24. Lo Shabbat segna una rivoluzione culturale, ma anche concettuale, perché è un’utopia che trova la sua realizzazione. Viviamo in un mondo senza gerarchie, senza capi e impiegati, venditori e acquirenti, senza disuguaglianze di ricchezza e potere, senza il traffico, il frastuono della fabbrica e il clamore del mercato. Una pausa all’interno di movimenti sinfonici, una pagina bianca fra i capitoli dei nostri giorni, uno spazio equivalente ad una campagna nel pieno centro cittadino. Un’utopia, la fine del tempo piantata in mezzo al tempo. La vera libertà richiede secoli per trovare la propria realizzazione, l’abolizione della schiavitù, anche in società decisamente avanzate, è una conquista tutto sommato recente. Ma, una volta che lo Shabbat aveva messo in moto un certo processo, era inevitabile. Lo schiavo che ha conosciuto la libertà prima o poi spezzerà le proprie catene. Lo spirito umano ha la necessità di avere del tempo per respirare. Nella vita ci sono questioni urgenti e questioni importanti. Nella vita di tutti i giorni con la pressione del lavoro ci dedichiamo alle urgenze, ma ciò che dà senso alla nostra vita, ci dà appagamento e felicità sono le cose importanti, la famiglia, gli amici, la preghiera in cui ringraziamo per quanto abbiamo, la lettura e lo studio della Torah. Questo durante lo Shabbat si può ottenere con poco. E’ un’opera d’arte che noi stessi siamo in grado di creare, un’isola serena nella tempesta. I greci non capivano come un giorno di riposo potesse far parte della creazione. Eppure è così. Senza riposo per il corpo, pace per la mente, senza la coltivazione dei nostri legami di identità e di affetto, il processo creativo si ferma e muore. E’ l’entropia che porta i sistemi a perdere energia nel tempo. Il popolo ebraico resta vigoroso e creativo per via dello Shabbat la più forte fonte di energia rinnovabile a nostra disposizione.

Hesped Giorgio Foà z.l.

Fra due mesi sarebbero stati 25 anni. Mi guardavo spaesato intorno, mentre sedevo per la prima volta nell’ufficio al primo piano dell’allora Via Pio V, 12. Era la mattina di lunedì 22 marzo 1993. La porta si spalancò all’improvviso. Senza essersi annunciato, un uomo avanzò e, come se ci fossimo conosciuti da una vita, mi abbracciò. Ricordo le sue parole: “Signor Rabbino, benvenuto. Ieri sono diventato nonno”. Quale migliore auspicio per il mio nuovo incarico! Da allora l’immediatezza dell’approccio e l’assoluta mancanza di formalità caratterizzarono i nostri rapporti. Compresi immediatamente che quello stile così personale era in realtà fondato su una profonda serietà di intenti e un legame con gli esseri umani, i valori e le istituzioni così raro al giorno d’oggi. Non potendo con profondo rammarico presenziare al funerale di Giorgio David ben Gastone Foà a causa dei miei impegni di insegnante a Milano voglio associarmi a coloro che certamente ricorderanno i molteplici aspetti della Sua personalità. Del suo attaccamento a Israele tramite il Keren Kayyemet, del suo costante aiuto ai giovani di Tza’ad Qadimah parleranno altri meglio di me. Ho avuto a mia volta il privilegio di seguirlo in tanti anni e mi soffermerò brevemente su tre ricordi che di lui serbo particolarmente cari. Era un grande frequentatore del Bet ha-Kenesset e credeva fermamente nel valore della Tefillah. Arrivava puntualissimo, sovente nel buio delle mattine d’inverno scorgevo la sua fisionomia mentre attraversava Corso Vittorio, diretto alla Sinagoga, svicolando fra una vettura e l’altra. Una sola volta arrivò con una decina di minuti di ritardo alla funzione delle sette del mattino. Era il primo giorno di Chol ha-Mo’ed di Sukkot, settembre 2001. Era appena occorsa l’alluvione del Po che aveva paralizzato la città: tutti ricorderanno l’estremità superiore ricurva dei lampioni lungo i Murazzi emergere dall’acqua. Giorgio, che allora abitava ancora a Pino, si giustificò dicendo che aveva dovuto fare un lungo detour prima di trovare un ponte sul fiume che fosse aperto. Ma alla Tefillah non volle mancare neanche quel giorno. Uomo di grande Ghemilut Chassadim verso i vivi e verso i morti, per anni si prestò a farmi letteralmente da accompagnatore-autista nel mese di Elul-Settembre quando visitiamo i cimiteri della provincia prima delle Feste Autunnali. Allorché Rosh-ha-Shanah cadeva ai primi di settembre, capitava di dover anticipare alcune cerimonie già all’ultima domenica di agosto, mentre ero ancora in vacanza. Ricordo che più di una volta mi veniva a prendere e mi riportava a Limone, dove trascorrevo le ferie estive. Erano, quelli, appuntamenti annuali che attendevo perché sapevo di trascorrere giornate in allegra compagnia, a controbilanciare in un certo senso l’austero compito che ci attendeva. Ma soprattutto ho distinto il ricordo di quando scivolai e mi ruppi il ginocchio nel maggio dello stesso anno 2001. Fu naturalmente Giorgio a offrirsi di trasportarmi ogni volta con la sua macchina all’ospedale per le visite periodiche e le radiografie di controllo. Non sempre il personale sanitario era solerte nel consegnare i referti. In tal caso era Giorgio, con la sua imprevedibile verve, a battere sul vetro dello sportello, accompagnandosi con la sua voce tonante, con l’effetto di accorciare immancabilmente i tempi d’attesa! Caro Giorgio, Ti ringrazio di avermi aspettato l’altra sera, Motzaè Shabbat Shirah (“della Cantica”), 12 shevat 5778. Ci mancherà la Tua bonomia e la Tua indomabile gioia di vivere, segno – a mio avviso – dell’alta considerazione in cui anche il Santo Benedetto Ti teneva, ne sono certo. Grazie per tutto quello che ci hai dato, Giorgio, ci mancherai tantissimo: il Tuo ricordo sia di berakhah per ognuno di noi.

Parashah Bo 5778 – Fare domande serve

Non è un caso se uno dei momenti più alti della storia ebraica, l’uscita dall’Egitto, presenta per ben tre volte il tema dei bambini, delle loro domande e dell’obbligo dei genitori di educarli. Per difendere un paese è necessario avere un buon esercito, per difendere una cultura serve istruzione. La libertà va salvaguardata e non va presa per scontata. Le sfide che i nostri padri hanno affrontato assieme agli ideali che li hanno ispirati devono essere trasmessi, altrimenti rischiano seriamente di essere persi per strada. Le domande della parashah di Bò sono diventate famose perché sono entrate a far parte della haggadah di Pesach. Quello che emerge è che i bambini devono porre delle domande, e questo aspetto è confluito anche negli aspetti legali del Seder di Pesach. Non vi è nulla di naturale in tutto ciò, anzi possiamo dire che va contro l’evoluzione della storia e della cultura umane. La maggior parte delle culture vedono come compito del genitore e dell’insegnante istruire i giovani e guidarli, ma ciò che è richiesto ai bambini è principalmente obbedire. Socrate, che passò la sua vita ad insegnare a porre domande, venne condannato dagli ateniesi perché corrompeva i giovani. Nel mondo ebraico non è così: i bambini crescono ponendo delle domande e noi abbiamo l’obbligo di istruirli in questo senso. I personaggi biblici pongono domande che mettono in crisi la fede stessa: “il giudice di tutta la terra non fa giustizia?” chiede Avraham, “Perché hai fatto del male a questo popolo? “chiede Mosheh, “Perché il malvagio prospera?” chiede Yermihau. Il più grande riconoscimento in una yeshivah è quello di aver posto una buona domanda, non aver dato una buona risposta. Al ritorno dalla scuola non dovremmo chiedere ai nostri figli “cosa hai imparato?” ma “hai posto una buona domanda?” L’ebraismo non incoraggia l’obbedienza cieca. Anzi in un sistema dominato dalle 613 mitzwot, non esiste una parola per designare l’obbedienza. Nell’ebraico moderno si è dovuto prendere in prestito un termine aramaico, lezayiet. Il nostro compito non è quello di obbedire, ma di comprendere la volontà divina. Perché è così? Perché crediamo che il più grande dono che l’umanità ha ricevuto sia l’intelligenza. La prima richiesta che formuliamo nella ‘amidah è per la conoscenza, la comprensione e il discernimento. Quando si vede un grande sapiente non ebreo dobbiamo recitare una berakhah speciale. Non solamente si deve riconoscere che esiste sapienza anche presso gli altri popoli, ma si deve ringraziare D. per questo. Quanta distanza dalla gretta mentalità che nei secoli, e anche oggi, ha perseguitato e annientato intere culture! Lo storico Paul Johnson considera l’ebraismo rabbinico una macchina sociale altamente efficace per la produzione di intellettuali. L’ebraismo si è sempre focalizzato sullo studio, ha considerato quest’ultimo superiore alla preghiera, la vocazione più alta della vita religiosa. Molto però dipende da come si studia. In questo momento cruciale della storia ebraica Moseh dice che la trasmissione non deve avvenire in modo autoritario. Si deve incoraggiare a chiedere, analizzare, esplorare. Chi ha fiducia nella propria fede non deve temere delle domande. Chi non ha fiducia, ha segreti e sopprime i dubbi, ha solo paura. Non ogni domanda, certo, ha una risposta che possiamo comprendere subito. Alcune cose le capiremo con il tempo e l’esperienza, altre le capiremo affinando il nostro intelletto, altre ancora forse non le capiremo mai. Chiedendo ai figli di chiedere l’ebraismo ha mostrato di essere la fede che nella storia ha onorato maggiormente il dono dell’intelligenza umana.

Legami famigliari

Moshe Leib di Sassov, uno dei grandi Maestri del Chassidismo, insegna che se vogliamo evitare le trasgressioni dobbiamo iniziare ogni giornata al mattino con il compimento di una Mitzwah. In questo modo ci eleviamo rispetto ai nostri interessi personali e ci concentriamo sui nostri doveri. Quale Mitzwah? Ci sono le Mitzwòt beyn Adàm la-Maqom, che regolano i nostri rapporti con D. e quelle Beyn Adàm la-Chaverò, “fra l’uomo e il suo prossimo”. La differenza fra i due gruppi –spiega- consiste nel fatto seguente: per riuscire davvero nel primo gruppo occorre eseguire la Mitzwah completamente in Nome del Cielo, altrimenti non si riconosce che l’abbiamo compiuta; nel caso degli obblighi verso il prossimo, invece, anche se proprio l’intenzione non era completa la Mitzwah si riconosce già dal risultato concreto: abbiamo aiutato il prossimo, che beneficia della nostra azione. La mattina presto siamo ancora assonnati, anche spiritualmente, pertanto non è facile avere tutta la vigilanza necessaria per uscire d’obbligo beyn adàm la-Maqom. Ecco pertanto che la prima Mitzwah dev’essere beyn adàm la-chaverò, rivolta al bene del prossimo. Moshe Leib impara tutto questo da un versetto della Parashat Bo. Dopo l’Uscita dall’Egitto H. si rivolge a Moshe e gli dice: Qaddesh li khol bekhor peter kol rechem bi-vnè Israel, “SantificaMi ogni primogenito che inaugura l’utero fra i figli d’Israel” (Shemot 13,2). Il primogenito –spiega- è la prima azione della giornata, perché ogni nuovo giorno rappresenta per noi una rinascita. La prima azione della giornata deve essere “santa”: una Mitzwah. “Utero” si dice in ebraico rechem, connesso con rachamim che significa “misericordia, amore”. Da qui l’idea che la prima azione quotidiana deve essere di amore verso i figli d’Israel, cioè verso il nostro prossimo. Alma, Tu ti trovi oggi all’alba della Tua vita adulta. Hai l’occasione di inaugurare questa nuova giornata della Tua vita con una buona azione verso il prossimo. A questo punto non Ti resta che scegliere quella che più Ti aggrada. Lo Shabbat è il giorno settimanale che più e meglio dedichiamo a coltivare questo genere di legami: con i nostri famigliari, con i nostri amici, con i nostri Maestri. E’ per fare la differenza fra spirito e materia, fra i legami affettivi e spirituali da un lato e i nodi fisici dall’altro che la Halakhah annovera questi ultimi fra i divieti dello Shabbat. Fare e disfare nodi (qosher u-mattir) sono due Melakhot proibite di Shabbat. La Torah proibisce i nodi professionali (doppi nodi) durevoli. Il divieto rabbinico è esteso a: a) qualsiasi doppio nodo (qesher ummàn o qesher gamùr), anche se provvisorio: si intende per provvisorio quello destinato a essere sciolto in giornata; b) qualsiasi nodo anche semplice se destinato a rimanere (qesher shel qayyamà). In pratica per essere permesso il nodo deve avere entrambe queste condizioni: essere un nodo semplice o “a farfalla” e essere destinato a sciogliersi in giornata. I divieti comprendono anche i nodi eseguiti fra le due estremità dello stesso laccio, corda o cinghia. Qualsiasi nodo che non può essere fatto, non può neppure essere disfatto. Non è permesso legare fra loro le due maniglie di una borsa di plastica se questa non è destinata a essere riaperta in giornata: p.es. il sacco del pattume. Non è permesso slegare un nodo del genere: p. es. per aprire un sacco di caramelle. Per accedere al contenuto si romperà la confezione. Come è proibito fare un nodo ex-novo, è proibito anche rinforzarne uno già esistente. Pertanto se di Shabbat mattina quando si indossa il Tallit prima della Tefillah ci si avvede che i nodi degli Tzitziyyot si sono allentati non si possono stringere. E’ lecito annodare la cravatta, perché si tratta di un nodo “a farfalla” destinato a essere sciolto in giornata. E’ lecito allacciare le scarpe con un nodo “a farfalla”, perché è destinato a essere sciolto in giornata, ma non mediante un doppio nodo. Se la farfalla si è nel frattempo accidentalmente complicata in un doppio nodo, può all’occorrenza essere sciolta comunque per evitare il disagio (tza’ar). Si usa permettere li-khvod ha-Torah di legare con una farfalla la fascia del Sefer Torah anche dopo la lettura della Parashah di Minchah, sebbene non sia ormai destinata a essere sciolta in giornata. Unire fra loro due lembi dell’abito mediante un ago o una spilla, perché si è lacerato o semplicemente per bellezza, è permesso a condizione che lo infilzi non più di due volte, perché tre sarebbe considerato atto professionale. Se però sa già che lo scioglierà in giornata, è permesso secondo alcuni anche infilzarlo tre volte. Alma, hai un nome speciale perché ha un significato beneaugurante sia in latino che in ebraico. In latino significa “colei che dà da mangiare, nutrice”. In ebraico è connesso con ‘olam che allude sia al “mondo” che all’”eternità”. Da ogni parte del mondo i Tuoi cari sono giunti a festeggiarTi, con l’augurio che la Tua felicità di questo giorno duri per l’eternità.

Purim locali delle comunità italiane

Nel tredicesimo numero di Torat Chayim Rav Nello Pavoncello dedica un articolo ai Purim locali delle comunità italiane. In tempi più recenti si sono interessati del tema Rav Amedeo Spagnoletto, Roberto Salvadori, che hanno scritto sulla notte degli Orvietani, o Purim Shenì di Pitigliano, e Pier Cesare Yoli Zorattini, che ha scritto sui Purim di Padova. Il primo di questi Purim, sembra essere quello di Siracusa, del XV sec. Sul tema si segnala l’articolo di Dario Burgaretta, Il Purim di Siracusa alla luce dei testi manoscritti, pubblicato in Materia Giudaica XI/1-2 (2006). Il fenomeno non riguarda solamente l’Italia ebraica, ma coinvolge anche il nord Africa, la Turchia, il Medio Oriente: Ariel Viterbo ne trae l’impressione che si tratti di un fenomeno mediterraneo. Partiamo dalla fine: Rav Pavoncello concludendo l’articolo scrive: “Sarebbe augurabile che i Purim locali non siano dimenticati o che siano ripristinati nelle comunità non del tutto estinte, affinché il ricordo degli avvenimenti ci ricolleghi agli infiniti anelli della catena delle generazioni che ci hanno preceduti, le quali hanno subito onte, percosse, violenze pur di non venir meno alla fede avita ed all’attaccamento al popolo d’Israele”. In generale si parla di Purim locali riferendosi ad alcuni giorni che commemorano la salvezza da una qualche grave sciagura che ha colpito un’intera comunità, così come avvenne ai tempi del re Acheshwerosh. In questi Purim in alcune comunità vi sono dei festeggiamenti particolari e si legge persino una speciale meghillah, nella quale si narra l’accaduto. A volte nella ‘amidah viene introdotta una formula speciale di ‘al ha-nissim. Questi giorni sono noti nella nostra tradizione come Purim shenì. In alcune comunità il Purim è preceduto da un digiuno, durante il quale vengono recitate speciali Selichot, così come avviene per il Purim propriamente detto. In alcuni luoghi si recita persino l’Hallel, che i chakhamim non hanno stabilito per il vero Purim, e ci si astiene dal lavoro. Rav Pavoncello segnala che l’elenco dei Purim locali contenuti nella Jewish encyclopaedia non è completo relativamente alle comunità italiane. Per questo, avvalendosi di altri lavori citati di Roth e Levinsky, Rav Pavoncello è riuscito ricostruire in maniera abbastanza esatta il quadro italiano. Le comunità che celebravano il loro Purim locale erano Ancona, Casale Monferrato, Ferrara, Firenze, Livorno, Padova, Senigallia, Trieste, Urbino, Verona. a) Il Purim di Ancona, chiamato anche Purim Qatan, veniva celebrato il 21 di Tevet. Il giorno precedente si usava digiunare. Conosciamo dei particolari circa questa celebrazione dall’opera Or Boqer di R. Yosef Fiammetta (Venezia, 1741): “il 21 di Teveth, venerdì sera, dell’anno 5451 (1690), alle ore 8 e 1/4 vi fu un fortissimo terremoto. Furono subito aperte le porte del tempio ed in pochi istanti esso si riempì di uomini, donne e bambini, ancora seminudi e scalzi, che vennero a rivolgere preghiere all’Eterno, davanti all’Arca Santa. Un vero miracolo avvenne allora nel Tempio: non vi era che un solo lume, che rimase acceso finché non fu possibile provvedere”. Nel Ghetto cadde un solo edificio, uccidendo sei persone; quattro salme furono recuperate, dopo che per tutta la notte si lavorò per sgombrare le macerie. L’anno seguente il Rabbinato decretò un digiuno seguito da un giorno di festa. Vennero composti uno speciale Widdui per il digiuno e un inno, accompagnato da vari strumenti musicali, per la festa. Il Chazan invitava il pubblico alla preghiera serale con la formula “Barekhù ‘adatì”; il pubblico rispondeva “Barukh podeh umatzil”. La preghiera serale era accompagnata da strumenti musicali. La ‘amidah era seguita dalla recitazione dell’Hallel intero, senza recitarne le benedizioni. b) Il Purim di Casale Monferrato, conosciuto come Purim dei Tedeschi, fu celebrato sino ad alcuni anni prima delle leggi razziali il 23 di Nissan. A questo Purim dedicò un articolo S. Foà sulla rassegna mensile di Israel nel giugno 1949, dove viene illustrato il cerimoniale della giornata: “circa due ore prima che tramonti il sole, dopo che sono state chiuse le porte del mercato, tutto il popolo, uomini e donne, si raduna nella casa del Signore. Dopo il Kaddish si estraggono tre Sefarim e si portano sul Dukhan, e mentre il Chazzan canta con voce soave i Salmi 46,66, 127 e 137, si rimettono i Sefarim nell’Aron e si comincia la preghiera di Minchà; poi il Rabbino o uno dei Capi della Comunità prende in mano un bacile d’argento e va in giro a raccogliere le offerte dei singoli, che vengono divise tra i poveri. A Casale si festeggiava anche un Purim delle bombe, che ricordava l’assedio spagnolo del 1640 o del 1648. c) A Ferrara si festeggiava un Purim Qatan il 24 Kislew, in ricordo dello scampato pericolo del Ghetto da un incendio. d) In Ketav ha-dat Daniel Terni, probabilmente all’epoca rabbino della comunità di Firenze, descrive l’assalimento del ghetto da parte di un gruppo di persone il 27 Siwan 5550 (1790). Grazie all’intervento del Vescovo la folla venne allontanata. Per questo i fiorentini digiunavano il 26 di Siwan, recitando varie elegie e leggendo la Parashah dei digiuni, mentre il 27 si scambiavano doni e leggevano l’Hallel. e) Sino a non molti decenni fa gli ebrei di Livorno digiunavano il 22 di Shevat, poiché nel 1742 la Comunità venne salvata da un terremoto che minacciò la città. Gli eventi di quei giorni sono narrati nella cosiddetta Meghillat Yedidiah, un testo celebrativo di un ebreo, commerciante livornese, che venne malmenato quasi a morte il 12 di Shevat, e scrisse un componimento per tramandare il ricordo della sua salvezza. Il Rabbino Malakhì ha-Kohen compose il cerimoniale di quel giorno, Qol tefillah e Shivchè Todah (5504). Il Sabato successivo, chiamato Shabbat dei terremoti, si usava recitare l’Hallel con tono solenne. f) A Padova si celebravano alcuni giorni di Purim Qatan: il Purim di Buda, stabilito per il 10 di Elul nel 5444 (1684), perché gli ebrei, accusati di aver aiutato i turchi durante l’assedio della città di Buda, si salvarono per via dell’aiuto di molti cattolici e maggiorenti della città; il Purim del fuoco, in ricordo dell’incendio che colpì il ghetto l’11 di Siwan del 1795. I particolari sono riportati dal Rabbino Refael Finzi nel libro Leshon Esh; in tempi più recenti (1927) il Rabbino Castelbolognesi istituì il Purim della Parashah di Toledot, per via di un tentativo di incendio del Tempio di Padova da parte dei fascisti. Il venerdì sera di quello Shabbat si recitava uno speciale ‘al ha-nissim in ricordo di quella circostanza. g) A Roma si celebra il 2 di Shevat, il Purim di piombo, che ricorda un tentativo di incendio del Ghetto da parte della plebaglia nel 1793. L’origine del nome è incerta. Secondo gli anziani il nome è dovuto al fatto che il cielo si coprì di dense nubi, e una densa pioggia spense l’incendio. Secondo altri l’appellativo di piombo serve ad indicare che si tratta di un mo’ed secondario, da non confondersi con quelli principali. Secondo Rav Pavoncello la prima ipotesi è più credibile. Durante quel giorno non si recita il tachanun. La sera il rabbino teneva una particolare derashah nella quale spiegava il motivo della ricorrenza. L”Arvit era recitato con l’aria dei giorni festivi e preceduto dalla lettura di vari Salmi. Veniva poi recitato solennemente un pizmon “or zeh zeman nissim le’ammò El”, composto da David Bondì, come risulta dall’acrostico delle ultime strofe. h) Il 15 di Siwan 5559 (1799) gli ebrei di Senigallia furono miracolosamente salvati, dopo che i francesi li avevano depredati e ne avevano uccisi tredici. Furono salvati dagli ebrei di Ancona, che venuti a sapere del fatto, inviarono delle navi per trarli in salvo. Il 14 di Siwan si digiunava ed il 15 si leggeva una speciale meghillah, si faceva un banchetto e si scambiavano i doni come nel vero Purim. i) Nel 1833 a Trieste un certo padre Nuvoli nelle proprie prediche attaccò violentemente, fra gli altri, gli ebrei. In particolare il predicatore lanciò un anatema contro chi accettava elemosine degli ebrei. Il predicatore morì nei giorni precedenti Purim e venne sepolto proprio all’ora del banchetto festivo. La poetessa Rachel Morpurgo compose una poesia intitolata Haman nafal, hakes nikfal (Haman è caduto, il miracolo è raddoppiato). l) Ad Urbino l’11 di Siwan venne proclamato poiché la comunità venne salvata da un grave pericolo per intercessione delle truppe francesi nel 1799. m) A Verona il 20 di Tammuz ricorda l’episodio in cui il capo della città si presentò nel 1607 per chiudere il Ghetto dall’esterno, rendendo impossibile agli ebrei di uscirne per procacciarsi da vivere. Alla fine tuttavia concesse agli ebrei di chiudere il Ghetto dall’interno e questo fu ragione di grande giubilo. n) Anche la comunità di Venezia ricorda il Venerdì della bomba: nel 1849 una bomba trafisse il soffitto del Tempio Spagnolo, sprofondando sui gradini dell’Aron, senza esplodere e senza recare danni. Sui gradini dell’Aron c’è un’iscrizione che recita: “Qui sprofondò una bomba, rovinando s’inabissò, danno non produsse, passò irrompendo, ma con giudizio, la sera del capo mese di Elul 5609 nell’ora della preghiera”. Quell’avvenimento è ricordato con una speciale preghiera, composta dal rabbino di allora, Avraham Lattes, che fu autore anche dell’epigrafe sull’Aron. In un articolo, pubblicato in Materia Giudaica VI/1 del 2001, Ariel Viterbo crede che sia necessario, anche alla luce degli ultimi studi, stilare un elenco completo dei Purim locali, attraverso una catalogazione che presenta elementi fissi: luogo, tempo, evento, elemento salvatore, forma della decisione, contenuto della decisione, descrizioni dell’evento, modalità di celebrazione, sopravvivenza delle celebrazioni nel tempo, modalità di segnalazione e di celebrazione odierna, bibliografia.

A 80 anni dalle leggi razziali

Quest’anno ho preso parte al Viaggio della Memoria, organizzato dal MIUR, che ha coinvolto anche il Consiglio Superiore della Magistratura. I rappresentanti istituzionali, il Ministro della Pubblica Istruzione Fedeli e il Presidente dell’UCEI, Noemi Di Segni, hanno sollecitato i ragazzi, con le loro appassionate parole, a riflettere sul valore, la promozione e la difesa della memoria. Personalmente posso dire che tornare a Birkenau, in modo particolare durante i mesi invernali, è sempre un’esperienza molto particolare, che ti segna profondamente, che ti fa vedere la tua esistenza in modo molto differente rispetto a prima. La prima volta che ho visto  quei luoghi gelidi, desolati e crudeli ero poco più di un ragazzo, e posso dire che ne rimasi turbato per molti giorni. Da allora sono tornato alcune altre volte. La particolarità dei viaggi di questi ultimi anni è quella di essere accompagnati nella visita da sopravvissuti, quest’anno Andra Bucci di Fiume. Spesso nelle loro narrazioni emergono aspetti e particolari inediti, o non ancora affrontati in letteratura. La tragedia di Auschwitz, che tutti noi conosciamo bene, nei suoi aspetti generali, nelle sue diaboliche modalità, assume così una prospettiva molto particolare, che per evidenti motivi anagrafici dei testimoni ancora in vita, è in questo caso quella di una bambina che si ritrova nel campo, strappata alla madre, assieme alla sorella Tatiana, e quindi molto diversa da altri testimoni, come il compianto Shlomo Venezia, entrato nei campi già uomo. Le sorelle riescono a salvarsi anzitutto perché scambiate dai tedeschi per gemelle, e soprattutto perché imparano presto, al contrario del cuginetto Sergio, poi barbaramente torturato e poi ucciso, a non dire mai di avere desiderio di vedere la mamma durante le visite del Dr. Mengele, perché quella sarebbe stata la loro condanna a morte. Filo conduttore delle riflessioni di quest’anno, in cui ricorre l’ottantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali, è quello del ruolo della legge nella creazione dei presupposti che avrebbero reso applicabile la “soluzione finale”. Il Consiglio Superiore della Magistratura intende intensificare e promuovere ulteriormente le ricerche sulla condotta della magistratura in Italia in quegli anni bui. Ma un aspetto emerge immediatamente in tutta la sua drammaticità: quando la legge non è sostenuta dalla moralità, ma lo stesso si può dire per la cultura o per la tecnica, il rischio per l’umanità di sprofondare in una nuova Auschwitz è sempre dolorosamente attuale. Il mondo tedesco era in primissima linea in tutti questi ambiti, e ciò malgrado, o forse proprio per quello, è riuscito a elaborare il più spaventoso e orribile progetto criminoso della storia umana, riuscendo quasi a metterlo in pratica. La visita di quei luoghi è un’esperienza molto toccante, ma credo che ciascuno di noi debba affrontarla, almeno una volta nella vita. Rav Ariel Di Porto Shevat – Adar 5778 – Febbraio 2018