Conservazione del Tempio Grande di Torino

Cari amici, come molti di Voi sapranno, il nostro Bet Hakeneset necessita di un’importante opera di ripristino e restauro conservativo. Assumono particolare carattere di urgenza la sistemazione delle parti ornamentali della facciata e delle torri, nonché la revisione delle coperture. Dato l’ingente impegno che tali lavori comportano, ed in virtù della fondamentale importanza che gli stessi rivestono per il futuro delle nostre attività cultuali, si rivolge un invito a voler sostenere la Comunità in un momento di particolare necessità economica. Chi volesse contribuire supportando il progetto potrà effettuare un’erogazione liberale a favore di Piemonte Ebraico Onlus, che ha già iniziato una raccolta fondi destinata a tale scopo. Per avere una visione completa degli interventi è possibile consultare Fundraising per la Conservazione del Tempio Grande di Torino. Il Consiglio della Comunità è a completa disposizione per fornire tutti i dettagli sui lavori e sulle spese previste. Di seguito le coordinate bancarie per le erogazioni liberali.  Per visualizzare i vantaggi fiscali.
Beneficiario: PIEMONTE EBRAICO O.N.L.U.S.
Indirizzo:    Piazzetta Primo Levi, 12, 10125 Torino TO
IBAN:         IT97 Z033 5901 6001 0000 0015 740
Banca:        BANCA PROSSIMA
BIC/SWIFT:    BCITITMXXXX
Causale:      Fondo Conservazione Tempio Grande

Estero

Stiamo  avviando una Campagna di Fundraising anche all’estero.   Abbiamo bisogno di volontari per partecipare a questo progetto, ed in particolare persone che contattino dei loro amici, parenti e conoscenti all’estero contando sulla loro disponibilità.
Per informazioni ed istruzioni per favore contattare Daniel Fantoni  o altri membri del Consiglio.

Nuovi ingressi in biblioteca

Marzo 2018

Le reti dei nuovi antisemiti : dai grillini all’Islam politico : l’ossessione contro Israele, i pre. – Milano : Il Giornale, 2017. – 50 p. ; 19 cm. G.I.217 Micol : Romanzo / Waltraud Mittich ; traduzione dal tedesco di Giovanna Ianeselli e Stefano Zangrando. – Merano : Alphabeta, 2017. – 123 p. ; 21 cm. G.V.235
Siamo qui, siamo vivi : il diario inedito di Alfredo Sarano e della famiglia scampati alla shoah / a cura di Roberto Mazzoli ; prefazione di Liliana Segre. – Cinisello Balsamo : San Paolo, 2017. – 189 p., [4] carte di tav. : ill. ; 22 cm
Les seins d’aziza : mytes et réalités du conflit au proche orient / Youssef El Masri. – [Nizza : imprimer Simon, 2013]. – 221 p. : ill ; 21 cm
Himmo re di Gerusalemme / Yoram Kaniuk ; traduzione di Elena Lowenthal. – Firenze : Giuntina, 2017 (stampa 2018). – 155 p. ; 21 cm
Cronaca a due voci : storie, vicende, persecuzioni di una famiglia ebraica (1938-1945) / a cura di Lionella Neppi Modona Viterbo ; presentazione Caterina Del Vivo. – Firenze : Aska edizioni, 2017. – 103 p. : ill. ; 24 cm. G.V.238
Il bene possibile : essere giusti nel proprio tempo / Gabriele Nissim. – Milano : UTET, 2018. – 178 p. ; 22 cm G.V.239
Isaiah Berlin : la vita e il pensiero / Alessandro Della Casa. – Soveria Mannelli : Rubbettino, 2018. – 337 p. ; 23 cm. G.V.240
La religione dominante : Voltaire e le implicazione politiche della teocrazia ebraica / Antonio Gurrado. – Soveria Mannelli : Rubbettino, 2018. – 177 p. ; 23 cm. G.V.241
La Torà dei commentatori : commenti sulle Parashòt e sulle feste / Donato Grosser. – Morasha : Milano, 2018. – 384 p. ; 21 cm. – G.V.242
L’ ebreo venuto dalla nebbia : Venezia e Roma: due storie di ghetti / Mauri, Andrea. – Viterbo : Alter ego, 2017. – 114 p. ; 18 cm – G.I.128
Sei campi / Zdenka Fantlovà : traduzione di Ilaria Katerinov. – Milano : Tre60, 2018. – 303 p., [8] p. di tav. : ill. ; 21 cm – G.VI.182
La ragazza che non conosceva Shakespeare / Umberto Marino. – Villaricca : Cento Autori, 2017. – 186 p. ; 20 cm. – G.V.247
La notte della rabbia / Roberto Riccardi. – Torino : Einaudi, 2017. – 317 p. ; 22 cm. – G.V.246
Il tuo nome è una promessa / Anilda Ibrahimi. – Torino : Einaudi, 2017. – 230 p. ; 22 cm – G.V.245
Selva oscura / Nicole Krauss ; traduzione di Federica Oddera. – Milano : Guanda, 2018. – 323 p. ; 22 cm G.VI.181 Una cena al centro della terra / Nathan Englander ; traduzione di Silvia Pareschi. – Torino : Einaudi, 2018. – 238 p. ; 23 cm G.V.248 Dovrei proteggerti da tutto questo : un memoir / Nadja Spiegelman ; traduzione di Tiziana Lo Porto. – Firenze : Clichy, 2017. – 431 p. ; 20 cm G.V.244 La terra sotto i piedi / Anna Vivarelli. – Milano : Piemme, 2018. – 142 p. : ill. ; 21 cm. R.NAR.VIVA.2018  La storia di Hurbinek. – [Perosa Argentia] : LAR, 2017. – 56 p. : ill ; 17 x 24 cm. ((Titolo della copertina. – Sulla copertina: Scuola Primaria Statale “Hurbinek” Pinasca V.SHO.HURB.2017
Sono numerosi gli spunti emersi pochi giorni fa durante la presentazione, al Centro sociale della Comunità ebraica di Torino, del volume di rav Jonathan Sacks “Non nel nome di Dio. Confrontarsi con la violenza religiosa”, pubblicato da Giuntina. Tra questi spiccano le idee di identificazione monolitica e, per converso, di identità multiple, a proposito delle quali Elisabetta Triola ha sottolineato la vicinanza dell’impostazione di rav Sacks con quella delineata da Amartya Sen in “Identità e violenza” (Laterza). Secondo quest’ultimo va riconosciuta la pluralità delle identità di ciascun individuo, perché ognuno di noi appartiene contemporaneamente a molti gruppi diversi. È inevitabile, d’altronde, che proprio dal concetto di identità si originino i due atteggiamenti alternativi e complementari di inclusione ed esclusione. In altre parole, la forte coesione identitaria in un certo gruppo significa tendenzialmente aumentare la distanza da chi di quel gruppo non fa parte e, allo stesso tempo, l’innalzamento delle barriere che separano da un esterno porta a un rafforzamento dei legami interni. È inoltre evidente che le identità di un medesimo individuo non si escludano a vicenda, e che possano tranquillamente convivere: tanto per fare un esempio, si può essere ebrei, vegani, matematici e tifosi della Juventus. La violenza identitaria, quella stessa che da anni occupa le prime pagine dei giornali, nasce quando si afferma l’idea di appartenere a una sola collettività. Solo come ebrei, come musulmani, come vegani eccetera. E, ancora più pericolosamente, quando l’idea di appartenenza monolitica viene applicata dall’esterno a un Altro, a cui si attribuisce allora il carattere di nemico non in base alle sue scelte o idee, ma alla rappresentazione identitaria che di lui abbiamo costruito. Questo approccio, a mio modo di vedere convincente, come è ovvio non è unanimemente condiviso. Mi sembra però imprescindibile partire da qui per cercare di capire tanti fenomeni contemporanei: non solo quelli eclatanti come il terrorismo islamista o il razzismo diffuso negli ambienti di destra più o meno estrema, ma anche tendenze significative che riguardano il mondo ebraico e le nostre comunità. Giorgio Berruto, Hatikwà

Convegno religione e democrazia

A 170 anni dallo Statuto albertino, a 80 dalle leggi razziali

Il 2018 è un anno particolare in quanto ricorrono i 170 anni della firma dello Statuto da parte del re Carlo Alberto (1848) e, con esso, della concessione dei diritti civili ai Valdesi e agli Ebrei; ma, d’altra parte, ricorrono anche gli 80 anni delle famigerate leggi razziali che il regime fascista promulgò nel 1938, dando inizio così alle persecuzioni che culminarono con i grandi rastrellamenti del 1943. Sono due date su cui occorre riflettere perché, unitamente al fatto che da oltre vent’anni giace in Parlamento una nuova legge sulla libertà religiosa, danno il senso di come nel nostro Paese la libera espressione della fede e del culto sia sempre molto fragile. Il 16 febbraio 2018 si è tenuto il convegno. La registrazione è disponibile:

Depliant_convegno RELIGIONE E DEMOCRAZIA

   

Newsletter della Comunità

Caro lettore,

A partire da questo mese il Notiziario si rinnova e cambia veste grafica.

Innanzitutto viene ricavata una Newsletter direttamente dal Sito “Torino Ebraica“: Sito che é entrato in uso dal mese di febbraio.

É un Sito dinamico visualizzabile da PC, ma anche da cellulare e tablet, aggiornato giornalmente e sul quale vengono caricate le Attività man mano che sono organizzate e approvate: vuol dire che troverai, per esempio, già alcuni eventi dei mesi successivi.

Ti invitiamo, quindi, a Registrarti al Sito e ad accedere in seguito con la funzione Login.

Troverai non solo il Calendario aggiornato, ma anche Articoli, Lezioni e Derashot, Comunicazioni varie (p.e. date per ordini carne), gli orari delle Tefilloth, le regole di Pesach e molto altro ancora.

Chiaramente ci sono alcuni dettagli da perfezionare, chiediamo perciò la tua comprensione per eventuali cambiamenti: per esempio in questa prima edizione troverai gli appuntamenti dopo le comunicazioni.

Le Norme rituali per Pessach sono in questa e-mail.

 

Fondi e Tzedakah

La tzedakah fa parte fondamentale ed integrale della nostra tradizione.

Fondi gestiti dalla Comunità Ebraica di Torino

La Comunità gestisce direttamente diversi fondi. Le donazioni possono essere indirizzate a destinazioni specifiche, indicandolo all’amministrazione, oppure lasciato alla discrezione della Comunità.  Si tratta di oblazioni a differenza del contributo Statutario Comunitario annuale dovuto dagli iscritti.

Fondo Isacco Levi, Sportello Sociale, Fondo a disposizione del Rabbino Capo, Beit HaKnesset, Fundraising per la Conservazione del Tempio Grande di Torino, Scuola, Casa di Riposo

Fondi Esterni

As.S.E.T., KKL, Keren Hayesod, Piemonte Ebraico Onlus, Tsad Kadima, ADEI-WIZO

Per dettagli dei vari fondi riferirsi alla pagina Fondi e Tzedakah.

Nuovi ingressi in biblioteca

Febbraio 2018

La notte di Auschwitz : diario inedito di un ebreo olandese / Jo Koopman ; introduzione di Piero Stefani ; traduzione dal neerlandese di Alba Maria Tarozzi. – Bologna : EDB, 2018. – 143 p.; 18 cm  G.I.211

La casa dei sopravvissuti : erano ebrei in fuga dalla deportazione: lui li salvò / Kim Brooks. – Roma : Newton Compton, 2018. – 330 p. ; 24 cm. G.V.213

Da Primo Levi alla generazione dei salvati : incursioni critiche nella letteratura italiana della s. – Firenze . Giuntina, 2017. – 179 p. ; 24 cm G.V.214

Scienza in esilio. Gustavo Colonnetti e i campi universitari in Svizzera (1943-1945) / a cura di Erika Luciano. – Milano : Egea, 2017. – XII, 232 p. : ill. ; 23 cm.G.V.212

Primo Levi: ancora qualcosa da dire : conversazioni e letture tra biografia e invenzione / Giovanni Tesio. – Novara : Interlinea, 2018. – 153 p. : ill. 21 cm G.V.215

I diari dell’Olocausto : i racconti e le memorie inedite delle giovani vittime delle persecuzioni n. – Roma : Newton Compton, 2018. – 520 p. ; 24 cm.G.V.216

Di notte sognavo la pace : diario di guerra 1941-1945 / di Carry Ulreich ; a cura di Bart Wallet ; traduzione di Giorgio Testa. – Milano : Longanesi, 2018. – 407 p., [18] p. di tav. : ill. ; 23 cm G.V.217

Manoello volgare : i versi italiani di Immanuel Romano (1265-1331?) / Umberto Fortis. – Livorno : Belforte, 2018. – 132 p. : ill. ; 21 cm. G.V.218

Ilse Weber, l’ultimo Lied : lettere e poesie da Theresienstadt / Rita Baldoni ; prefazione di Roberto Olla ; con un saggio di Viktor Ullmann . – Livorno : Belforte, 2017. – 291 p. : ill. ; 21 cm G.V.220

L’insegnante : romanzo / Michal Ben-Naftali ; traduzione di Alessandra Shomroni. – Milano : Mondadori, 2018. – 183 p. ; 23 cm. G.V.221

Melodie ebraiche / Heirich Heine ; a cura di Lilliana Giacoponi ; prefazione di Vivetta Vivarelli. – Firenze : Giuntina, 2017. – 206 p. ; 20 cm G.I.212

Giorni luminosi : romanzo / Aharon Appelfeld ; traduzione di Elena Loewenthal . – Milano : Guanda, 2018. – 279 p. ; 22 cm G.V.223

Sionisti cristiani in Europa : dal Seicento alla nascita dello Stato d’Israele / Elia Boccara ; prefazione di Marco Cassuto Morselli. – Firenze : Giuntina, 2017. – 228 p. ; 24 cm G.V.224

I luoghi della Shoah in Italia / Bruno Maida. – Torino : Edizioni del capricorno, 2017. – 157 p. : in gran parte ill. ; 23 cm G.V.222

Il violino di Auschwitz / Anna Lavatelli ; illustrazioni di Cinzia Ghigliano. – Novara : Interlinea, ©2017. – 86 p. : ill. ; 21 cm V.SHO.LAVA.2017

Kol Dodi Dofek : ascolta! Il mio amato Bussa / Joseph Dov Beer Soloveitchik ; In memoriam di Vittor. – Livorno : Belforte, 2017. – 132 p. ; 21 cm G.I.213

Corrispondenza / Paul Celan, Nelly Sachs ; a cura di Barbara Wiedemann ; edizione italiana a cura di Anna Ruchat. – Firenze : Giuntina, 2017. – 198 p. : ill. ; 20 cm

In compagnia della tua assenza / Colette Shammah. – Milano : La Nave di Teseo, 2018. – 219 p. ; 20 cm G.I.214

Ebrei, una storia italiana. I primi mille anni / a cura di Anna Foa, Giancarlo Lacerenza e Daniele Jalla. – Milano : Electa, stampa 2017. – 306 p. : in gran parte ill. ; 24 cm. G.V.225

Da duemila anni / Mihail Sebastian ; traduzione di Maria Luisa Lombardo. – Roma : Fazi, 2018. – 278 p. ; 21 cm G.V.226

 I prescelti / Steve Sem-Sandberg ; traduzione di Alessandra Albertari. – Venezia : Marsilio, 2018. – 573 p. ; 23 cm. G.V.227

Nuovi studi su Isacco Lampronti : storia, poesia, scienza e Halakah / a cura di Mauro Perani. – Firenze : Giuntina, 2017. – 316 p. : ill. ; 24 cm. G.V.229

Strappati all’oblio : strategie per la conservazione di un luogo di memoria del secondo Novecento :. – Firenze : Altralinea, 2017. – 231 p. : il. ; 25 cm. E.VIII.99

Il futuro non si cancella / Margherita Becchetti. – Rimini ; Reggio Emilia : Panozzo ; Istoreco, 2015. – 150 p. ; ill. ; 21 cm. + 1 DVD. G.V.231

Layla e la legge del ritorno / Gabriella Serravalle. – Torino : Neos, 2017. – 55 p. ; 20 cm G.I.215

 Il nuovo ordine israeliano : oltre il paradigma dei due Stati / Claudia De Martino. – Roma : Castelvecchi, 2017. – 78 p. ; 21 cm G.V.232

Dottor Georgie / Israel Joshua Singer. – Bagno a Ripoli : Passigli, 2017. – 62 p. ; 19 cm G.I.216

L’ebraismo dalla A alla Z : parole chiave per rimuovere errori e luoghi comuni / a cura di Paul Pet. – Bologna : EDB, 2018. – 140 p. ; 21 cm. G.V.233

La mia battaglia / Adolf Hitler. 2: Analisi /a cura di Vincenzo Pinto. – Torino : Free Ebrei, 2017. – VI, 357 p. : ill. ; 24 cm.

Giorgio Bassani: prigioniero del passato, custode della memoria / Sophie Nezri-Dufour. – Firenze : Cesati, 2018. – 108 p. ; 23 cm G.V.234

 

La grandezza della normalità

La parashah di Yitrò, sebbene contenga la narrazione della più grande rivelazione divina della nostra storia sul monte Sinai, si apre con un preambolo estremamente umano, quando Yitrò, sacerdote di Midian, si reca da Mosheh. Quanto Yitrò vide infatti fu fonte di grande preoccupazione, poiché Mosheh guidava il popolo da solo, e ciò poteva avere delle conseguenze negative per il popolo e per Mosheh stesso. Yitrò pertanto consiglia di delegare l’amministrazione del potere, occupandosi solo dei casi più difficili. E’ interessante notare che Yitrò definisce il comportamento di Mosheh “lo tov”, espressione che compare solamente in un altro passo della Torah, quello che prelude alla creazione della donna (Bereshit 2,18 “lo tov eiot adam levaddò – non è bene per l’uomo essere solo”). Il messaggio è chiaro: sia l’amministrazione del potere che la nostra stessa esistenza non possono proseguire rimanendo soli. Questo è uno dei principi fondamentali dell’antropologia biblica. Il termine che designa la vita, chayim, è plurale. La vita è essenzialmente condivisa. Concepire la vita religiosa come un fatto personale, solamente intimo, è un pensiero alieno alla visione ebraica. Il discorso di Yitrò tuttavia presenta una difficoltà, rilevata dal Netziv. E’ assolutamente evidente come la nuova costruzione possa portare giovamento a Mosheh, aveva troppo lavoro da svolgere. Ma quello che è meno comprensibile sono le ultime parole di Yitrò, che dice che in questo modo le persone torneranno in pace. Loro non erano esauste. Il sistema di delega non li avrebbe avvantaggiati, anzi, sarebbero stati ascoltati, ma non da Mosheh in persona. Come sarebbe quindi considerabile un vantaggio? Il Netziv cita un brano del Talmud in massekhet Sanhedrin (6b) sul bitzua’, ciò che sarebbe stato poi chiamato pesharah, il compromesso. Il giudice in questo caso cerca una soluzione basandosi sull’equità piuttosto che sull’applicazione rigorosa della legge. Si tratta di una modalità di risoluzione del conflitto in cui entrambe le parti ottengono qualcosa, diversa dall’amministrazione della giustizia in cui uno vince e l’altro perde. Il Talmud si chiede se questo sistema sia da adottare o da evitare, e su questo punto emergono posizioni divergenti; R. Eli’ezer, figlio di R. Yosè ha-Galilì ritiene che sia vietato comportarsi in questo modo. Yqqov ha-din et ha-har – che la legge buchi la montagna. Questo era il modo di comportarsi di Mosheh. Aharon invece amava e perseguiva la pace. Un altro Maestro pensava invece, basandosi su un verso del profeta Zekhariah, che fosse corretto comportarsi così, perché giustizia e pace non vanno a braccetto. Dove c’è giustizia non c’è pace, dove c’è pace non c’è giustizia. Per trovare una forma di giustizia che conviva con la pace abbiamo bisogno del compromesso. La halakhah, come è risaputo, segue questa ultima opinione. Bisogna cercare la mediazione, ma con una importante limitazione, che il giudice non sappia ancora chi ha ragione e chi ha torto. L’incertezza iniziale del giudice è quello che permette l’avviamento della procedura di mediazione. Cercare il compromesso quando al giudice è chiaro chi ha ragione vorrebbe dire sopprimere la giustizia. Tornando alla nostra storia il Netziv ritiene che Mosheh preferisca la rigida giustizia alla pace. Non cercava compromessi. Inoltre, essendo un profeta, sapeva all’istante chi aveva veramente ragione. Per questo non aveva la possibilità di mediare. Il sistema di delega avrebbe portato nell’amministrazione della giustizia persone comuni, che proprio perché persone comuni avrebbero proposto soluzioni eque soddisfacenti per le parti in causa. Entrambi guadagnano ed entrambi credono che il risultato ottenuto sia giusto. Questa è l’unica giustizia che porta pace, e in questo senso la società ne trae giovamento. Mosheh è Yish ha-Eloqim, ma c’è qualcosa che non può fare e che altri, neanche lontanamente paragonabili a lui, potevano fare. Potevano portare ad una risoluzione non violenta dei conflitti. Non conoscendo intuitivamente la verità dovevano essere pazienti, ascoltare le parti, ed arrivare ad una soluzione che soddisfacesse tutti. Un mediatore ha caratteristiche differenti da un giudice, un profeta, o un salvatore, ma a volte la sua presenza si rivela assolutamente necessaria. Questo non significa sminuire la figura di Mosheh. Vuol dire piuttosto che nessuna figura ha da sola tutte le virtù necessarie per sostenere un popolo. Un sacerdote non è un profeta, un capo militare non può essere al contempo un uomo di pace. Non possiamo vivere da soli. L’ebraismo non è una questione individuale. E’ una fede sociale, basata su reti di relazioni, familiari, comunitarie, nazionali. Ognuno di noi, grande o piccolo che sia, può ritagliarsi il suo spazio. Ognuno di noi ha qualcosa da dare alla collettività.

Hilkhot Bishul – III parte

E’ permesso versare dell’acqua calda, persino da un kelì rishon (recipiente che si trova o sia stato in precedenza su una fonte di calore), su dell’acqua fredda. In generale infatti si dice che “tachton gover – l’inferiore predomina” sul superiore e lo raffredda. La situazione contraria tuttavia comporta una trasgressione. Versando infatti dell’acqua fredda su dell’acqua calda, quest’ultima scalda l’acqua fredda. Se però l’acqua si trova in un kelì shenì (secondo recipiente, che non è stato su una fonte di calore),anche se il liquido in esso contenuto è caldo (con una temperatura superiore ai 40- 45 gradi, a seconda delle opinioni), è permesso versarvi dell’acqua fredda. Alcuni permettono anche di versare acqua fredda in grande quantità in un kelì rishon, perché essendo in quantità maggiore rispetto all’acqua calda non sarà possibile scaldarla, ma verrà solamente intiepidita. Infatti l’acqua fredda si mescolerà istantaneamente con l’acqua calda raffreddandola. Quanto detto è applicabile unicamente nel caso in cui l’acqua fredda venga versata tutta assieme, ma se viene versata a poco a poco è proibito, perché la poca acqua fredda versata viene immediatamente scaldata, e il fatto che successivamente, continuando a versare, si raffreddi, non è rilevante.

Storpiature metriche

Il numero 19 di Torat Chayim ospita un’interessante e affettuosa discussione fra Leo Levi e Rav Artom per via di una divergenza di vedute sorta all’interno del Tempio Italiano di Gerusalemme. Il testo di Leo Levi, dal titolo “Stonature, metrica medievale e letti di procuste” prende spunto dalle tefillot di Kippur recitate da Rav Artom, tefillot, per dirlo con le parole di Leo Levi “recitate, più che cantate, dalla stonatissima voce di M. Emanuele Artom”. Indipendentemente dalle senz’altro divertenti parole di Levi, la questione posta è quanto mai interessante e se si vuole attuale per chi ha un minimo di dimestichezza con la chazanut. Cercando di semplificare il discorso di Levi, che ben presto diviene decisamente tecnico, vengono poste diverse questioni che si rivelano utili per ricostruire alcune tendenze nella parabola degli stili chazanistici italiani. Anzitutto nel bet ha-keneset si nota una tendenza abbastanza generalizzata di ricerca di esibizione di “belcanto (?)” con “arabeschi sefardizzanti” e “melliflui glissando”, non il linea con la tradizione liturgico-musicale del rito italiano. Lo stile degli Artom padre e figlio,con la loro dizione, “fredda, incolore o monotona, senza nasalità nè mollezze, ma seria composta e fedele alle antichissime melodie del rito italiano” ha soddisfatto coloro che nella preghiera cercavano serietà e intimità. Tralasciando tuttavia l’apprezzamento, Levi muove una critica ad alcune incredibili storpiature nella metrica dei pyiutim, indipendenti dall’assenza di orecchio musicale che non consente di eseguire correttamente le delicate linee melodiche dei canti. Il problema non è cosa da poco, perché il problema della corrispondenza fra la linea melodica e lo schema metrico degli inni è una questione affrontata in molti volumi relativamente al problema parallelo dell’esecuzione chiesastica degli inni ambrosiani e gregoriani. Levi, per illustrare la sua affermazione, riporta un lungo passo del Sesini su un tema molto caro agli studiosi di liturgia medievale: l’esecuzione degli inni ambrosiani, i più antichi nella liturgia cristiana, che risalgono al IV sec. e sono quindi coevi dei più antichi pyiutim ebraici. Per questi inni la questione posta da Levi è irrilevante, perché il latino medievale aveva una sintassi “sciolta”, che non esigeva alcun ordine nelle parti del discorso. La stessa caratteristica può essere individuata negli antichi pyiutim, che tuttavia hanno dei principi formali ben precisi, prima dell’isosillabismo (un certo numero di sillabe uguale per ogni verso, indipendentemente dagli accenti tonici) e dell’isotonia (un numero di accenti tonici prefissato in ogni verso, lasciando indeterminato il numero di sillabe atone fra un accento e l’altro), poi i metri o mishqalim arabi, in cui ogni verso o emistichio è presente un numero preciso di vocali accentati e semivocali atone. Un esempio del primo tipo di pyiut è Ahavta Tzedeq watisnà resha della sera di Kippur, del secondo tutti i pyiutim della sera di Kippur m, da Ya’aleh tachannunenu fino aYom Ya’alah niqrà, del terzo tipo Yigdal e Adon ‘Olam. A tutti questi inni molti secoli fa vennero applicate delle melodie, risalenti al medioevo, epoca in cui il passaggio dalla lettura metrica alla lettura tonica ancora non era avvenuto. Nell’ebraico il valore delle sillabe lunghe era ancora percepito come diverso da quello delle sillabe brevi e brevissime. Probabilmente molte delle parole che oggi leggiamo ossitone erano pronunciate parossitone, ed il ritmo del discorso era più femminile che maschile, più trocaico che giambico. Con ogni probabilità anche la poesia ebraica risentiva di questa tendenza, con un’accentuazione e forse un ritmo più quantitativo che qualitativo, e certo più trocaico che giambico. La riprova è proprio la melodia dei pyiutim italiani e dei te’amim italiani, tutti a conclusione femminile. Dopo questa premessa Levi entra nel merito per contestare Rav Artom sui versi in cui il significato logico non corrisponde alla divisione strofica. Porta due esempi fra molti, Yisrael bechirè El, dove il verso Zekhor etan – asher natan – benò yechidò – lazevachim viene diviso Zekhor etan – asher natan benò yechidò – lazevachim o l’Yigdal dove il verso lo yachalif haEl – welò Yamir – datò le’olamim diventa (adducendo ragioni teologiche) lo yachalif haEl – welo yamir datò – le’olamim. Artom infatti ritiene che cantando altrimenti l’Ygdal la parola datò risulterebbe legata a lezullatò. Levi ricorda che il rito italiano con ogni probabilità mantiene intatte tradizioni palestinesi del primo medioevo, preislamiche o preiberiche. Rari sono pertanto i melismi e le ripetizioni di parole dei testi per adattarle a metri musicali presi in prestito da altri testi, o comunque non composti assieme ai testi poetici originari. Levi porta come esempio la melodia sefardizzante del Mizmor leDavid, pieno di “inverosimili e illogiche ripetizioni”. Estrapolare un criterio estetico a periodi in cui esso non si applica è un palese errore storico-estetico: non si può pretendere per esempio di applicare melodie metriche alla poesia biblica, basata su parallelismi di concetti più che su ritmi di sillabe; ad essa si adatta di più il sistema dei te’amim. Non ha senso allo stesso modo “risciacquare i panni” a celebri poeti recitando gli inni liturgici. Potremo pensare che una certa poesia non è di nostro gusto, ma non potremo dire che è bella o brutta, o giusta o sbagliata. Rispondendo Rav Artom non intende entrare nel merito, non avendone gli strumenti, ma crede che non vi sia nesso fra le conclusioni di Levi e l’esecuzione dei pyiutim. Nella tefillah è essenziale esprimere certi sentimenti e certe richieste. Ovviamente la preghiera può essere resa più piacevole dalla musica, ma l’essenziale è il significato della tefillah, e l’abbellimento deve passare in seconda linea. Quindi è meglio che l’esecuzione musicale sia anti-estetica e anti-storica e non guasti l’espressione del contenuto della tefillah. Rav Artom comunque ritiene che il suo comportamento non sia una sua invenzione o un’invenzione del Tempio Italiano di Gerusalemme, poiché i chazanim italiani hanno sempre adattato le musiche al senso della tefillah: se ne può avere testimonianza ascoltando i vecchi chazanim, o vedendo le annotazioni dei chazanim sui machazorim antichi, da cui risulta che si debbono fare le pausa secondo il senso e non secondo il metro.