Ricordo di Tullio – z.l.

Lo scorso 11 agosto – 21 Av è scomparso Tullio Levi z.l., per lunghi anni e in più mandati Presidente della nostra Comunità.

Pubblichiamo di seguito un Suo ricordo, affidato alla penna di Franco Segre, uno dei suoi amici più stretti e insieme a lui protagonista per molti decenni della vita comunitaria.

Tullio Levi ci ha lasciati. La mancanza del suo pensiero e del suo dinamismo ci lasciano sgomenti!
Come potremo fare a meno del suo orientamento ideologico ed operativo? Questo si può condensare in poche parole: guardare al futuro; pensare al futuro; agire per il futuro. Ed il futuro iniziava per lui in ogni istante presente: per Tullio non era concepibile l’attesa. Di fronte ad ogni stimolo che gli sollecitasse un’azione, la proiezione in avanti del tempo iniziava immediatamente; l’azione non poteva aspettare.
Nei tanti anni trascorsi, Tullio è stato per me (e, ritengo, per tante altre persone) ben di più di un amico. Con lui, fin dall’infanzia e dalla giovinezza, ho condiviso una grande quantità di situazioni e problemi in seno all’ebraismo torinese e italiano: dalla scuola al Centro Giovanile Ebraico, alla FGEI, al Consiglio della Comunità, all’UCEI, alla nascita ed alla vita del Gruppo di Studi Ebraici e del periodico Ha-keillah, ai molteplici rapporti con istituzioni culturali e religiose.
Dobbiamo riconoscere a Tullio il merito ed il coraggio di aver operato per profondi cambiamenti in seno alla Comunità ebraica, per trasformarla da un ente burocratico e chiuso in se stesso, come l’abbiamo trovata quando eravamo giovani, spesso concepita solo come istituzione fiscale e di culto, ad un organismo dinamico, inserito attivamente nella vita culturale della città e vivacemente attento alle dinamiche del presente, alle scelte cittadine, alla diffusione dei valori ebraici, ai confronti inter-religiosi, ai rapporti con Israele, alla lotta contro l’antisemitismo. Ed inoltre, all’interno della Comunità, è sempre stato attivo il suo interesse nel promuovere e sostenere le iniziative dei giovani e quelle didattiche per giovani ed adulti.
Abbiamo affrontato momenti difficili, in cui la Comunità torinese si è trovata divisa su scelte fondamentali: sebbene non avessimo sempre condiviso le nostre posizioni nell’ambito metodologico e operativo, abbiamo sempre optato per il pieno rispetto e per la comprensione de reciproci atteggiamenti, nel comune orientamento ideologico, nella comune coscienza che la varietà delle idee e dei metodi costituisca di per sé un valore anziché un difetto, e nel tempo risulti vincente.
Adesso è un nostro dovere, di fronte a tanta attività, riguardare al passato, a quel grande ottimismo di Tullio che non si è mai arrestato ed occultato: ciò è doveroso non solo per alimentare facili riconoscimenti di meriti, ma per trarne l’esempio per nuove problematiche di oggi e di domani, per mantenere vivo un ebraismo torinese e italiano che tanto ci ha dato e tanto può ancora fornirci in futuro in un contesto che si presenta sempre più difficile.
Franco Segre

Dal Giorno della Memoria al 17 Febbraio

Le numerosissime iniziative collegate a vario titolo al Giorno della Memoria si sono idealmente concluse con il 17 febbraio, anniversario della concessione dei diritti civili ai Valdesi. Potremmo chiederci quale sia il legame fra questi momenti del calendario civile. Presto detto: non a caso, la tradizionale riflessione presso la Casa Valdese è stata dedicata quest’anno al tema dell’avanzata del nuovo antisemitismo, e il giorno successivo, il 17, il Consiglio comunale ha indetto una manifestazione per condannare gli episodi antisemiti che hanno macchiato la nostra città e la nostra regione negli ultimi giorni. Il GDM, sempre di più, è accompagnato da grandi emozioni e grandi polemiche, impegnando la Comunità in modo significativo. Urge però una riflessione sul senso della giornata e del nostro coinvolgimento: al Cimitero, alla cerimonia presso la Lapide dei deportati, c’erano pochissimi membri della Comunità, tanto che non è stato possibile recitare un qaddish; poco dopo in Sala Rossa il Presidente del Consiglio comunale ha espresso preoccupazione, proprio nel GDM, per l’antisemitismo crescente e per la violazione dei diritti umani in Israele, quasi a sottintendere dei collegamenti logici perversi fra Shoà, antisemitismo e situazione mediorientale. Nell’ottica di un ripensamento delle cerimonie ufficiali del GDM, assieme al presidente Disegni, ho chiesto all’amministrazione comunale che venissero coinvolte direttamente le scuole della città. La scuola ebraica ha avuto l’onore di essere la prima ad intervenire in questa nuova veste. In quella occasione, al cimitero, tre alunni della nostra scuola sono intervenuti con un sentito discorso presso la Lapide dei deportati, ed il 17 febbraio in Piazza Palazzo di Città Mattia Terracina, della III media ha pronunciato le parole che riportiamo di seguito. Rav Ariel Di Porto

Buona sera a tutti,

saluto e ringrazio la Sindaca, i rappresentanti delle istituzioni e tutti voi che siete venuti qui per esprimere la condanna dei gravi gesti di intimidazione che si sono verificati negli ultimi giorni a  Torino ed in altre località italiane e la solidarietà verso le vittime di insulti e minacce.

Mi ha colpito il fatto che qualche ignorante abbia osato sporcare con simboli nazisti proprio la casa di Lidia Rolfi, la staffetta partigiana, deportata a Ravensbrück quando non aveva ancora vent’anni, impegnata come testimone nella trasmissione della memoria a tanti ragazzi delle scuole. Io non l’ho conosciuta, ma mia mamma sì; fu Lei a raccontarle, proprio in quella casa, di guerra partigiana e dei lager, a prepararla per la visita al campo di Mauthausen negli anni del Liceo.

A Pomezia hanno fatto scritte antisemite davanti a due scuole; a pochi kilometri c’è Roma, il mio bisnonno paterno fu arrestato nel 1944 e si salvò miracolosamente dalla deportazione corrompendo un fascista con i pochi soldi che aveva in tasca mentre i suoi genitori finirono in campo di concentramento, ad Auschwitz.

A Torino hanno disegnato una Stella di Davide sulla casa di Marcello Segre. Il mio bisnonno e suo padre furono amici nella loro gioventù a Saluzzo e ora sono sepolti vicini nel cimitero ebraico.

Non è la prima volta che accadono atti antisemiti, ogni tanto succede.

Mio nonno mi ha raccontato che nel 1973, a Saluzzo, persone rimaste sconosciute entrarono di notte nel Cimitero Ebraico e spezzarono numerose lapidi. La guerra era finita da una generazione e a Saluzzo viveva solo più la nostra famiglia, mentre 29 cittadini saluzzesi, la maggior parte degli ebrei della città, erano stati deportati ad Auschwitz ed assassinati.

 L’Amministrazione cittadina volle intervenire con generosità nella sostituzione delle lapidi “infrante da mano sacrilega ignara del definitivo rifiuto al ritorno di barbari tempi  che ogni fede accomuna”.

 La scritta incisa nel marmo è difficile, intende esprimere più concetti importanti.

A me sono rimaste impresse due parole: “definitivo rifiuto”, che possono essere assunte come slogan anche oggi per esprimere il significato di questa nostra manifestazione: la Repubblica Italiana rifiuta il razzismo, e questo rifiuto è definitivo, scritto nella Costituzione.

I fascisti credevano in una razza superiore a cui le altre dovevano inchinarsi.

Noi crediamo nell’assoluta uguaglianza di diritti e di doveri.

Il Fascismo privilegiava la religione cattolica su tutte le altre fedi.

Oggi, citando la Costituzione: “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”.

Il Fascismo escluse gli studenti ebrei dalle scuole, licenziò  gli insegnanti ebrei.

Oggi io posso scegliere se frequentare una scuola pubblica o una scuola paritaria, quella ebraica, che ha l’ebraico e l’ebraismo come elementi fondamentali, che ha un metodo di studio basato sulla discussione e posso confrontarmi con i miei compagni, ebrei e non ebrei.

Queste scritte sono un campanello d’allarme per tutti, non solo per gli ebrei. Il popolo ebraico è spesso il primo a subire l’intolleranza ma mai il solo ad esserne colpito. Puntualmente essa si espande a tutto il resto della società, come ci insegna la storia.

Ed è per questo che siamo qui, per reagire subito, facendo sparire le scritte, manifestando contro l’odio razzista e antisemita. Questa è la risposta a chi si nasconde nella notte, come un ladro, per rievocare vecchi spettri di cui non saremo mai di nuovo vittime.

Invece io oggi sono qui, a viso aperto, a ribadire che non ho paura,  e che, come tutti voi,

credo in una sola cosa: nell’uguaglianza tra tutte le persone.

Mattia Terracina

Un’etica della responsabilità ambientale

Negli ultimi anni, il mese di gennaio è divenuto sempre di più un mese dedicato al rapporto della comunità con la città e il mondo circostante, per via delle numerose iniziative collegate alle due giornate istituzionalizzate del 17 e del 27 gennaio, la giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo fra Cattolici ed Ebrei e il Giorno della memoria.

La visita del Vescovo del 15 gennaio ha fatto registrare una buona presenza di pubblico, principalmente esterno alla Comunità, segno di un interesse costante, se non crescente, rivolto al mondo ebraico. Altrettanto posso dire della mia visita del 16 a Cuneo, nella quale una sala gremita ha seguito con partecipazione una mia lezione introduttiva al Cantico dei Cantici.

Desidero ringraziare poi coloro che si sono adoperati rappresentando la comunità nei vari appuntamenti che si sono svolti in questi giorni praticamente in tutta la regione.

Un appuntamento interno degno di nota nel mese di febbraio è il tradizionale seder di Tu BiShvat, che si terrà domenica 9 febbraio 2020 nel pomeriggio. La collocazione oraria inusuale è dettata dal desiderio di coinvolgere al massimo i bambini della comunità.

Fra le ricorrenze del nostro calendario, Tu BiShvat è quella che tocca più direttamente un tema di strettissima attualità, quello della salvaguardia ambientale. Apparentemente la Torà sembra disinteressarsi dalla questione, affrontandola esplicitamente solo in tempo di guerra, quando proibisce la distruzione, durante l’assedio di una città, degli alberi da frutto. Come è noto tuttavia i chakhamim hanno esteso notevolmente il principio (bal taschit) riferendolo a numerose altre realtà ed applicandolo anche in tempo di pace, ponendo in tal modo la base per un’etica che preveda una responsabilità ambientale. Circa il motivo di questo ampliamento Rav Sacks ritiene che vi sia la ricerca di una corrispondenza con altri aspetti della halakhah e del pensiero ebraico. La Torà mostra interesse rispetto a quell’ambito che chiameremmo al giorno d’oggi sostenibilità. Il riposo dello Shabbat, dell’anno sabbatico e del giubileo intendono porre dei limiti al perseguimento sfrenato della crescita economica. Queste limitazioni ci rendono consapevoli di essere delle creature, oltre che dei creatori, e ci fanno comprendere che la terra non appartiene a noi. La Torà pone varie limitazioni nel nostro uso del mondo animale e vegetale. Fornendo una visione di insieme Hirsch sostiene che esiste una sorta di giustizia sociale che si estende dalle relazioni umane a queste realtà, come se facessero parte di un’unica grande famiglia. Adam è stato posto nel giardino dell’Eden per lavorarlo e custodirlo. I verbi usati sono significativi: l’uomo deve mettersi al servizio della natura, e non solo sfruttarla, e deve proteggerla, divenendo consapevole di non essere il padrone della terra, vigilando responsabilmente.

La valutazione dell’impatto che l’uomo può esercitare sul mondo circostante è una scoperta tutto sommato recente. L’approccio dei chakhamim dovrebbe guidarci nell’elaborazione delle strategie necessarie per affrontare questa pericolosissima situazione.

Rav Ariel Di Porto

L’impegno del consiglio e le responsabilita’ della Comunità

Il bilancio preventivo per l’esercizio 2020, presentato all’Assemblea degli iscritti il 17 dicembre u.s., è il primo predisposto dal nuovo Consiglio della Comunità, eletto nello scorso mese di aprile. Come già per quello relativo all’anno precedente, anch’esso chiude in sostanziale pareggio, ma va sottolineato che in questo caso tale risultato-obiettivo si prevede venga ottenuto non tanto grazie a quei fattori straordinari che si sono verificati nel corso del 2019, ma quasi esclusivamente grazie all’eccezionale lavoro svolto per conseguire una più elevata redditività del patrimonio mobiliare e immobiliare, una riduzione dei costi, una maggiore efficienza complessiva della struttura, il recupero di crediti da tempo pendenti e l’aumento del gettito tributario e delle erogazioni liberali da Enti e da privati. La messa in ordine dei conti della Comunità è dunque un prerequisito indispensabile per consentire all’Ente di adempiere alle molteplici funzioni che esso è chiamato a svolgere e la cui importanza è sempre più evidente. Stiamo vivendo tempi oscuri, nei quali i diritti all’uguaglianza, e nello stesso tempo alla diversità, sembrano vacillare di fronte a crescenti fenomeni di odio e di intolleranza quali mai si erano verificati dagli anni successivi all’ultima Guerra. Assistiamo attoniti a uno sdoganamento di manifestazioni di razzismo, antisemitismo, negazionismo, che ci devono indurre alla più attenta vigilanza e a un’incessante azione educativa e culturale nei confronti delle giovani generazioni, alle quali vengono presentate visioni false e tendenziose della storia del secolo scorso e proposti modelli di riferimento inquietanti e inaccettabili. Le responsabilità che gravano su una Comunità ebraica sono allora immense e richiedono la massima condivisione e il massimo sostegno da parte di tutti i suoi membri, per garantire un futuro sereno in un Paese che vogliamo democratico e fondato sui valori, mai così attuali, sanciti dalla Costituzione della Repubblica. Ma la Comunità deve essere anche e soprattutto il punto di riferimento cui tutti gli iscritti devono guardare per un’educazione ebraica dei nostri ragazzi e per lo svolgimento di una vita ancora e sempre ispirata ai principi che per millenni hanno regolato l’esistenza del popolo ebraico. Solo la partecipazione di tutti, l’impegno nella vita comunitaria e la concreta collaborazione, ciascuno secondo le proprie inclinazioni e le proprie possibilità, nei vari filoni in cui l’attività della Comunità si esplica possono dare un senso compiuto al grande lavoro di gestione quotidiana della macchina cui il Consiglio attende con professionalità e dedizione. Dario Disegni

Un nuovo ristorante per Torino 

 

Dopo alcuni anni Torino torna ad avere un punto di ristorazione Kasher, Enò (via Galliari 12 – 011 6596031 – enotorino@gmail.com) . Ernesto Catalano, che negli ultimi mesi ha organizzato vari catering per festività familiari in comunità, ha fortemente voluto affrontare questa sfida, offrendo questa nuova interessante opportunità, per vivere dei momenti conviviali in un’atmosfera familiare. Una premessa importante: i numeri di Torino non consentono di costruire un servizio esclusivo che sia in grado di sostenersi da solo; il ristorante dispone pertanto di due cucine attrezzate, di cui solo una è kasher (di latte, chalav stam) e sotto il controllo costante della comunità. E’ indispensabile fare presente al personale di volersi avvalere del servizio kasher. Il servizio non viene offerto nei giorni di Shabbat e Mo’ed, e il lunedì, giorno di riposo settimanale. Ci sono due menù differenti che variano periodicamente, uno per il pranzo, che comprende anche delle pizze, e uno per la cena. E’ possibile prenotare pizze da asporto (anche di sera) e pasti sabbatici (entro il venerdì alle 10). L’augurio è che questa nuova iniziativa possa essere apprezzata dal pubblico ed avere il successo che si merita.

La Comunità Ebraica di Torino bandisce un concorso intitolato alla memoria di Daniele Levi z.l. per una borsa di ricerca destinata a laureandi e dottorandi avente come tema una ricerca su aspetti della storia degli Ebrei in Italia. link: CONCORSO DANIELE LEVI

“Le Mitzwòt… grazie all’idea etica da cui sono pervase, possono servire a forgiare il carattere morale dell’Ebreo, purché esse non siano considerate fine a se stesse, ma mezzo di educazione e di elevazione di un vivere sociale illuminato dall’idea etica di D…”. In queste parole, tratte dal primo capitolo del suo “Il valore etico delle Mitzwòt”, Rav Sergio Yosef Sierra riassume l’insegnamento di una vita. Ebbi il privilegio di conoscere il Maestro nell’estate del ’79, allorché fui chiamato a leggere alcune Parashot nel nostro Bet ha-Kenesset. All’epoca frequentavo il Liceo a Milano e si doveva raggiungere Torino per intraprendere gli studi rabbinici. Fu così che per alcuni anni venivo qui due o tre giorni alla settimana per studiare sotto la guida sapiente di Rav Sierra. Ricordo in particolare gli esami, che si svolgevano la domenica mattina presto nella sua casa di Via Pietro Giuria insieme a Rav Curt Arndt e a Adi Schlichter z.l. Partivo da Milano con il buio e venivo puntualmente accolto dalla Sig.ra Ornella con una tazza di caffelatte bollente.

Rav Sierra era nato a Roma il 21 dicembre 1923. Laureato in lettere alla Sapienza e al Collegio Rabbinico di Roma, fu Rabbino a Bologna dal 1948 fino al dicembre 1959. E’ tuttora vivo negli Ebrei bolognesi il ricordo dell’impegno che Rav Sierra aveva profuso in quegli anni per la ricostruzione della Comunità. Sono gli anni della formazione di allievi come Alfredo Mordekhay Rabello, futuro docente di diritto all’Università Ebraica di  Gerusalemme, che molto tempo dopo avrebbe scritto: “Il fatto che non pochi allievi di quegli anni ci siamo ritrovati a vivere in Eretz Israel… è certamente uno dei segni migliori che l’insegnamento del nostro Morè è stato recepito nei nostri cuori”.

Dal 1960 al 1985 è stato Rabbino Capo della nostra Comunità, docente e poi direttore della Scuola Rabbinica Margulies-Disegni. Anche in questi incarichi, come nella docenza universitaria in letteratura ebraica presso gli atenei di Torino e Genova, “fece molti discepoli”. Insieme a Rav Giuseppe Momigliano di Genova io sono stato forse l’ultimo di una lunga schiera. Testimonianza eloquente di ciò si ha nella corposa miscellanea di studi ebraici che Gli dedicammo per il suo 75° compleanno il Prof. Rabello, il Prof. Felice Israel suo allievo e successore all’Università di Genova ed il sottoscritto nel 1998. Oltre alla trasmissione orale molto si dedicò alla parola scritta, contribuendo a prestigiose riviste in ogni campo del sapere ebraico. Nel 1979 era stato fra i co-fondatori dell’Associazione Italiana per lo Studio del Giudaismo. Ritiratosi dalla cattedra rabbinica fu Presidente dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia dal 1987 al 1992, prima di compiere la Sua ‘aliyah in Israel dove vivono due dei tre figli e diversi nipoti. Zekher tzaddiq li-brakhah: “il ricordo del Giusto sia in benedizione”.

Alberto Moshe Somekh

(Dal ricordo pronunciato nel Bet ha-Kenesset di Torino il 1° dicembre 2009 – 14 kislew 5770, giorno della scomparsa e della sepoltura di Rav Sergio Yossef Sierra, menuchatò be-gan ‘Eden).

Benvenuto Terracini (1886-1968)

Intervento del Presidente della Comunità in occasione dell’intitolazione dell’ex sala lauree della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Torino in memoria del prof. Benvenuto Terracini Ho l’onore e il piacere di portare il saluto della Comunità Ebraica di Torino e di esprimere la soddisfazione e la riconoscenza degli Ebrei torinesi all’Università, e in particolare al Magnifico Rettore Gianmaria Ajani e al Direttore della Scuola di Scienze Umanistiche Renato Grimaldi, per la decisione di intitolare a Benvenuto Terracini, illustre Maestro di glottologia e insigne docente di questo Ateneo, l’Aula nella quale oggi ci ritroviamo. Il legame di Benvenuto Terracini con la Comunità Ebraica Torinese, che fu costante ed ebbe molti risvolti, soprattutto nel campo dell’animazione della vita culturale, ha trovato la sua più alta espressione nell’istituzione di quello che oggi, dopo oltre cinquant’anni di vita, è conosciuto come Archivio Ebraico Terracini. Con l’eccezionale sensibilità intellettuale che lo contraddistingueva e con una non comune lungimiranza, Benvenuto auspicava fin dall’inizio degli anni Sessanta la creazione di un polo culturale in seno alla Comunità, un luogo, fisico e istituzionale, appositamente dedicato a custodire le memorie documentarie dell’Ebraismo piemontese. I documenti storici – fossero essi archivistici o librari – prodotti in secoli di permanenza ebraica sul suolo piemontese e tante volte, non in ultimo meno di vent’anni prima con la tragedia della Shoah, messi in pericolo e distrutti dovevano trovare un luogo di custodia e valorizzazione definitivo, che proteggesse dai rivolgimenti storici ciò che ancora sopravviveva e, non secondariamente, lo mettesse a disposizione degli studi. Benvenuto in prima persona aveva lavorato tutta la vita su simile documentazione, indagando le vestigia, linguistiche ma non solo, della sua tradizione ebraica e raccogliendo una notevolissima quantità di libri antichi ebraici. Il 15 maggio 1968, a due sole settimane dalla sua scomparsa, Il Consiglio di amministrazione della Comunità, con la presidenza di Sion Segre Amar, deliberava di istituire un Archivio storico in seno alla Comunità e deliberava di intitolarlo a Benvenuto Terracini. Un apposito allegato al verbale di deliberazione è dedicato all’istituzione dell’archivio, cui fu dato il primo nome di Archivio Storico Ebraico Benvenuto Terracini delle tradizioni e del costume, e riporta uno statuto redatto dal promotore e primo direttore dell’archivio, l’architetto Giorgio Avigdor. Nel giugno dello stesso anno, la nipote Lore Terracini, figlia di Alessandro, anch’egli scomparso nell’aprile ‘68, comunicava al Consiglio della Comunità la volontà di donare i libri di argomento ebraico dei due fratelli. Nella lettera di risposta il presidente Segre Amar avanzava la richiesta dell’allora rabbino capo Sergio Sierra affinché i libri fossero espressamente destinati al neonato archivio: questo fu il primo nucleo di un patrimonio storico che da allora ha continuato a crescere e che oggi è di straordinario rilievo, sia per quanto attiene ai fondi d’archivio sia per quanto attiene alla raccolta libraria antica. L’istituzione nasceva nel 1968, appunto, come dipendente dalla Comunità; ma solo cinque anni dopo, in concomitanza dell’effettivo avvio di una prima, embrionale, attività di riordino e valorizzazione, l’Archivio si rendeva ente autonomo: il 16 gennaio 1973 davanti al notaio Giampiero Prever si costituiva un’associazione, con un proprio Consiglio di amministrazione e corredata di un nuovo statuto, intitolata Archivio delle Tradizioni e del Costume Ebraici Benvenuto Terracini. Fra i primi nuovi nuclei documentari pervenuti all’Archivio, insieme alle carte storiche della stessa Comunità di Torino e di alcune di quelle che dai tempi della Legge Falco ne erano diventate sezioni, ci furono le carte della famiglia di Benvenuto e Alessandro, sia il ramo Terracini, sia i rami Artom, Colombo e Sacerdote; a seguito di questo dono, di nuovo voluto da Lore, il nome dell’ente fu ancora cambiato e divenne Archivio delle Tradizioni e del Costume Ebraici Benvenuto e Alessandro Terracini (statuto 1983). L’Archivio, che ha ottenuto il riconoscimento di notevole interesse storico dalla Soprintendenza Archivistica del Piemonte e della Valle d’Aosta nel 1995 e che nel 2015 è stato iscritto nel Registro delle Persone Giuridiche della Regione Piemonte, negli ultimi anni opera con rinnovato vigore e con specifiche competenze custodendo e mettendo a disposizione degli studiosi, attraverso anche un sito web sul quale sono caricate le banche dati dei fondi d’archivio, un materiale il cui interesse e valore per la storia dell’ebraismo piemontese, soprattutto degli ultimi due secoli, è unico. Attento anche al pubblico più ampio, cui comunica il patrimonio attraverso mostre e conferenze soprattutto, l’Archivio ha voluto in questi ultimissimi anni riacquistare un ruolo nel panorama degli istituti culturali di alto livello, ruolo che gli è naturalmente connaturato e che la sua intitolazione a Benvenuto e Alessandro Terracini costantemente ad esso ricorda: con questo obiettivo ha, fra le altre cose, incaricato un’archivista professionista, specializzata in ebraistica, della gestione e valorizzazione dei fondi e ha promosso una collana di quaderni controllata da un comitato editoriale di eccellenza, dedicata in particolar modo alla pubblicazione delle preziose fonti conservate, in larga parte ancora ignote. A poco più di cinquant’anni dalla scomparsa di Benvenuto Terracini e dell’istituzione dell’Archivio ebraico da lui fortemente voluto e dedicato alla sua memoria, la decisione dell’Università di intitolare al suo nome l’aula della Scuola di Scienze Umanistiche viene a colmare un debito dell’Ateneo e della stessa Città di Torino nei confronti di un insigne Maestro conosciuto e apprezzato dalla comunità scientifica internazionale.

Dario Disegni

Con la mente e con il cuore!

In vista dei mo’adim volevo condividere con voi un pensiero di Rav Kook, apparso nel volume Moadè ha-Re’iah di Rav Moshè Zevì Neriah.

Come è noto, la mitzwà principale di Rosh ha-shanà, chiamato nella Torà Yom teru’à, il giorno del suono, è quella dello Shofar. Nella pratica si alternano tre suoni differenti, teqi’à, un suono piano, teru’à e shevarim. Questi ultimi due suoni sono frutto della riflessione dei chakhamìm.

La natura della teru’à nel Talmud (Rosh hashanà 34a) è infatti oggetto di discussione. Il dubbio è se sia costituita da suoni prolungati, il suono che chiamiamo shevarìm, o spezzettati, quello che chiamiamo teru’à.

Tali suoni corrispondono a stati d’animo differenti, il primo al lamento di un animo preso dal rimorso e dal rimpianto, il secondo al lamento incontrollato di una persona angosciata.

Perché questa discussione è significativa? Se consideriamo i processi trasformativi nella persona, troviamo due modelli fondamentali. Alcuni cambiano in seguito a una decisione razionale. Capiscono che c’è qualcosa di sbagliato nelle loro vite e decidono di correggerlo. Per altri il cambiamento proviene dal cuore. La loro vita non è stata in grado di soddisfare le aspirazioni del cuore, e per questo vogliono cambiare.

Possiamo chiederci: qual è lo stimolo fondamentale per avviare il processo di teshuvà? La crescita spirituale viene dal cuore o dal cervello?

Questo è il dubbio circa la natura della teru’à. Il suono dello Shofar secondo Maimonide (Hilkhot Teshuvà 3,4) è un richiamo al cambiamento nelle nostre vite. Noi dormienti dobbiamo svegliarci dal nostro sonno, esaminare la nostra condotta e ricordarci del nostro Creatore. Come rispondere a questa chiamata? Con il cuore o con il cervello? Risposta difficile.

Vi è tuttavia una terza possibilità, che combina i due suoni, il lamento e il pianto incontrollato. Questa è la forma più completa di teshuvà. La riflessione razionale da cui tutto parte è guidata poi dalle emozioni. Le emozioni lasciano un segno più profondo sull’anima, ma le emozioni, da sole, non sono in grado di fornire un’influenza duratura. Serve la guida del cervello.

Il Salmista (89,16) afferma “Felicità al popolo che sa sonare lo Sciofar in Tuo onore, o Signore, e che procede alla luce che emana dalla Tua faccia”. Cosa c’è di tanto grandioso nel saper suonare lo Shofar? Il senso del verso secondo Rav Kook è un altro: quando comprendiamo il vero senso della Teru’à, quando siamo in grado di utilizzare correttamente il pensiero razionale e le emozioni, possiamo basare la nostra teshuvà su entrambi gli aspetti, e potremo seguire un percorso di vita illuminato dalla luce divina.

Prepariamoci pertanto con la mente e con il cuore ad affrontare questi giorni; auguro che possano indirizzare correttamente le nostre vite. Shanà Tovà umetuqà a tutti voi e alle vostre famiglie!  

Rav Ariel Di Porto

“I sapienti sono destinati a diffondere la pace nel mondo. (Talmud berahot 64 a)

Ricorda la scuola ebraica di Torino nella tua salita a Sefer.

Si ricomincia!

Passata l’estate e in attesa dell’inizio dei mo’adim, le attività della comunità ripartono a pieno ritmo. Mi permetto di segnalare alcuni eventi del mese, andando per ordine. Ma prima volevo complimentarmi con un ragazzo della nostra comunità, Gabriele Treves, meglio conosciuto come Bibi, che ha entusiasmato l’Italia ebraica con le sue prestazioni alle recenti Maccabiadi di Budapest, facendo incetta di medaglie nel nuoto. Lo sport, oltre ai suoi benefici che non serve illustrare, svolge anche un’importante funzione nella socializzazione. Auspico che in futuro possa esservi una qualche forma di associazionismo sportivo amatoriale per i ragazzi della comunità.

Il 1° Settembre, Rosh Chodesh Elul, la comunità ha preso parte al “Progetto Rosh Chodesh” dell’UCEI. La scorsa volta la risposta è stata molto debole, in questa occasione è stata più adeguata, anche se a rispondere sono stati i frequentatori abituali, come spesso avviene.

Con settembre riprendono anche i corsi pomeridiani di Torà. Il mio corso, che inizierà mercoledì 11, verterà sull’ultimo capitolo del trattato di Pesachim, una delle fonti fondamentali nella nostra tradizione sul Seder di Pesach. La settimana successiva, giovedì 19, riprenderà il corso tenuto da Rav Somekh, che affronterà il pensiero di uno dei grandi maestri italiani, il Ramchal. Il primo incontro sarà dedicato alla presentazione dell’ultimo lavoro di Rav Somekh, l’edizione del testo di Rav Raffel Baruch Amar, vissuto all’inizio dell’Ottocento ad Alessandria, Sull’osservanza delle feste, che è stato studiato in questi mesi il Sabato pomeriggio durante la se’udà shelishit.

Il 15 si terrà il tradizionale appuntamento della Giornata Europea della Cultura Ebraica, che richiama sempre molti visitatori. In apertura, assieme alla dottoressa Rosamaria Di Frenna, affronteremo il tema della giornata, il sogno, studiandone le declinazioni nella tradizione ebraica e nella psicoanalisi.

Infine, da fine mese, i mo’adim autunnali. Segnalo due situazioni, che con il tempo si sono cronicizzate:

a) il minian di Cuneo. Come sapete, il piccolo gruppo di Cuneo, con grande impegno e abnegazione, organizza le tefillot di Kippur presso la propria Sinagoga. Negli ultimi anni purtroppo la scomparsa di alcune figure “storiche” alle quali eravamo legati da un sincero affetto, Davide ed Enzo Cavaglion e il Parnas Giorgio Foà, vere colonne portanti di quel Bet ha-keneset, ha complicato non poco l’organizzazione;

b) l’assenza di un Cohen nel Bet ha-keneset. Uno dei momenti più sentiti nelle tefillot dei mo’adim è certamente rappresentato dalla birkat Kohanim. Come saprete, negli ultimi anni i Kohanim che vivevano a Torino sono scomparsi o emigrati, e l’unica soluzione praticabile è quella di fare arrivare un Kohen da fuori Torino.

Chodesh tov a tutti voi!

Rav Ariel Di Porto