Ieri, 9 marzo alle ore 21, presso il Centro Sociale della Comunità Ebraica di Torino, si è tenuto un incontro pubblico dal titolo “Lo schiaffo del neofemminismo alle donne israeliane ed iraniane”, promosso dalla Comunità insieme al Circolo Liberalsocialista Carlo Rosselli, ADEI-WIZO, e Associazione Camis De Fonseca.
L’incontro in occasione della Giornata Internazionale per la donna 2026 – e a una settimana esatta da Purim, che ricorda la storia di una donna persiana non certo libera ma paradossalmente più autonoma e con più possibilità di farsi valere rispetto alle sue compatriote di 2500 anni dopo – è una tessera delle attività che la nostra Comunità porta avanti dal novembre 2023 quando si fece promotrice di un appello con l’UCEI per richiedere ai movimenti femministi una condanna pubblica degli stupri perpetrarti il 7 ottobre 2023 e poi successivamente sugli ostaggi.
L’incontro, moderato da Tiziana Allegra, imprenditrice e manager, nasceva da una domanda che attraversa oggi il dibattito pubblico: il femminismo contemporaneo riesce ancora a difendere tutte le donne?
Negli ultimi anni si è diffusa una corrente di pensiero, spesso definita neofemminismo o femminismo intersezionale, che interpreta le discriminazioni attraverso molteplici categorie identitarie – genere, etnia, orientamento sessuale, appartenenza culturale. Tuttavia, secondo diversi osservatori e studiosi, questo approccio rischia talvolta di produrre una gerarchia delle vittime, nella quale non tutte le donne ricevono la stessa attenzione e solidarietà.
Il caso delle donne iraniane è emblematico. Da anni esse combattono contro un regime teocratico che impone il velo obbligatorio e limita drasticamente i diritti civili e personali. Il movimento “Donna, Vita, Libertà”, nato dopo la morte di Mahsa Amini, ha portato alla luce la forza e il coraggio di una generazione di donne che chiedono libertà e dignità. Eppure questo movimento non suscita tra le femministe del mondo occidentale l’empatia che ci si potrebbe aspettare.
Allo stesso modo, le violenze subite da donne israeliane durante l’attacco terroristico del 7 ottobre hanno sollevato interrogativi profondi sul silenzio o sulla timidezza di parte dei movimenti femministi internazionali nel riconoscere la dimensione di violenza di genere di quei fatti.
Proprio da questa tensione nasce il titolo provocatorio dell’incontro: uno “schiaffo” simbolico, che richiama l’idea di un mancato riconoscimento e di una solidarietà non sempre universale.
La partecipazione alla serata di quattro diverse organizzazioni ha garantito un pubblico numeroso e variegato, così come diversi tra loro erano i punti di vista emersi negli interventi e il modo stesso di avvicinarsi al tema: dalla relazione di Tullio Monti, Presidente del al Circolo Liberalsocialista Carlo Rosselli, sulle origini e sui limiti del multiculturalismo e del neofemminismo, alle riflessioni di Lucetta Scaraffia – storica e saggista, da anni impegnata nel dibattito sui diritti delle donne e sul rapporto tra femminismo e religioni – sulle incredibili e vergognose reticenze nel rapporto dell’Onu relativo agli stupri del 7 ottobre; fino all’approccio più generale di Monica Lanfranco – giornalista e femminista, direttrice della rivista Marea – sul dialogo come antidoto per le guerre. Inevitabilmente il tema, inestricabile da molti altri, ha portato il dibattito in varie direzioni, dalla storia del movimento femminista all’attuale guerra contro l’Iran e se sia o no la strada giusta pet far cadere il regime.
Cosa possiamo fare per difendere i diritti e la libertà di tutte le donne, dovunque vivano, a qualunque popolo appartengano e qualunque religione professino? Come possiamo fare in modo che le violenze subite dalle donne suscitino la medesima empatia e non meritino alcuna giustificazione, indifferenza o indulgenza? È una domanda che non si esaurisce in una serata e ci tormenterà ancora a lungo.
di Sara Levi Sacerdotti e Anna Segre


