Ricordi di fratelli, mariti, suoceri e, più strazianti di tutti, figli. Uccisi nel massacro del 7 ottobre, dai bombardamenti israeliani a Gaza, oppure in Cisgiordania. Case distrutte, i ricordi di una vita cancellati. Testimonianze che fanno stare male, un carico di sofferenza indicibile, che tuttavia non perde la capacità di vedere e riconoscere la sofferenza altrui. Una sofferenza che rifiuta di trasformarsi in odio e, anzi, sceglie di essere speranza; la scelta di impegnarsi nel Parents’ Circle Families Forum per dare un minimo di senso al proprio dolore tramite il conforto reciproco con altre persone che condividono lutti simili, e, soprattutto, scegliendo di impegnarsi perché questo dolore sia risparmiato almeno alle prossime generazioni. Testimonianze di donne e uomini di varie età, israeliani e palestinesi, alternate a musiche e canti in arabo e in ebraico.
La ventunesima Cerimonia annuale del Joint Memorial Day, in ricordo delle vittime israeliane e palestinesi del conflitto, che si è tenuta ieri sera in occasione di Yom HaZikaron – il Giorno del Ricordo che precede la festa di Yom HaAtzmaut, in cui si celebra la nascita dello Stato di Israele – è stata seguita in diretta da migliaia di persone in tutto il mondo. Come già l’anno scorso, il Gruppo di Studi Ebraici (quest’anno insieme alla sezione torinese di Sinistra per Israele due popoli due stati) ha organizzato una visione collettiva in diretta della cerimonia al Centro Sociale.
Che cosa possiamo dire noi, a tremila chilometri di distanza, davanti alla testimonianza di una donna di Kfar Aza che ha perduto il figlio nel massacro del 7 ottobre e ha visto il proprio kibbutz devastato? Non possiamo fare altro che tacere; e infatti ieri sera al Centro Sociale, giustamente, non ci sono stati discorsi, a parte un breve saluto iniziale di Bruna Laudi, Presidente del Gruppo di Studi Ebraici.
Tutte le persone che hanno parlato alla cerimonia congiunta, israeliani e palestinesi, erano animate da una comune convinzione: riconoscere il lutto e la sofferenza degli “altri” non toglie nulla al nostro lutto e alla nostra sofferenza. Ricordare le vittime palestinesi del conflitto la sera di Yom HaZikaron non toglie nulla al ricordo delle vittime israeliane. Anzi, offre una prospettiva, un’alternativa concreta all’odio, la speranza che quelle morti non siano state vane, che sia possibile vedere la fine del conflitto, che sia possibile sognare un futuro di pace. Questo era anche il senso del titolo di quest’anno, “We are the day after”.
La cerimonia si è chiusa, come già in anni precedenti, con una versione particolare del tradizionale canto di Pesach Chad Gadià, Un capretto, in cui al posto dell’ultima strofa con l’intervento divino c’è un accorato appello a interrompere questa tragica catena di odio e violenza.
Di Anna Segre

