Domenica 22 febbraio, nel tardo pomeriggio, la Comunità ha ospitato un incontro dal titolo “Iran e Israele: il rifiuto dei fanatismi religiosi per un futuro comune di pace e speranze”. Un titolo ambizioso, che prometteva dialogo e complessità e che, a giudicare dalla partecipazione numerosa e attenta, ha risposto a un bisogno reale di ascolto e approfondimento.
A guidare il confronto è stato Mattia Terracina, affiancato dal giornalista ed esperto Gabriele Segre. Accanto a loro, voci iraniane e israeliane hanno offerto prospettive differenti su due contesti geopolitici spesso raccontati in modo rigido e semplificato.
Particolarmente forte è stata la testimonianza dei giovani dissidenti iraniani, Shayan Gharesavari, in Italia dal 2012, laureato in Architettura e impegnato nella divulgazione della cultura iraniana e delle condizioni del suo popolo sotto la dittatura teocratica, e Maryan Ismail, attiva nel movimento Donna, Vita, Libertà. I loro interventi hanno portato in sala il peso concreto di esperienze personali e familiari segnate dalla repressione del regime. Siamo abituati, infatti, ad analisi sull’Iran spesso lontane dalla dimensione vissuta; ascoltare chi porta ancora addosso le ferite di quella realtà ha offerto a molti presenti una chiave di lettura diversa, più immediata e meno astratta, anche se con qualche discutibile parallelismo sugli orientamenti politici con i quali anche oggi noi ebrei italiani ci troviamo a confrontarci.
Le posizioni espresse sono state in alcuni passaggi particolarmente nette e cariche di tensione emotiva; segno, forse inevitabile, di un coinvolgimento che nasce da storie personali profonde. Proprio questa intensità, pur non sempre facile da accogliere in tutte le sue sfumature, ha restituito la misura del coraggio civile di chi sceglie di esporsi pubblicamente contro un sistema che ha segnato la propria vita e quella dei propri affetti.
Di tono diverso, e complementare, l’intervento di Yarden Matarti, che ha proposto una lettura più conciliante. In altri contesti, la distanza tra le diverse sensibilità emerse avrebbe potuto accendere un contraddittorio più aspro; invece la serata si è distinta per la qualità dell’ascolto reciproco. È stato forse questo il risultato più significativo: persone con visioni anche molto lontane sul Medio Oriente e sui significati degli orientamenti politici hanno condiviso lo stesso spazio con rispetto, mantenendo fermo un orizzonte comune di pace, libertà e dignità per i propri popoli.
Centrale, in questo senso, è stato il ruolo del giovane organizzatore, Mattia Terracina, che ha avuto il merito non scontato di dare voce anche a posizioni dissonanti rispetto alle proprie e a quelle del movimento che si trovava a rappresentare. In tempi in cui il dibattito pubblico tende spesso a irrigidirsi in schieramenti contrapposti, la scelta di aprire uno spazio autentico di confronto rappresenta un segnale incoraggiante che può essere esempio per noi.
Sapere che all’interno della nostra Comunità stanno crescendo generazioni ancora disposte a misurarsi con temi delicati, senza rinunciare alla complessità, è motivo di fiducia per il futuro. Serate come questa non risolvono i conflitti del mondo, né era questo il loro obiettivo, ma contribuiscono a costruire qualcosa di altrettanto prezioso: l’abitudine al dialogo.
Ed è proprio da qui che, forse, può iniziare ogni speranza condivisa.
di Ruben Piperno


