7 Luglio 2026

In questo articolo:

Martedì scorso, il 30 giugno, una decina di persone si sono fermate dopo la tefillà (preghiera) serale per studiare con Rav Finzi e discutere insieme l’argomento del digiuno del 17 di Tammuz. Di Ruth Mussi.

Martedì scorso, il 30 giugno, una decina di persone si sono fermate dopo la tefillà (preghiera) serale per studiare con Rav Finzi e discutere insieme l’argomento del digiuno del 17 di Tammuz.
Il 17 di Tammuz (Shiv’ah Asar beTammuz, י”ז בתמוז) è uno dei quattro giorni di digiuno istituiti nell’ebraismo in memoria della distruzione dei due Templi di Gerusalemme. Questo digiuno commemora il giorno in cui le mura di Gerusalemme furono violate e l’assedio della città giunse alla sua fase decisiva, poche settimane prima della distruzione del Primo Tempio. Secondo tutte le opinioni, prima della distruzione del Secondo Tempio le mura di Gerusalemme furono aperte proprio in questo giorno.
Lo studio riguardava gli altri avvenimenti tragici capitati nella stessa data in epoche diverse, una coincidenza che inevitabilmente ci spinge a cercare il legame tra di loro.
«Cinque calamità colpirono i nostri padri il 17 di Tammuz: le Tavole della Legge furono infrante, cessò il sacrificio quotidiano, la città fu espugnata, Apostomo bruciò la Torah e fu eretto un idolo nel Tempio.» (Mishnah Ta’anit 4:6)
Un legame possibile è che la rottura delle Tavole, in seguito al peccato del vitello d’oro, così come la breccia nelle mura, rappresentano anche la frattura della fede all’interno del popolo. Un dubbio interno porta anche ad una frattura esterna, ed è questo il motivo per cui anche questa fase della distruzione, e non solo quella definitiva, commemorata il 9 del mese di Av (quest’anno il 23 luglio), viene ricordata fino a oggi con un digiuno e diversi comportamenti di lutto, tra cui evitare di festeggiare, di celebrare matrimoni, di godere degli acquisti nuovi, di ascoltare musica. Queste tre settimane che collegano il 17 di Tammuz ed il 9 di Av sono chiamate Ben hametzarim, “il periodo tra le strettezze”, in cui è bene, al contrario del solito atteggiamento consolatorio promosso dai Maestri, piangere per le fratture nella nostra vita, sia a livello personale ed interpersonale che a livello nazionale. Le rovine verranno ricostruite, così crediamo, e dipenderà dal nostro comportamento, uno verso l’altro. Ma ora è tempo di piangere e cercare di capire ciò che ci è successo.

Osserva, guarda la nostra vergogna. Ohi, cosa ci è successo!
(dal libro delle Lamentazioni, che si legge il 9 di Av)

Ruth Mussi

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