18 Novembre 2025

In questo articolo:

Grossman incontra un pubblico numeroso al Circolo dei lettori, parla di scrittura, memoria, pace e identità israeliana, emozionando con riflessioni personali, letterarie e politiche. Di Anna Segre.

Posti esauriti non solo nella sala principale già più di mezz’ora prima dell’incontro. David Grossman al Circolo dei lettori domenica scorsa, 16 novembre, ha attirato, come già altre volte, un pubblico foltissimo e attentissimo, che ha accolto lo scrittore con un lungo e caloroso applauso. A sua volta Grossman è stato, come sempre, gentile e disponibile, al tempo stesso brillante, commosso e commovente citando in italiano i titoli delle sue opere in una sorta di omaggio al pubblico locale.
Sollecitato dalle domande del Direttore del Circolo dei lettori Giuseppe Culicchia, David Grossman ha trattato molti temi, dal suo rapporto con la scrittura e con i personaggi alle sue prime letture, dal potere della letteratura all’intelligenza artificiale.
Scrivere è un modo di mettersi nei panni dell’altro, che è una cosa meravigliosa. Non bisogna autocensurarsi: anche gli errori sono significativi, ci dicono qualcosa sulla nostra stessa cecità. A proposito di A un cerbiatto somiglia il mio amore, Grossman ha raccontato di aver avuto difficoltà a capire il personaggio di Orah e di averle addirittura scritto una lettera, finché non ha compreso che non doveva essere lei ad arrendersi allo scrittore, ma lui a lei, doveva permetterle di descrivere il mondo con il suo vocabolario, non imporle il proprio. Il libro ha scritto me, ha affermato. Scrivere mi ha insegnato ad abbassare le mie difese – ha detto in seguito – e io non voglio avere difese.
Rispondendo alla domanda su quale sia stato lo scrittore che ha acceso in lui la fiamma della letteratura Grossman ha raccontato la storia del suo incontro a otto anni con i testi di Shalom Aleichem, donatigli da suo padre, che gli hanno permesso di trovare un mondo scomparso, spazzato via dalla Shoah. La sua conoscenza dell’opera dello scrittore era così ampia da portarlo a presentarsi, nonostante l’opposizione dei genitori, per un quiz radiofonico e a condurre a nove anni in giro per Israele interviste per radio a cantanti, sportivi, ecc.
Culicchia già nel presentare Grossman all’inizio del dialogo aveva sottolineato l’impegno dello scrittore per la pace, le sue posizioni critiche verso l’attuale governo israeliano e la sua intervista a Repubblica di qualche mese fa che aveva suscitato molto scalpore per l’uso del termine genocidio. A una successiva domanda sul tema Grossman ha parlato delle reazioni furibonde, gente che ha invitato a boicottarlo non leggendo più i suoi libri, qualcuno li ha buttati, qualcuno ha minacciato di bruciarli. Ma aveva sentito il dovere di non tacere in un momento (ora terminato) in cui la situazione appariva particolarmente brutale, con più di 60.000 gazawi uccisi di cui 19.000 bambini. Un termine usato in un momento specifico, ha però sottolineato, ricordando che anche i palestinesi hanno commesso atrocità, e hanno vissuto per oltre un secolo assediati da regimi terribili, tra cui Israele non è stato il peggiore.
Ha anche sottolineato come gli si spezzi il cuore a dover dire male del suo Paese, un Paese che ama, dove è nato, dove sono nati i suoi figli, dove spera che continueranno a vivere (dicendo questo ha ricordato – fortemente commosso – anche il figlio Uri caduto nel sud del Libano nel 2006) e si augura che almeno loro potranno vedere finalmente la casa che gli ebrei sognavano – una casa e non una fortezza – con le pareti ben definite e in pace con i suoi vicini. Avrebbe la possibilità di vivere altrove, in posti meravigliosi (tra cui l’Italia), ma vuole continuare a vivere in Israele, a essere parte della società e della cultura israeliana, lo considera un onore e un privilegio, vorrebbe che fosse anche una gioia; una società che ha difetti ma anche grandi pregi, c’è una sensibilità che non si trova altrove.
Alla fine una riflessione sul peso della Shoah nella cultura israeliana; spiegando cosa lo ha portato a scrivere Vedi alla voce: amore, Grossman ha raccontato di essere cresciuto conoscendo molte persone traumatizzate, con incubi: molto toccante la descrizione della zia che al suo matrimonio si era messa una benda sul braccio per non rovinare la gioia dell’evento mostrando il numero tatuato.
Un dialogo molto riuscito anche per merito della bravura della traduttrice. Fortunatamente nessuna contestazione (ricordo che in altre occasioni anche Grossman le aveva subite in quanto israeliano), in una serata più centrata sulla letteratura che sull’attualità, come è giusto che sia l’incontro con uno scrittore.

Anna Segre

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