27 Gennaio 2026

In questo articolo:

Evento a Palazzo Barolo per commemorare Leone Sinigaglia, musicista ebreo torinese, vittima delle leggi razziali e della persecuzione fascista italiana. Di Giulio Disegni.

A Palazzo Barolo per iniziativa della Fondazione Fulvio Croce per l’Avvocatura Torinese e degli Amici dell’Orchestra Sinfonica Nazionale Rai il Giorno della Memoria è stato dedicato alla figura del musicista ebreo torinese Leone Sinigaglia deceduto tragicamente nel maggio 1944.
A parlarne sono stati invitati Giulio Disegni, che ha tracciato il contesto storico-politico e giuridico dell’epoca con un intervento su Leone Sinigaglia e l’Italia dell’antisemitismo fascista,  e Giuliana Maccaroni, Direttore della Biblioteca del Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino, che ha parlato della vita del musicista e del Fondo Sinigaglia custodito presso il Conservatorio.
Ai due interventi è seguito un Concerto del Quartetto Archos che ha eseguito numerosi brani anche inediti del compositore ebreo.
Di seguito l’intervento di Giulio Disegni:

Quando parliamo della morte di Leone Sinigaglia, avvenuta a Torino nel maggio del 1944, non stiamo raccontando solo la fine tragica di un musicista. Stiamo raccontando il punto di arrivo di un processo lungo, politico e culturale, che attraversa tutta la storia dell’Italia fascista e che culmina nella persecuzione e nella morte di migliaia di ebrei italiani.
Per capire davvero cosa accadde a Sinigaglia, dobbiamo quindi allargare lo sguardo: alle leggi razziali del 1938, alla diffusione dell’antisemitismo, al ruolo del consenso della popolazione, alle delazioni, e infine alla Torino occupata dopo l’8 settembre 1943.
È importante dirlo subito: l’antisemitismo non nasce in Italia con il fascismo. Esisteva già, come in gran parte dell’Europa, sotto forma di pregiudizi religiosi, stereotipi sociali, diffidenze culturali. Tuttavia, fino agli anni Trenta, gli ebrei italiani erano ampiamente integrati nella società.
Erano insegnanti, professionisti, militari, intellettuali, gente comune. Avevano partecipato attivamente al Risorgimento, alla Prima guerra mondiale, alla costruzione dello Stato unitario: si sentivano profondamente italiani e non percepivano certo la propria identità ebraica come un elemento di separazione.
Proprio per questo, le leggi razziali del 1938 rappresentarono per molti uno shock improvviso e incomprensibile.
Nel 1938 il regime fascista introduce le leggi razziali, adottando ufficialmente una dottrina razzista e antisemita. Non si trattò di una imposizione tedesca: fu una scelta autonoma del fascismo italiano, maturata all’interno di un processo di radicalizzazione del regime.
Le leggi colpirono gli ebrei in modo sistematico:

  • espulsione dalle scuole e dalle università,
  • esclusione dagli impieghi pubblici,
  • interdizione dalla vita culturale,
  • limitazioni patrimoniali e professionali,
  • segregazione sociale.

Da un giorno all’altro, cittadini italiani diventarono “stranieri” nella propria patria.
Il regime accompagnò queste misure con una massiccia propaganda antisemita: giornali, manifesti, riviste, discorsi pubblici costruirono l’immagine dell’ebreo come “altro”, come nemico interno, come elemento da isolare.
Un punto cruciale, spesso non facile da affrontare, riguarda il consenso. Il fascismo non governò solo attraverso la repressione, ma anche grazie a una larga adesione – o quantomeno accettazione – da parte della popolazione.
Le leggi razziali non provocarono proteste di massa. Nella maggior parte dei casi furono accettate, ignorate o giustificate. Molti italiani non parteciparono direttamente alla persecuzione, ma nemmeno la contrastarono. Questo clima di indifferenza fu decisivo.
Con il tempo, l’esclusione degli ebrei divenne “normale”. E quando una persecuzione diventa normale, il passo verso la violenza è più breve.
L’8 settembre 1943 segna una cesura drammatica. Con l’occupazione tedesca del Nord Italia e la nascita della Repubblica Sociale Italiana, la persecuzione cambia natura.
Fino a quel momento, gli ebrei erano stati discriminati. Da quel momento in poi, diventano inermi da arrestare, deportare, eliminare.
Le autorità fasciste repubblichine collaborano attivamente con i nazisti: compilano elenchi, effettuano arresti, organizzano rastrellamenti. È in questa fase che emergono con forza le delazioni: segnalazioni anonime, vicini di casa, conoscenti che indicano chi è ebreo, chi si nasconde, chi non si è registrato.
Non sempre per fanatismo ideologico: spesso per paura, per opportunismo, per vendetta, o per ottenere vantaggi materiali. Ma il risultato è lo stesso: la macchina persecutoria funziona perché è alimentata anche dal basso.
Torino era una città industriale, operaia, ma anche profondamente segnata dal fascismo. Aveva una comunità ebraica storica, integrata e culturalmente vivace. Dopo il 1938, anche a Torino gli ebrei vengono espulsi dalle scuole, dalle istituzioni culturali, dalle professioni.
Dopo il 1943, la città diventa uno dei luoghi della persecuzione più dura: arresti, rastrellamenti, deportazioni. Centinaia di ebrei torinesi vengono inviati ad Auschwitz. Altri cercano rifugio, si nascondono, vivono nell’angoscia quotidiana.
È in questa Torino occupata, violenta e impaurita che vive gli ultimi mesi Leone Sinigaglia.
Sinigaglia non era un oppositore politico. Era un musicista, un intellettuale, un uomo anziano. Aveva dedicato la vita allo studio della musica, in particolare alla valorizzazione del folklore piemontese, contribuendo in modo significativo alla cultura italiana.
Eppure, tutto questo non conta più. Nel 1944, per il regime, Sinigaglia è solo una cosa: un ebreo.
Il 16 maggio 1944, alcuni militi fascisti si presentano all’Ospedale Mauriziano, dove si era rifugiato, per arrestarlo. Durante il tentativo di cattura, Sinigaglia muore, probabilmente per un infarto. Muore nella sua città, prima di essere deportato. Una morte che, per un tragico caso, lo sottrae al lager, ma che è comunque una morte causata dalla persecuzione.
La storia di Leone Sinigaglia è emblematica perché ci mostra che la violenza del fascismo non colpì solo i giovani, i militanti, i combattenti. Colpì anche uomini di cultura, anziani, pacifici, perfettamente integrati.
La sua morte ci obbliga a guardare in faccia una verità scomoda: la Shoah in Italia non fu solo opera dei nazisti, ma il risultato di scelte politiche italiane, sostenute dal consenso, dal silenzio e talvolta dalla complicità di una parte della società.
Ricordare Sinigaglia significa ricordare non solo una vittima, ma un mondo culturale spezzato. E significa anche interrogarsi sul presente: su quanto facilmente l’esclusione può diventare normalità, e la normalità può diventare violenza.

Giulio Disegni

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