4 Marzo 2026

In questo articolo:

È bello ritrovare nel canto e nell'unione armoniosa delle voci gli accenti della spiritualità, dell'interiorità, dell'umanità condivisa proprie del mondo ebraico. Di David Sorani.

È bello ritrovare nel canto e nell’unione armoniosa delle voci gli accenti della spiritualità, dell’interiorità, dell’umanità condivisa proprie del mondo ebraico. Sono certo che pensieri di questo genere aleggiavano nelle menti del folto pubblico, torinese e non solo, che affollava la sala del Centro Sociale domenica 1° marzo per assistere al concerto del prestigioso Coro Ha-Kol di Roma, nato più di trent’anni fa da un’ iniziativa di alcuni cantori del Tempio Maggiore e acclamato non solo in Italia ma in molti paesi europei e in Israele come una delle compagini più versatili nel repertorio musicale ebraico.
Diretto dal giovane eppure maturissimo Maestro Alberto de Sanctis e sostenuto dalla sapienza pianistica dell’altrettanto giovane Maestro Francesco Capogreco, il coro ha proposto ad ascoltatori sempre più coinvolti un programma tripartito: una prima sezione improntata ad accenti solenni e festosi (l’Haleluyah/ Salmo 150 del fiorentino Michele Bolaffi, il Mizmor le-David/Salmo 29 del vercellese Ezechiello Levi, il piyut “Sha’ar asher nisgar” del grande Benedetto Marcello, interessato alla tradizione ebraica); una seconda parte dai toni più intimistici e nostalgici (dove, accanto a brani di ispirazione biblica, spiccava “Ki hinne hastav ‘avar”, uno struggente inno all’incipiente primavera della cantautrice israeliana Dafna Eilat); una terza sezione focalizzata sul repertorio sefardita in ladino, proposto in una veste corale non comune rispetto al suo preminente carattere solistico. In particolare, la versione collettiva del celebre “Cuando el rey Nimrod” spiccava per l’audace approccio polifonico e imitativo, conferendo alla pagina un piglio di maggiore energia comunicativa capace di compensare una parziale perdita di introspezione. A conferma della molteplice apertura e capacità del Coro Ha-Kol, il brano di chiusura ci ha però portato nel cuore della tradizione ashkenazita, con un particolare significativo: l’arrangiatrice del canto chassidico “Volt ich gahat koyekh” (Se avessi la forza) ha sostituito la parola shabes (sabato) con sholem (shalom), quasi a suggerire una assonanza di fondo dei concetti di “Shabbat” e di “pace”.
La grande versatilità, la brillantezza delle voci, la perfetta intesa tra le parti, la grande duttilità e la varietà di accenti di un complesso davvero fuori dal comune hanno conquistato un pubblico entusiasta e plaudente.

di David Sorani

Altre notizie:

  • Ucei e ANPI, un dialogo per il 25 aprile

    28 Luglio 2026

    Comunicati Stampa

    Dopo le tensioni che hanno caratterizzato le celebrazioni del 25 aprile 2026, l’UCEI ha ritenuto opportuno aprire un tavolo di interlocuzione con l’ANPI. Di Sara Levi Sacerdotti.

  • 15 di Av, la festa dell’amore “made in Israel”

    28 Luglio 2026

    Articoli

    Il 15 del mese ebraico di Av, che inizia stasera, è la festa dell’amore secondo la tradizione ebraica. È sorprendente trovare una data antica, che risale ai tempi della Mishnà. Di Ruth Mussi.

  • Digiuno del 9 di Av: dal buio alla luce

    28 Luglio 2026

    Articoli

    In questo periodo in cui molti sono in vacanza e chi può fugge dal caldo le nostre funzioni sono poco frequentate anche di Shabbat. Una eccezione nel deserto estivo, però, è costituita dal digiuno di Tishà Be-Av, il 9 di Av. Di Anna Segre.

  • Un evento che unisce, celebrando la Resistenza

    21 Luglio 2026

    Articoli

    Il discorso di Anna Segre, Vicepresidente della Comunità ebraica di Torino, alla Commemorazione Caduti della Resistenza a Montoso di Bagnolo (CN).