15 Settembre 2026

In questo articolo:

A coronamento di quella che è divenuta "la settimana della cultura ebraica", l'Auditorium Vivaldi della Biblioteca Nazionale Universitaria ha ospitato un coinvolgente pomeriggio dedicato a Yehuda Amichai, grande poeta israeliano nel segno dell'amore, ma anche della guerra, del tormento, del legame controverso col divino e con la dimensione religiosa. Di David Sorani.

A coronamento di quella che è divenuta “la settimana della cultura ebraica”, l’Auditorium Vivaldi della Biblioteca Nazionale Universitaria ha ospitato mercoledì 9 settembre un coinvolgente pomeriggio dedicato a Yehuda Amichai, grande poeta israeliano nel segno dell’amore (il tema della GECE di quest’anno), ma anche della guerra, del tormento, del legame controverso col divino e con la dimensione religiosa. Nato a Würzburg in Germania nel 1924 col nome di Ludwig Pfeuffer ed emigrato con la famiglia in Israele nel 1936, Amichai è morto nel 2000, ma le sue tematiche, il suo piglio spesso critico e polemico, la forza degli interrogativi lanciati alla società (israeliana e non solo) lo rendono straordinariamente attuale, più che mai nella fase tormentata che il Paese sta vivendo dopo il 7 ottobre.
A illustrare la sua personalità, il suo mondo e i suoi versi tre presentatrici d’eccezione: la poetessa-scrittrice Sarai Shavit e le critiche Raffaella Scardi (traduttrice) e Sara Ferrari, docenti di letteratura israeliana a Torino e a Milano. Completava l’affascinante ritratto d’autore l’intervento musicale di Rocco Rosignoli, cantautore che con grande empatia ha dato una veste musicale ad alcuni testi del poeta.
Cosa è emerso da questo tentativo di calarsi con partecipazione intellettuale nel linguaggio multiforme di Amichai?
Tre, direi, le direttrici fondamentali individuate nella sua opera. L’amore, certo, declinato in tutte le sue dimensioni – spirituale, ideale, erotica/sensuale – e foriero di contrasti, di lacerazioni eppure inalienabile e dominante: colto, spesso, con sapienti riferimenti ai gangli dei testi biblici. Il rapporto con Dio, sempre controverso ma inderogabile per chi come Amichai ha avuto un’educazione religiosa abbandonata per scelta ma mai rinnegata nei suoi fondamenti: un rapporto dunque fatto insieme di bisogno e di rotture, continuo, contrastato e mai banale. La guerra, che il poeta ha vissuto per lunghi anni come soldato di Tzahal: una dimensione che con la durezza e il dolore della morte reca però anche l’amicizia profonda, la vicinanza nei momenti estremi, la concretezza della difesa indispensabile.
Nell’insieme resta l’immagine potente del cantore di una realtà salda, viva, mai banale o artefatta. Anche la sua Yerushalayjm (luogo d’elezione dove ha vissuto per molti anni e altro centro della sua poetica) non è un’oleografica città-cartolina, ma un posto di vita vissuta, un incrocio di esistenze.
Insomma, un poeta forte, israeliano fino al midollo nella sua pulsione critica e nell’amore per la sua terra.

David Sorani

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