“Le Mitzwòt… grazie all’idea etica da cui sono pervase, possono servire a forgiare il carattere morale dell’Ebreo, purché esse non siano considerate fine a se stesse, ma mezzo di educazione e di elevazione di un vivere sociale illuminato dall’idea etica di D…”. In queste parole, tratte dal primo capitolo del suo “Il valore etico delle Mitzwòt”, Rav Sergio Yosef Sierra riassume l’insegnamento di una vita. Ebbi il privilegio di conoscere il Maestro nell’estate del ’79, allorché fui chiamato a leggere alcune Parashot nel nostro Bet ha-Kenesset. All’epoca frequentavo il Liceo a Milano e si doveva raggiungere Torino per intraprendere gli studi rabbinici. Fu così che per alcuni anni venivo qui due o tre giorni alla settimana per studiare sotto la guida sapiente di Rav Sierra. Ricordo in particolare gli esami, che si svolgevano la domenica mattina presto nella sua casa di Via Pietro Giuria insieme a Rav Curt Arndt e a Adi Schlichter z.l. Partivo da Milano con il buio e venivo puntualmente accolto dalla Sig.ra Ornella con una tazza di caffelatte bollente.

Rav Sierra era nato a Roma il 21 dicembre 1923. Laureato in lettere alla Sapienza e al Collegio Rabbinico di Roma, fu Rabbino a Bologna dal 1948 fino al dicembre 1959. E’ tuttora vivo negli Ebrei bolognesi il ricordo dell’impegno che Rav Sierra aveva profuso in quegli anni per la ricostruzione della Comunità. Sono gli anni della formazione di allievi come Alfredo Mordekhay Rabello, futuro docente di diritto all’Università Ebraica di  Gerusalemme, che molto tempo dopo avrebbe scritto: “Il fatto che non pochi allievi di quegli anni ci siamo ritrovati a vivere in Eretz Israel… è certamente uno dei segni migliori che l’insegnamento del nostro Morè è stato recepito nei nostri cuori”.

Dal 1960 al 1985 è stato Rabbino Capo della nostra Comunità, docente e poi direttore della Scuola Rabbinica Margulies-Disegni. Anche in questi incarichi, come nella docenza universitaria in letteratura ebraica presso gli atenei di Torino e Genova, “fece molti discepoli”. Insieme a Rav Giuseppe Momigliano di Genova io sono stato forse l’ultimo di una lunga schiera. Testimonianza eloquente di ciò si ha nella corposa miscellanea di studi ebraici che Gli dedicammo per il suo 75° compleanno il Prof. Rabello, il Prof. Felice Israel suo allievo e successore all’Università di Genova ed il sottoscritto nel 1998. Oltre alla trasmissione orale molto si dedicò alla parola scritta, contribuendo a prestigiose riviste in ogni campo del sapere ebraico. Nel 1979 era stato fra i co-fondatori dell’Associazione Italiana per lo Studio del Giudaismo. Ritiratosi dalla cattedra rabbinica fu Presidente dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia dal 1987 al 1992, prima di compiere la Sua ‘aliyah in Israel dove vivono due dei tre figli e diversi nipoti. Zekher tzaddiq li-brakhah: “il ricordo del Giusto sia in benedizione”.

Alberto Moshe Somekh

(Dal ricordo pronunciato nel Bet ha-Kenesset di Torino il 1° dicembre 2009 – 14 kislew 5770, giorno della scomparsa e della sepoltura di Rav Sergio Yossef Sierra, menuchatò be-gan ‘Eden).

Chatanim 5780

Auguri affettuosi da parte del Consiglio e da tutta la Comunità al Chatan Torah Simone Disegni e al Chatan Bereshit Sandro Rimini. Li ringraziamo in particolare per avere promosso una sottoscrizione per il progetto i-TaLAM, nuova piattaforma digitale dalle grandi potenzialità per l’apprendimento di base e l’approfondimento della lingua ebraica e dell’ebraismo presso la nostra Scuola. Per contribuire è possibile effettuare una donazione alla Comunità Ebraica di Torino IBAN: IT29S 03069 09606 10000000 2570  indicando la causale “Sottoscrizione Chatanim 5780”

Con la mente e con il cuore!

In vista dei mo’adim volevo condividere con voi un pensiero di Rav Kook, apparso nel volume Moadè ha-Re’iah di Rav Moshè Zevì Neriah.

Come è noto, la mitzwà principale di Rosh ha-shanà, chiamato nella Torà Yom teru’à, il giorno del suono, è quella dello Shofar. Nella pratica si alternano tre suoni differenti, teqi’à, un suono piano, teru’à e shevarim. Questi ultimi due suoni sono frutto della riflessione dei chakhamìm.

La natura della teru’à nel Talmud (Rosh hashanà 34a) è infatti oggetto di discussione. Il dubbio è se sia costituita da suoni prolungati, il suono che chiamiamo shevarìm, o spezzettati, quello che chiamiamo teru’à.

Tali suoni corrispondono a stati d’animo differenti, il primo al lamento di un animo preso dal rimorso e dal rimpianto, il secondo al lamento incontrollato di una persona angosciata.

Perché questa discussione è significativa? Se consideriamo i processi trasformativi nella persona, troviamo due modelli fondamentali. Alcuni cambiano in seguito a una decisione razionale. Capiscono che c’è qualcosa di sbagliato nelle loro vite e decidono di correggerlo. Per altri il cambiamento proviene dal cuore. La loro vita non è stata in grado di soddisfare le aspirazioni del cuore, e per questo vogliono cambiare.

Possiamo chiederci: qual è lo stimolo fondamentale per avviare il processo di teshuvà? La crescita spirituale viene dal cuore o dal cervello?

Questo è il dubbio circa la natura della teru’à. Il suono dello Shofar secondo Maimonide (Hilkhot Teshuvà 3,4) è un richiamo al cambiamento nelle nostre vite. Noi dormienti dobbiamo svegliarci dal nostro sonno, esaminare la nostra condotta e ricordarci del nostro Creatore. Come rispondere a questa chiamata? Con il cuore o con il cervello? Risposta difficile.

Vi è tuttavia una terza possibilità, che combina i due suoni, il lamento e il pianto incontrollato. Questa è la forma più completa di teshuvà. La riflessione razionale da cui tutto parte è guidata poi dalle emozioni. Le emozioni lasciano un segno più profondo sull’anima, ma le emozioni, da sole, non sono in grado di fornire un’influenza duratura. Serve la guida del cervello.

Il Salmista (89,16) afferma “Felicità al popolo che sa sonare lo Sciofar in Tuo onore, o Signore, e che procede alla luce che emana dalla Tua faccia”. Cosa c’è di tanto grandioso nel saper suonare lo Shofar? Il senso del verso secondo Rav Kook è un altro: quando comprendiamo il vero senso della Teru’à, quando siamo in grado di utilizzare correttamente il pensiero razionale e le emozioni, possiamo basare la nostra teshuvà su entrambi gli aspetti, e potremo seguire un percorso di vita illuminato dalla luce divina.

Prepariamoci pertanto con la mente e con il cuore ad affrontare questi giorni; auguro che possano indirizzare correttamente le nostre vite. Shanà Tovà umetuqà a tutti voi e alle vostre famiglie!  

Rav Ariel Di Porto

“I sapienti sono destinati a diffondere la pace nel mondo. (Talmud berahot 64 a)

Ricorda la scuola ebraica di Torino nella tua salita a Sefer.

Si ricomincia!

Passata l’estate e in attesa dell’inizio dei mo’adim, le attività della comunità ripartono a pieno ritmo. Mi permetto di segnalare alcuni eventi del mese, andando per ordine. Ma prima volevo complimentarmi con un ragazzo della nostra comunità, Gabriele Treves, meglio conosciuto come Bibi, che ha entusiasmato l’Italia ebraica con le sue prestazioni alle recenti Maccabiadi di Budapest, facendo incetta di medaglie nel nuoto. Lo sport, oltre ai suoi benefici che non serve illustrare, svolge anche un’importante funzione nella socializzazione. Auspico che in futuro possa esservi una qualche forma di associazionismo sportivo amatoriale per i ragazzi della comunità.

Il 1° Settembre, Rosh Chodesh Elul, la comunità ha preso parte al “Progetto Rosh Chodesh” dell’UCEI. La scorsa volta la risposta è stata molto debole, in questa occasione è stata più adeguata, anche se a rispondere sono stati i frequentatori abituali, come spesso avviene.

Con settembre riprendono anche i corsi pomeridiani di Torà. Il mio corso, che inizierà mercoledì 11, verterà sull’ultimo capitolo del trattato di Pesachim, una delle fonti fondamentali nella nostra tradizione sul Seder di Pesach. La settimana successiva, giovedì 19, riprenderà il corso tenuto da Rav Somekh, che affronterà il pensiero di uno dei grandi maestri italiani, il Ramchal. Il primo incontro sarà dedicato alla presentazione dell’ultimo lavoro di Rav Somekh, l’edizione del testo di Rav Raffel Baruch Amar, vissuto all’inizio dell’Ottocento ad Alessandria, Sull’osservanza delle feste, che è stato studiato in questi mesi il Sabato pomeriggio durante la se’udà shelishit.

Il 15 si terrà il tradizionale appuntamento della Giornata Europea della Cultura Ebraica, che richiama sempre molti visitatori. In apertura, assieme alla dottoressa Rosamaria Di Frenna, affronteremo il tema della giornata, il sogno, studiandone le declinazioni nella tradizione ebraica e nella psicoanalisi.

Infine, da fine mese, i mo’adim autunnali. Segnalo due situazioni, che con il tempo si sono cronicizzate:

a) il minian di Cuneo. Come sapete, il piccolo gruppo di Cuneo, con grande impegno e abnegazione, organizza le tefillot di Kippur presso la propria Sinagoga. Negli ultimi anni purtroppo la scomparsa di alcune figure “storiche” alle quali eravamo legati da un sincero affetto, Davide ed Enzo Cavaglion e il Parnas Giorgio Foà, vere colonne portanti di quel Bet ha-keneset, ha complicato non poco l’organizzazione;

b) l’assenza di un Cohen nel Bet ha-keneset. Uno dei momenti più sentiti nelle tefillot dei mo’adim è certamente rappresentato dalla birkat Kohanim. Come saprete, negli ultimi anni i Kohanim che vivevano a Torino sono scomparsi o emigrati, e l’unica soluzione praticabile è quella di fare arrivare un Kohen da fuori Torino.

Chodesh tov a tutti voi!

Rav Ariel Di Porto

Nuova lista prodotti kasher ARI – luglio 2019

L’ARI, Assemblea Rabbinica Italiana, ha predisposto e tiene continuamente aggiornata una lista di prodotti kasher.

Una importante caratteristica di questa lista è che non elenca solo prodotti certificati e con indicazione di kasherut sulla confezione, ma anche molti altri prodotti la cui kasherut risulta comunque accertata. Da certificazioni note, anche se non presenti sulla confezione, da altre liste analoghe o da specifiche comunicazioni dei vari rabbini.

In tal modo la gamma dei prodotti sicuramente kasher che il consumatore può acquistare in negozi e supermercati viene notevolmente ampliata.

Qui di seguito la lista aggiornata

Lista Kashrut ARI

Studiate Torah con le vostre mogli!

Due volte i Figli d’Israele si sono ribellati per mancanza d’acqua nel deserto. La prima volta, appena usciti dall’Egitto, H. comandò a Moshe di percuotere la roccia con la verga (Shemot 17,6). La seconda, avvenuta quarant’anni più tardi a Merivah, D. ordinò a Moshe di parlare alla roccia, ma Moshe tornò a batterla e come è noto fu duramente punito (Bemidbar 20, 7-13). Spiega il Chatam Sofèr che ogni generazione ha il suo linguaggio. I reduci della schiavitù erano abituati alla violenza. I loro figli d’altronde comprendevano il valore delle parole e della persuasione. L’errore di Moshe fu di non aver capito la transizione. Anche noi dobbiamo comprendere che la comunicazione di oggi non è più la stessa di trent’anni fa e ci spetta adeguare il nostro linguaggio a quello, totalmente mutato, dei più giovani.

Con questo messaggio Rav Yechiel Wasserman dell’Organizzazione Sionistica Mondiale si è rivolto ai circa duecento capi spirituali convenuti dal 13 al 15 maggio scorsi ad Anversa in Belgio per la 31^ Conferenza Generale dei Rabbini d’Europa. La rappresentanza italiana era costituita dai Rabbanim R. Di Segni, G. Di Segni, A. Spagnoletto e U. Piperno (Roma); A. Arbib e D. Sciunnak (Milano); G. Piperno (nuovo Rabbino Capo di Firenze), B. Goldstein (Modena) e il sottoscritto.

Il tema generale era la trasmissione della Torah e della Tradizione a fronte delle sfide del mondo contemporaneo. In quattro mezze giornate di lavoro sono state affrontate numerose tematiche. Il Rabbino Capo sefaradita di Eretz Israel Rav Itzchak Yossef ha tenuto una lezione sul rapporto fra tecnologia e Shabbat nell’ambito della sicurezza nei Battè ha-Kenesset e ha ribadito che si può permettere secondo la Halakhah l’uso di telecamere a circuito chiuso nella misura in cui chi viene ripreso non compie di sua intenzione alcuna azione finalizzata alla proiezione della sua immagine nel video. Il Rav si è solo raccomandato che le riprese non avvengano all’interno del Bet ha-Kenesset per non disturbare lo svolgimento delle Tefillot e la concentrazione che esse richiedono.

L’oratore di maggiore spicco è stato il Rav Asher Weiss dell’Istituto Darkhè Horaah di Yerushalaim, da considerarsi una delle maggiori autorità halakhiche viventi. Ha presieduto due sessioni: la prima dedicata all’importanza delle diagnosi prenatali e la seconda alla carne prodotta attraverso lo sviluppo delle cellule staminali dell’animale come alternativa alla macellazione. Entrambe le lezioni sono state precedute da un’introduzione fornita da uno scienziato specialista con l’ausilio di filmati e power point.

Con grande chiarezza e lucidità di pensiero Rav Weiss ha affermato che non ci si deve trincerare dietro posizioni fataliste in gravidanza, ma si devono compiere tutti quegli esami che possono mettere in luce sindromi o malformazioni. Non solo gli strumenti diagnostici sono oggi assai più precisi che in passato, ma consentono di intervenire per tempo con sofisticatissime tecniche di microchirurgia intrauterina. Un filmato ci ha mostrato la correzione del ventricolo di un feto eseguito in gravidanza di recente all’Ospedale Hadassah di Yerushalaim.

Rav Weiss ritiene che non sia invece opportuno utilizzare queste tecnologie d’avanguardia alla ricerca in base alla genetica di eventuali future patologie del nascituro in età adulta, per non condizionarne l’esistenza con una preoccupazione remota. Rav Weiss si è espresso anche sui vaccini richiamando risolutamente l’importanza dell’obbligo vaccinale compresa la trivalente (ha-chissun ha-meshullash), sostenendo che i dubbi sollevati da alcuni su una presunta nocività non hanno finora trovato nessuna conferma nella comunità scientifica internazionale.

Sul tema della carne prodotta da staminali Rav Weiss ha affermato che non vi è base halakhica alcuna per permetterne la consumazione con il latte come taluni proporrebbero. Derivando da cellule animali essa resta carne a tutti gli effetti e perché sia kasher si richiede che le cellule provengano da animali kasher sottoposti a regolare Shechitah se uccisi. In un’altra sessione, presieduta da Rav Israel Meir Levinger, Rabbino emerito di Basilea, si è parlato proprio della Shechitah e delle procedure di stordimento richieste in alcuni paesi (Inghilterra).

Un’intera sessione è stata dedicata al tema scottante dei ghiyurim dei bambini. Rav David Cohen della Yeshivat Chevron ha tenuto un’importante lezione in cui ha contraddetto coloro che pensano che, trattandosi di minorenni, l’accettazione delle Mitzwòt non costituisce un vero obbligo in questi casi. E’ su questa base che per l’addietro si era facilitanti in queste procedure. Interpretando il Talmud in profondità Rav Cohen ha dimostrato invece come l’accettazione delle Mitzwòt sia in questi casi a carico del Bet Din che se la assume per conto del bimbo in attesa che questi compia tredici anni e la faccia propria. Se a questo punto il giovane gher non osserva le Mitzwòt ecco che c’è il rischio di invalidare a posteriori l’intero atto. Per questo è necessario che il Bet Din valuti caso per caso a priori l’effettiva disponibilità della famiglia e della stessa Comunità a condividere pienamente e seriamente questo impegno non solo a parole.

A proposito di famiglia, si è parlato anche di quella del Rabbino. Rav Meir Goldvicht della Yeshuva University di New York ha affrontato questa problematica insistendo molto sull’importanza che il Rabbino ritagli rispetto al suo lavoro spazi particolari per i suoi figli e ha concluso suggerendoci di dedicare del tempo anche a studiare Torah con le nostre mogli. Un invito estensibile non solo ai Rabbini, ma a tutti!

Rav Alberto Moshe Somekh

Fra gli anniversari “tondi” di quest’anno, oltre all’80° delle leggi razziali italiane vi sarà quello della “Notte dei Cristalli”, ordita come rappresaglia per l’assassinio di un funzionario dell’ambasciata tedesca a Parigi da parte di un ebreo di origine polacca. Mi ha sempre colpito soprattutto l’incredibile capacità di coordinamento dei perpetratori che sono stati capaci di dar fuoco a 191 sinagoghe, demolirne completamente altre 76, distruggere 815 negozi di ebrei, arrestarne non meno di 30.000 in tutta la Germania e terre limitrofe. Il tutto in una sola notte, fra il 9 e il 10 novembre 1938, in un’epoca in cui l’e-mail e what’s app non erano immaginabili.

Il mondo da allora è mutato. Dalle ceneri della Shoah e della II Guerra Mondiale è sorta una nuova umanità che ha sostituito il dialogo alla sopraffazione. L’Onu rappresenta almeno nelle intenzioni un luogo di incontro planetario fra gli stati per il confronto su problemi che in altre epoche avrebbero scaturito sanguinosi conflitti e in questo senso non ha precedenti. Persino le religioni dialogano oggi sui grandi temi di interesse comune, che vanno dall’assistenza sociale all’etica, secondo un nuovo modello di relazioni che ha avuto origine sostanzialmente dopo il Concilio Vaticano II. Anche questo è segno dei tempi mutati, che hanno sostituito gli anatemi e le guerre di religione con il dibattito. Siamo abituati a identificare la modernità come l’epoca delle più grandi scoperte scientifiche e tecnologiche. Ebbene, accanto a queste vi sono a mio avviso anche quelle che potremmo chiamare “scoperte umanistiche”, in quanto hanno impresso alla civiltà dei nostri tempi un progresso e un’accelerazione non meno rilevanti. Il dialogo è a tutti gli effetti la maggiore “scoperta umanistica” degli ultimi decenni. La tavola rotonda senza spigoli dove tutti i partecipanti si guardano in viso rappresenta l’attuazione della moderna convinzione per cui, come affermano ben due versi del libro biblico dei Proverbi (11,14; 24,6), “la salvezza può venire solo da più consiglieri”.

Già il Talmud accenna a tutto questo in un Midrash che affronta il tema della relazione di Israele con gli altri popoli (Berakhot 3a). Per noi ebrei non si tratta di semplice letteratura. Per noi si tratta di un testo carismatico, dotato di forza ispiratrice anche sotto il profilo religioso. “Rabbì Eli’ezer insegnava: La notte si divide in tre veglie e a ogni veglia il Signore siede e ruggisce come un leone. Il segnale d’inizio di ogni veglia è il seguente. Alla prima veglia un asino raglia. Alla seconda veglia un cane abbaia. Alla terza veglia, quando ormai si approssima l’alba, un bimbo succhia il latte da sua madre e una moglie conversa con suo marito”. Questo Midrash si presta a un’interpretazione simbolica che ci è stata fornita da Rabbi Loew di Praga, il famoso Maharal (1525-1609) nel sermone che tenne il giorno di Shavu’ot del 1592 nella Sinagoga di Posen, tre mesi dopo il suo incontro con l’Imperatore Rodolfo d’Asburgo (Netzach Israel, cap. 18).

La notte, spiega il Maharal, rappresenta l’esilio e la persecuzione, nella quale Israele dispera. Così come la notte è divisa in tre parti, altrettanto nel corso dell’esilio si possono identificare tre fasi successive. La prima fase è segnata dall’asino che raglia. E’ l’epoca in cui gli ebrei sono trattati come animali da soma: sono soggetti a tasse discriminatorie, pene e lavori forzati. I nostri persecutori ci confinano nei ghetti. La seconda fase è simboleggiata dal cane che abbaia. E’ la fase in cui l’antisemitismo si fa violento: i nostri aguzzini puntano a sterminarci. E’ la fase dei pogrom, delle accuse di omicidio rituale, degli auto da fè, del genocidio e dell’olocausto.

La terza fase è la più interessante di tutte. Ci sono almeno due modi per interpretare il simbolo della moglie che conversa con il marito. Non c’è dubbio che i coniugi vogliono rappresentare il dialogo. Il Maharal di Praga vuole significare che ad una fase di estrema violenza segue un’epoca nuova, completamente diversa. Alla ferocia brutale del Medioevo succede l’Umanesimo, una fase in cui la relazione fra Israele e gli altri popoli prende la forma del dialogo. Il simbolismo coniugale con le sue implicazioni emotive e il suo potenziale di avventura simboleggiano l’alba dei popoli, che chiama il popolo ebraico a compiti nuovi, a un confronto di tipo nuovo. “Il dialogo è iniziato fra Israele e il mondo e l’udienza (del Maharal con l’Imperatore) ne offre il primo segno tangibile. Ormai, ancora nelle brume del mattino che si disperderanno con l’avanzare del giorno, il Maharal sente che il popolo ebraico non sarà più né schiavo, né vittima del mondo, ma suo interlocutore” (André Neher, “Faust e il Golem”, Sansoni, 1989, p. 67).

Peccato che solo cinquant’anni più tardi, nel 1648 le orde brutali di Chmielnicki avrebbero precipitato gli ebrei della Mitteleuropa in un nuovo Medioevo. Il Midrash allude a un procedimento ciclico, a “corsi e ricorsi storici”? E’ possibile. Penso piuttosto che sia lecito dare della terza fase dell’esilio un’altra interpretazione, assai meno politically correct e molto più inquietante. La terza fase costituirebbe non un lieto fine, non un ribaltamento rispetto alle due fasi precedenti, ma semplicemente una continuazione e forse alluderebbe persino a un ulteriore deterioramento delle nostre condizioni: a una nuova fase di serie minacce, a un nuovo modello di persecuzione basato questa volta non sulla spada, ma sulla lingua. Anche il dialogo, giova ricordarlo, ha i suoi nemici. Vi sono gli oppositori del dialogo, che continuano imperterriti a usare la forza e vi sono i manipolatori del dialogo, bravi a mettere al proprio servizio le tecniche più raffinate della comunicazione giungendo a negare la realtà e plagiando, di fatto, uditori e lettori.   

La società contemporanea si fonda sul multiculturalismo: con il processo di globalizzazione l’ebreo non è più preso di mira nella sua religione. Dopo la II guerra mondiale il popolo ebraico formò un gruppo pienamente inserito nella società. Le tesi antisemite dopo la Shoah restarono svuotate del loro contenuto teorico e l’odio antiebraico assunse una forma latente. Negli anni ‘80, contemporaneamente all’intensificarsi degli incidenti antisemiti, da parte dell’elite culturale in ambito intellettuale si sollevò una forte ondata di tesi negazioniste sulla Shoah. Negli Stati Uniti si diffuse il testo “Did six millions really die?” scritto da Ernst Zuendel, un tedesco emigrato negli USA e poi arrestato nel 2003 in Canada.

A partire dagli anni ’90 le tematiche revisioniste furono adoperate in funzione antisraeliana. E’ del francese Roger Garaudy il volume: “I miti fondatori della politica israeliana” pubblicato nel 1995. Il libro sostiene la tesi per cui la politica israeliana si fonderebbe  su un mito inesistente, quello della Shoah appunto. Garaudy fu condannato nel 1998 per crimini contro l’umanità e diffamazione razziale. La condanna degli ebrei si giustifica ora grazie alla condanna dello stato ebraico. La nuova ideologia viene a colmare il vuoto causato dalla perdita delle molte tradizionali razionalizzazioni: deicidio, incarnazione del capitale, inferiorità razziale. Per delegittimare Israele gli ebrei sono accusati dei crimini da loro stessi subiti: già nel 1975 l’Onu condannò il sionismo come una forma di “discriminazione razziale”. La negazione diviene ora contraddizione: da un lato si nega che la Shoah sia mai avvenuta, dall’altro ci si ostina ad affermare che lo Stato d’Israele si vendica per la Shoah patita. E’ proprio lo strumento moderno della comunicazione a rivelare dell’antisemitismo ciò che è: un fatto contraddittorio e perciò totalmente irrazionale. Ma non meno pericoloso per questo: anzi. L’assenza di basi razionali lo rende oltremodo sfuggente a qualsiasi controbattuta.  

La condanna dello stato ebraico è formulata dai mass media e dagli slogan di propaganda a fronte della presunta libertà d’espressione conquista del nostro secolo. Rendendo un vanto la possibilità di esprimere liberamente le proprie idee e di poter “dar voce” ai “popoli che soffrono” si accusa Israele di non rispettare i diritti umani che il mondo è riuscito a dichiarare come inviolabili; all’apparenza senza toccare i diritti dello stato ebraico, esso è discriminato e rinnegato. La discriminazione e il rifiuto però si riversano sull’ebreo che, come sempre nella storia, è temuto e quindi odiato.

Le grandi rivelazioni sono avvenute sulle montagne. Certo, scalare una montagna costa fatica, ma al culmine del percorso si è ampiamente ripagati. Le vette garantiscono non solo un’aria più pura, ma soprattutto larghezza di panorami, una capacità di volare alto e di includere visioni in un unico sguardo che prima non avevamo. Ciò che prima appariva al centro del mondo, ora si rivela come uno dei tasselli di una realtà molto più multiforme. Il dialogo, per essere valido, deve saper abbracciare gli orizzonti più vasti possibili. Per questo occorre dovunque appoggiare quelle forze politiche che favoriscono i legami tra i popoli aldilà dei confini nazionali. Noi ebrei siamo stati i primi europeisti della Storia! D’altronde la forza di un governo si vede dall’impegno che profonde nel tutelare le minoranze. Esiste un’emergenza antisemitismo virulento in Italia oggi? Per il momento no. Finché ci sono altri capi espiatori per i problemi della società. Qualora dovessimo ravvisare una minaccia del genere in futuro oggi sapremmo dove andare. E non esiteremmo in tal caso a incoraggiare i nostri giovani a lasciare l’Italia.

Voglio concludere con una nota ottimistica. Il Midrash si chiude con un’ulteriore immagine, quella del bimbo che succhia il latte da sua madre. Proprio quando le speranze per il futuro sembrano affievolirsi confidiamo nell’arrivo della redenzione. In termini politici e culturali questo significa partire da un approccio onesto ai problemi. Assai più che la fantomatica purezza di chi non ha mai peccato, direi che il bambino del Midrash simboleggi l’onestà. L’onestà di chi sa di avere delle responsabilità e le ammette senza addossarle agli altri. L’onestà di chi sa affrontare le difficoltà con impegno e serietà. Solo così l’umana civiltà saprà ritrovare i propri ideali, il “latte materno” vitale per la sua sopravvivenza e continuità. Perché l’antisemitismo non è solo un problema di noi ebrei. L’antisemitismo è una cartina al tornasole dei mali profondi di tutta quanta la società. Combattere l’antisemitismo significa, in un senso più ampio, combattere per una società più equa, più umana e più solidale. Volta non solo al profitto materiale, ma anche ai grandi valori di cui l’essere umano è portatore. Sempre che abbia la volontà di farsene portavoce.  

Un esempio lampante di negazionismo riferito alla realtà israeliana è proprio di questi giorni. Del gruppo di ragazzi thailandesi imprigionati in una grotta è stato dato ampio risalto. Nessun organo di stampa europeo ha invece precisato che il contatto con i ragazzi che ora ne permette il salvataggio è stato possibile grazie a una ditta israeliana specializzata in sofisticati sistemi di comunicazione che possono agire in assenza di copertura di rete: la MaxTech che ha una filiale proprio in Thailandia. Il rappresentante locale della ditta, saputo della tragedia, ha avvertito la casa madre in Israele che è intervenuta senza richiedere alcun compenso. Non è la prima volta che Israele dà il suo fattivo contributo in situazioni drammatiche in giro per il mondo. Un know how d’assoluta avanguardia messo interamente al servizio del bene dell’umanità senza confini. A differenza di altre culture che certamente esaltano sia il sapere che l’agire morale, ma li assumono come valori separati e indipendenti, l’Ebraismo è forse il solo a predicare il fatto che sapere e agire morale devono agire insieme: in un certo senso sono un’unica cosa. Parallelamente alla demonizzazione di Israele si colloca il silenzio sotto cui passa tutto ciò che lo stato ebraico fa di buono. Ma noi Ebrei non ci lasciamo intimorire. Continueremo nei soli limiti delle nostre forze ad agire per la salvezza di vite umane e a santificare il Nome di Dio davanti all’umanità a dispetto dei nostri detrattori.   

Calendario Lezioni Rabbiniche – Interruzione pausa estiva

Le lezioni infrasettimanali di Rav Di Porto termineranno, prima della pausa estiva, mercoledì 20 giugno; quelle di Rav Somekh, giovedì 28 giugno per riprendere regolarmente a settembre.

Rinnovo CdA Archivio Ebraico Terracini

L’Assemblea dei Soci dell’Archivio Ebraico Terracini ha eletto nella riunione del 10 maggio scorso il nuovo Consiglio di Amministrazione, che è così composto: Alberto Cavaglion, Benedetto De Benedetti, Bianca Gardella Tedeschi, Marco Luzzati, Mario Montalcini, Benedetto Terracini, Lea Voghera Fubini.

Ha inoltre confermato come Revisore dei conti Nicola Treves.

Nella riunione del 15 maggio il neoeletto Consiglio di Amministrazione ha nominato al suo interno il Presidente nella persona di Bianca Gardella Tedeschi e il Vice Presidente nella persona di Marco Luzzati.

70 anni dalla nascita di Israele

E’ passata una vita, settant’anni dalla Dichiarazione di indipendenza dello Stato d’Israele. Tante sono le sensazioni e le emozioni che in ciascuno di noi si affacciano, al pensiero di quante cose sono successe. Tanta è la gratitudine per coloro che alla costruzione di Israele hanno dedicato la propria vita e per coloro che l’hanno persa per difenderlo. In questi settant’anni Israele ha affrontato prove di ogni tipo. Nella sua storia, governata da esseri umani, non si può non intravedere un indirizzo divino. Se la votazione all’ONU del novembre 1947 che ha permesso la realizzazione di questa aspirazione millenaria del popolo ebraico si fosse tenuta oggi, il risultato sarebbe stato molto con molta probabilità differente. I recenti pronunciamenti dell’UNESCO sull’ebraicità di Gerusalemme, e le veementi reazioni da più parti all’annuncio statunitense di volere spostare l’ambasciata sono segnali da non sottovalutare. Israele è regolarmente uno dei paesi più sanzionati dagli organismi internazionali, che non mostrano però interesse nei confronti di tutto ciò che avviene intorno nella polveriera mediorentale, senza considerare la vivida concretezza della minaccia terroristica, cancro con il quale Israele si è confrontato e ha quasi del tutto superato, mettendo sul campo molte forze, facendosi carico scelte impopolari e soprattutto indifendibili agli occhi di molti europei, che non sono ancora riusciti ad inquadrare il problema, figuriamoci a trovare una soluzione. L’idea che la salvaguardia della vita dei propri cittadini e dei propri soldati, così come la difesa dei propri confini, siano una priorità per uno stato sovrano non incontra evidentemente approvazione dalle nostre parti. Le conseguenze sono devastanti. Il campo di battaglia negli ultimi anni si è spostato sensibilmente. Un certo tipo di contro-narrazione ha dilagato, mettendo sempre più in discussione la legittimità di Israele di fronte al consesso delle nazioni. Israele rappresenta a livello collettivo quello che l’ebreo ha rappresentato per il resto del mondo per due millenni. L’avanzata del movimento BDS nel mondo accademico, nei parlamenti e nei media ha consentito una falsificazione sistematica dei fatti. Con rammarico devo prendere atto del fatto che l’Università di Torino è in primissima fila in questo esercizio di disonestà intellettuale. Non intendo dire che non sia possibile criticare Israele per le sue scelte politiche, ma per formulare un giudizio, di qualsivoglia natura, è necessario poter disporre di dati per quanto possibile oggettivi, e questo oggi in Europa è sempre più difficile. I media, tranne rarissime eccezioni, non perdono l’occasione per rafforzare l’idea che in Israele avvenga una violazione continua dei diritti umani, senza tenere in considerazione quanto si verifica in maniera pressoché sistematica in molti paesi dell’area, nei quali l’esercizio delle libertà fondamentali è, a oggi, un miraggio che rischia di rimanere tale per molto, molto tempo. Gli ebrei della diaspora si trovano sempre in maggiore difficoltà nel sostenere Israele, senza considerare che la loro stessa incolumità è sempre più sistematicamente a rischio. Queste dinamiche ricordano tristemente quelle degli anni immediatamente precedenti il secondo conflitto mondiale, quando gli americani nella conferenza di Evian del ’38 affermavano che il mondo si diceva preoccupato per gli ebrei, ma non era disposto a fare alcunché per aiutarli. Non si comprende tuttavia che il pericolo per gli ebrei europei costituisce una sfida mortale ai valori sui quali la nostra società è costruita. Nonostante tutte queste ombre, possiamo sperare di avere un futuro luminoso oltre ogni aspettativa. La società israeliana è una società giovane, plurale, dinamica, all’avanguardia in moltissimi campi. Le università israeliane competono ai massimi livelli, sfornando continuamente scoperte rivoluzionarie e innovazioni tecnologiche. La crescita demografica si attesta su livelli molto più alti di quelli del mondo occidentale. In 70 anni la popolazione ebraica è decuplicata, e si prevede che nel 2048 sfiorerà i 15 milioni. Gli ebrei in Israele prima della Shoah erano il 3% per dell’ebraismo mondiale, oggi il 45. Sono stati accolti quasi un milione di ebrei mediorientali, che non avevano più una casa, e un milione di ebrei russi. A breve la maggioranza degli ebrei del mondo vivranno in Israele. Raramente nella storia umana abbiamo assistito ad un ritorno di questa portata. Ma, dobbiamo ricordarlo, lo stato di Israele è oggi il centro di un corpo. C’è un anima da coltivare e far crescere. Israele deve essere sempre di più il promotore dei valori che ispirano la nostra tradizione. Israele è oggi, senza ombra di dubbio, il principale centro di studi ebraici, religiosi e secolari. Questo ha dato un impulso incredibile ad un processo che in due millenni di diaspora non era mai fiorito compiutamente. Rav Shraga Simmons ricorda che alcuni anni fa dei funzionari russi visitarono l’ospedale Alin di Gerusalemme, un polo di avanguardia per la riabilitazione dei disabili, con strutture per la fisioterapia, l’idroterapia, la logopedia e la consulenza psicologica. Uno dei rappresentanti russi chiese: perché sforzarsi tanto per dei bambini handicappati? Perché? Questo è il grande sforzo che Israele compie, si tratti degli orfani di Gerusalemme o un villaggio in Thailandia. Insegnare al mondo che cosa significa preoccuparsi e prendersi cura di ciascun singolo essere umano. Questo perché le parole che i nostri profeti, tanti secoli fa, hanno pronunciato, possano trovare il posto che compete loro nel mondo, senza aggressività, senza doppiezza alcuna. Non vogliamo essere un paese normale, come diceva Ben Gurion, con le sue prostitute e i suoi ladri. Israele non esiste solo per le sue spiagge, i suoi concerti, Wonder Woman. Non è questo il senso della nostra storia. Vogliamo, sempre di più, essere un’ispirazione per il mondo. Rav Ariel Di Porto maggio 2018 – yiar-sivan 5778