31 Marzo 2026

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Lunedì 30 marzo si è tenuta la cerimonia in ricordo del sacrificio dei ventisette partigiani fucilati dai nazifascisti al Pian del Lot. L’orazione ufficiale è stata fatta da Dario Disegni, Presidente della Comunità ebraica di Torino.

Lunedì 30 marzo si è tenuta la cerimonia in ricordo del sacrificio dei ventisette partigiani fucilati dai nazifascisti al Pian del Lot. L’orazione ufficiale è stata fatta da Dario Disegni, Presidente della Comunità ebraica di Torino.
Di seguito il testo integrale:

PIAN DEL LOT – 30 marzo 2026

Autorità civili, militari, religiose, cittadini, studenti,

Come ogni anno, nell’approssimarsi della Festa della Liberazione, la Comunità si unisce alle Istituzioni, alle Associazioni partigiane e alle Forze Armate nel commosso ricordo della strage avvenuta 82 anni orsono in questo luogo, divenuto un simbolo dell’orrore e della barbarie nazista. Il 2 aprile 1944, infatti, pochi giorni prima della fucilazione dei componenti del Comitato Militare della Regione Piemonte, una grande fossa comune accolse, falciati dalle raffiche, ancor vivi e agonizzanti, i corpi di 27 giovani.

Quella terribile strage di 27 giovani, che addirittura avrebbero dovuto essere nelle intenzioni originarie 50, enunciata come una rappresaglia, per l’uccisione di un militare tedesco sorpreso nei pressi del Ponte Umberto I, che collega corso Vittorio alla Crimea, in realtà, rispondeva a una azione preordinata e pianificata per terrorizzare la città a coronamento del grande rastrellamento nelle valli, che avrebbe dovuto sgominare definitivamente le forze partigiane già sfinite dalla fame e dai rigori invernali. Una terribile vendetta, dunque, dei comandi nazifascisti sorpresi e preoccupati dalla compattezza dello sciopero generale esploso contemporaneamente a Torino e a Milano, nonostante gli arresti e le deportazioni di operai.

Uno dei 27 giovani massacrati era Walter Rossi, detto “Zanzara” per la sua esile corporatura, diciannovenne partigiano ebreo attivo in Val Pellice, dove, essendo troppo gracile per combattere, divenne infermiere nell’ospedaletto di Pian del Prà. Nel marzo del 1944 venne catturato, dopo che il nemico diede fuoco all’ospedale, e fu costretto a rivelare dove erano nascosti i compagni, che altrimenti sarebbero stati arsi vivi. Venne poi trasferito dal carcere di Luserna alle “Nuove” di Torino e dopo indicibili torture, il 2 aprile trasportato assieme ad altri ventisei ragazzi al Pian del Lot, dove venne costretto a scavarsi la fossa. I ragazzi vennero colpiti da una scarica di proiettili, pochi morirono sul colpo, molti caddero nella fossa ancora vivi e agonizzanti. Ma i loro carnefici coprirono le urla e lamenti con la terra. Uno di loro sopravvisse: venne salvato da una persona che dopo aver sentito le mitragliatrici andò ignaro sul luogo della strage, sentì dei lamenti provenire da sotto la terra e così salvò l’unico superstite, nascondendolo poi a casa sua. Grazie a lui si scoprì la fossa comune, gli altri corpi e l’orribile vicenda.

Nella cerimonia che in questo luogo si tenne nel 2013 a prendere la parola per ricordare Walter Rossi fu l’avv. Massimo Ottolenghi, partigiano attivo nelle Valli di Lanzo, che volle richiamare il nobile e commovente discorso che qui tenne nel 1946 la madre di Walter, Itala Ghiron, che ebbe a dire: “Ora ognuno di noi ha ventisette figli da onorare. Per parte mia sono in grado di rievocarne soltanto uno, lo chiamavano zanzara, era un’anima buona. Aveva la colpa imperdonabile di essere ebreo e lui lo aveva dichiarato, quasi come una sfida, in risposta a chi lo aveva accusato di essere un vigliacco perché non si era ancora arruolato”. E concluse con grande amarezza: “Non vi è parola o pensiero adeguato per ricordare, può esserci solo silenzio. Oggi non siamo ancora degni di dire, di invocare valori, di ricordare questi morti. Non si può testimoniare se dal loro sacrificio non si è imparato niente, non si può se non si è capito che la libertà e la democrazia, una volta conquistate, vanno difese”.

In una testimonianza  rilasciata all’ISTORETO nel 2003 Massimo Ottolenghi volle avvicinare alla figura di Walter Rossi quella di un altro partigiano ebreo, un giovane intellettuale, orrendamente seviziato e  assassinato dai nazi-fascisti, Emanuele Artom, in memoria del quale ogni anno si tiene una marcia che dal binario 17 della stazione di Porta Nuova conduce gli studenti delle scuole torinesi in piazzetta Primo Levi, dove vengono letti brani dei suoi diari per trarne spunti di riflessione per il tempo presente e per il futuro che ci attende.

Due grandi uomini, Walter ed Emanuele, accomunati da una gracilità e debolezza del corpo, ma non dello spirito. Massimo Ottolenghi aveva aiutato Walter nello studio per passare la licenza liceale, mentre di Emanuele era stato compagno di banco per due anni. Aveva poi aiutato i genitori di Walter, zii di sua moglie, cercando di metterli in contatto con la Procura, consegnando egli stesso degli esposti per far luce sulla drammatica vicenda del figlio, ma senza ottenere risultati.

Consentitemi in questa occasione di sottolineare l’importante contributo degli Ebrei italiani alla Resistenza contro il fascismo e l’occupazione nazista: oltre mille si unirono come combattenti alle formazioni partigiane. Numerosi furono anche i dirigenti del Comitato di Liberazione Nazionale, tra i quali Umberto Terracini ed Emilio Sereni per il Partito Comunista e Leo Valiani per il Partito d’Azione. Per tutto il periodo della Guerra di Liberazione non vennero mai create unità partigiane esclusivamente ebraiche: chi combatté lo fece nelle formazioni antifasciste nazionali, all’interno delle quali venne di fatto ripristinato quel “patto di cittadinanza” infranto dalle leggi razziste del 1938.

Molti di questi partigiani morirono in combattimento, tanti furono arrestati e poi uccisi nelle esecuzioni sommarie, altri ancora furono incarcerati o deportati come prigionieri politici. La scelta partigiana per gli Ebrei comportava però un ulteriore rischio: chi veniva catturato, se riconosciuto come tale, seguiva la sorte degli altri appartenenti alla “razza ebraica” nei campi di sterminio nazista. Come avvenne per Primo Levi e per due giovani donne ebree, Luciana Nissim e Vanda Maestro. I tre erano amici e insieme decisero di unirsi a un gruppo partigiano in Val d’Aosta. Furono arrestati dalle milizie fasciste nel dicembre del ’43. Tutti e tre verranno deportati ad Auschwitz nel febbraio del ’44. Primo Levi e Luciana Nissim sopravvissero alla Shoah, mentre Vanda Maestro purtroppo morirà nelle camere a gas.

Se la storia di Primo Levi è ampiamente conosciuta, per anni quelle dei tanti altri partigiani ebrei caddero nell’oblio, salvo essere poi essere negli ultimi decenni recuperate grazie al meritorio lavoro degli storici. Molte di queste vicende sono così  oggi reperibili nel portale del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea “Resistenti ebrei d’Italia”, che sfocerà poi in un libro della studiosa Liliana Picciotto  in uscita nei prossimi mesi, che verrà presentato in anteprima nella sede della Comunità ebraica domenica 26 aprile alle ore 17.30, nel corso di un evento di celebrazione della Festa della Liberazione, al quale è invitata tutta la cittadinanza.

La Festa della Liberazione dal giogo nazi-fascista, che restituì agli Ebrei i diritti di cittadinanza e di uguaglianza soppressi con la violenza delle leggi razziste del 1938, è quindi un momento fondamentale della lunga storia della presenza ebraica in Italia, che dura da oltre 2.200 anni.

E il ricordo che ogni anno noi rinnoviamo del sacrificio dei martiri di Pian del Lot, così come quelli delle Fosse Ardeatine e di molte altre stragi nazifasciste, ben lungi dall’essere un momento meramente celebrativo, è pertanto un irrinunciabile  appuntamento per riaffermare ancora e sempre il nostro impegno affinché quegli ideali per i quali essi pagarono con la vita vengano perseguiti con fermezza e coscienza civile per non dimenticare le atrocità del passato e per richiamare a un impegno costante di lotta contro l’antisemitismo, il razzismo e ogni forma di intolleranza e per i diritti inalienabili di giustizia, uguaglianza e  libertà.

DARIO DISEGNI

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