Il 27 ottobre 2026 mio padre, Aldo Liscia, è morto a Torino. Aveva 105 anni. È difficile spiegare che cosa significhi perdere un padre quando si hanno quasi settantanove anni. Ho avuto la fortuna di averlo accanto da bambino, da ragazzo, da adulto e infine da uomo anziano. Sapevo che un giorno sarebbe mancato, ma la lunga familiarità con la sua presenza aveva finito per farmela sembrare una certezza. Ora mi sorprendo a pensare a qualcosa che vorrei raccontargli, a una domanda che potrei fargli, e a ricordare subito dopo che non è più possibile.
Fra le conversazioni che mi tornano alla mente ce n’è una che racchiude, credo, gran parte del suo modo di intendere la vita. Ogni tanto ricordavamo insieme una vecchia barzelletta ebraica: «Perché gli ebrei suonano più il violino che il pianoforte?» «Hai mai pensato di scappare con un pianoforte?». Sorridevamo entrambi, ma per lui quella battuta conteneva una verità vissuta sulla propria pelle. Quando sei costretto a fuggire puoi perdere la casa, gli oggetti, la sicurezza, perfino il diritto di abitare nel Paese in cui sei nato. Ti resta ciò che sai, ciò che hai imparato, ciò che sei capace di fare. Un violino si porta con sé; la conoscenza ancora più facilmente. Non ha peso, non occupa spazio e nessuno può sequestrarla alla frontiera.
La storia di mio padre comincia in una casa che, per lui, non è mai stata una casa qualunque: Villa Giulia, sul mare di Antignano, a Livorno. Vi nacque nel 1921. L’aveva fatta costruire suo padre e rappresentava il centro della vita familiare: il paesaggio dell’infanzia, le voci dei parenti, la vicinanza del mare, l’appartenenza a una comunità ebraica dalle radici profonde. Per capire Aldo bisogna partire da lì. Villa Giulia era il luogo in cui la sua storia personale si intrecciava con quella di più generazioni; il punto dal quale si sentiva provenire, anche quando, negli anni successivi, avrebbe vissuto in molte altre città.
Nel 1938 quel mondo fu spezzato. Aveva diciassette anni e frequentava il liceo scientifico. Mi raccontava che un giorno era uscito in bicicletta con gli amici; al ritorno, suo padre gli annunciò che non avrebbe più potuto andare a scuola perché era ebreo. Penso spesso alla brutalità di quel passaggio: una giornata normale, una pedalata con gli amici, e poi una notizia che ti cambia la vita. Le leggi razziali non gli tolsero soltanto il banco di scuola. Gli fecero capire che il Paese nel quale era nato lo considerava improvvisamente un estraneo.
Anche Villa Giulia entrò nella vicenda della persecuzione. La casa era ambita dalla famiglia Ciano: prima da Costanzo, poi dal figlio Galeazzo, genero di Mussolini. In un clima in cui una famiglia ebrea non poteva difendere liberamente i propri diritti, il padre di Aldo fu costretto a cederla. La violenza delle leggi razziali si manifestò così in due modi intimamente legati: l’espulsione del ragazzo dal liceo e la sottrazione della casa in cui era nato. Non erano soltanto due ingiustizie. Erano un tentativo di recidere il suo futuro e le sue radici.
Dopo la guerra la famiglia affrontò una lunga vicenda giudiziaria e riuscì a riavere Villa Giulia. Per Aldo quella restituzione aveva un significato che andava ben oltre il valore dell’immobile. La villa era la prova materiale di una storia familiare che la persecuzione aveva cercato di interrompere. Riaverla non poteva cancellare l’esilio, le paure o gli anni perduti, ma significava riaffermare un diritto e ritrovare un luogo a cui continuare ad appartenere. Negli anni in cui ne parlavamo, capivo che Antignano non era soltanto il paesaggio della sua nostalgia: era una parte della sua identità, insieme affettiva, civile e morale.
Intanto, da ragazzo, aveva dovuto lasciare l’Italia. In Francia proseguì gli studi fino a conseguire il baccalauréat, mentre la guerra rendeva ogni scelta più rischiosa. Riuscì poi a raggiungere la Svizzera e a iscriversi all’Università di Ginevra, dove studiò ingegneria chimica grazie a una borsa di studio. È qui che nacque quella sua convinzione sulla conoscenza che avrebbe segnato anche la mia vita.
A Ginevra vigeva una regola severissima: se fosse stato respinto due volte allo stesso esame avrebbe perso il diritto di continuare gli studi e la borsa che gli permetteva di mantenersi. Avrebbe rischiato di dover tornare nella Francia occupata o nell’Italia fascista. Per un giovane ebreo non si trattava di un semplice insuccesso universitario, ma della concreta possibilità di trovarsi nuovamente esposto alla persecuzione e al pericolo di morte. Ogni esame poteva decidere molto più di una carriera. Quando studiava, mio padre non pensava soltanto alla laurea: studiava anche per sopravvivere.
È difficile, per chi è cresciuto dopo la guerra, immedesimarsi in una condizione simile. Io ho affrontato gli esami con l’ansia e le ambizioni comuni a tanti studenti; lui li aveva affrontati sapendo che un fallimento poteva privarlo dell’unico rifugio che aveva trovato. Non ne ricavò un culto della sofferenza né il desiderio di imporre agli altri la propria esperienza. Ne trasse una fiducia tenace nella preparazione, nella disciplina, nella capacità di risolvere i problemi. E l’idea che la cultura non serva soprattutto a distinguersi, ma a rendersi liberi e a trovare, quando occorre, una via d’uscita.
Dopo la guerra mio padre costruì la propria vita professionale e familiare. Sposò mia madre a Torino; io nacqui a Nizza, nel 1948, e in Francia io e mio fratello Daniele trascorremmo i primi anni della nostra vita. La distanza fra la sua giovinezza e la mia era enorme. Aveva conosciuto l’esclusione e la fuga; io crescevo in un’Europa che ricominciava a offrire possibilità. Credo che proprio per questo considerasse l’istruzione dei figli una responsabilità fondamentale: voleva che non sprecassimo ciò che a lui era stato negato.
Ne ho un ricordo molto preciso. A cinque anni, a Nizza, non mi accettavano alla «primina», che avrebbe consentito di anticipare l’ingresso alla scuola elementare. La soluzione più semplice era aspettare. Mio padre, invece, si intestardì perché potessi iniziare la prima a sei anni. Cominciai nel febbraio dell’anno successivo, quando sei mesi di lezioni erano già trascorsi, e lui mi aiutò a recuperare tutto quel lavoro. Non fu soltanto una questione di programma scolastico. Mi insegnò, con i fatti, che una difficoltà non deve diventare una rinuncia e che l’impegno può riaprire una possibilità apparentemente chiusa. In quel piccolo episodio riconosco, oggi, una lontana eco della sua storia.
Da allora mi seguì e mi incoraggiò per tutta la vita scolastica. Era esigente, talvolta ostinato, ma la sua insistenza non aveva nulla a che vedere con la ricerca di un prestigio formale. Ci teneva che imparassi a ragionare, a studiare davvero, a non fermarmi alla prima risposta. Come tutti i figli, non avrò sempre apprezzato la pressione di un padre convinto di sapere quanto fosse importante studiare. Col tempo ho capito che il suo era, prima di tutto, un atto di fiducia nei miei confronti: mi chiedeva molto perché credeva in ciò che avrei potuto diventare.
Sono diventato ingegnere nucleare grazie a lui. In quella scelta c’erano le mie inclinazioni, ma anche un’influenza paterna profonda. Mio padre, ingegnere chimico, aveva partecipato allo sviluppo della ricerca nucleare italiana, lavorando nel campo dei combustibili nucleari e poi nell’ambito dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica a Vienna. La scienza, in casa nostra, non era una materia astratta. Era un modo per porre domande, verificare le risposte, misurarsi con problemi complessi. Scegliere l’ingegneria nucleare significò seguire una mia strada, ma su un terreno che lui aveva contribuito a farmi conoscere e ad amare.
La lezione non si è esaurita con la laurea. Nella vita professionale mi sono occupato anche di settori molto lontani dall’ingegneria nucleare. Ho dovuto cambiare prospettiva, acquisire competenze nuove, confrontarmi con trasformazioni tecnologiche che nessuno avrebbe previsto durante i miei studi. In tutte queste esperienze mi è servito l’insegnamento di mio padre: non smettere di imparare. Le nozioni possono invecchiare, le professioni cambiare; la curiosità, la capacità di comprendere e il metodo di studio rimangono risorse preziose. È in questo senso che sento la sua influenza ancora oggi.
Lui stesso non smise mai di interessarsi al mondo. Aveva attraversato un secolo straordinario, dalla Livorno degli anni Venti all’era digitale, dalle leggi razziali alla costruzione dell’Europa, dalle prime applicazioni dell’energia nucleare alle tecnologie contemporanee. Non usava l’età come una ragione per chiudersi nei ricordi. Anche da anziano conservava una memoria vivissima e la voglia di capire ciò che accadeva. Potevamo discutere di avvenimenti lontani e, un momento dopo, del presente. Era questo che rendeva il nostro dialogo prezioso: non parlavo soltanto con un testimone del passato, ma con una persona ancora curiosa del futuro.
La testimonianza, tuttavia, per lui era un dovere. Per molti anni incontrò studenti nelle scuole, raccontando l’espulsione dal liceo, l’esilio e le persecuzioni. Credo comprendesse quanto fosse importante trasformare le date dei libri di storia nell’esperienza di una persona. Aveva diciassette anni quando gli era stato negato il diritto di studiare; davanti ai ragazzi poteva spiegare che la discriminazione non è un concetto astratto, ma qualcosa che entra all’improvviso nella quotidianità e la distrugge. Parlava del fascismo anche per mettere in guardia contro l’indifferenza, contro l’idea che i diritti acquisiti siano garantiti per sempre.
Accanto alla scienza e alla storia, coltivò un amore speciale per la cultura della sua famiglia. Si interessò al bagitto, la parlata degli ebrei livornesi, e cercò di conservarne parole, inflessioni e racconti. Era un modo per ritrovare le voci ascoltate da bambino, soprattutto quella di sua madre, e per impedire che un piccolo patrimonio collettivo scomparisse nel silenzio. Mi colpisce ancora il contrasto, solo apparente, tra l’ingegnere impegnato in un settore tecnologico d’avanguardia e l’uomo che raccoglieva le espressioni di una lingua familiare. In entrambi i casi agiva lo stesso desiderio: capire, preservare e trasmettere.
In questo rapporto con la memoria Villa Giulia occupava un posto unico. Non era solo la villa che i Ciano avevano cercato di sottrarre alla famiglia, né soltanto una bella casa affacciata sul mare. Era il luogo in cui Aldo era nato e dove aveva vissuto la parte felice della sua giovinezza, prima che la storia irrompesse con violenza. Era la casa costruita da suo padre, il segno concreto del lavoro e delle speranze della generazione precedente. Era anche il luogo al quale la famiglia aveva rivendicato il diritto di tornare. Non a caso le dedicò un libro, «Villa Giulia e i suoi figli»: un titolo che dice quanto, per lui, la casa fosse inseparabile dalle persone e dalle generazioni che l’avevano vissuta. Nella sua storia si possono leggere la serenità dell’infanzia, l’arbitrio della persecuzione e la tenacia del ritorno. Per questo non credo si possa raccontare mio padre senza raccontare Antignano.
Eppure sarebbe altrettanto sbagliato definirlo soltanto livornese. A Torino trascorse sessantacinque anni, più di metà della sua lunghissima esistenza. Qui costruì la sua quotidianità, i rapporti e gli affetti della maturità; qui trascorse la vecchiaia e qui si è conclusa la sua vita. Livorno rimase la città delle radici e Villa Giulia il suo luogo simbolico; Torino fu la città vissuta giorno dopo giorno, per un tempo che da solo supera una normale vita adulta. Mio padre riuscì a tenere insieme queste appartenenze senza che l’una cancellasse l’altra. In fondo, dopo essere stato costretto a partire, aveva imparato anche l’arte di sentirsi a casa in più luoghi.
La sua storia era europea prima ancora che si parlasse così spesso di identità europea. Nato a Livorno, costretto all’esilio in Francia, formato in Svizzera, legato alla ricerca e alla cooperazione internazionale, visse poi per decenni a Torino. Ma non smise di essere il ragazzo di Antignano. Ripensando a lui, mi accorgo che il senso delle radici non deve necessariamente contraddire l’apertura al mondo. Le origini diventano più forti quando non sono una prigione; la conoscenza di altre lingue, città e culture può arricchirle senza cancellarle.
Negli ultimi anni, superati i novanta e poi i cento, era diventato un privilegio sempre più evidente poter parlare ancora con lui. Per il suo centesimo compleanno, nel gennaio 2021, familiari e amici si riunirono anche attraverso uno schermo: persone di generazioni e Paesi diversi, legate a un uomo che aveva attraversato quasi tutta la storia del Novecento e un quarto del secolo successivo. Ogni nuovo compleanno era una festa, ma ci si abitua perfino all’eccezionalità. Credo di essermi abituato anch’io alla fortuna di averlo ancora vicino.
Ora mi ritrovo nella posizione, nuova e un po’ sconcertante, di essere io l’anziano della famiglia. A quasi settantanove anni continuavo a essere un figlio nel senso più concreto: avevo ancora qualcuno che conosceva la mia storia prima che io potessi ricordarla, qualcuno cui chiedere un parere, raccontare una novità, affidare una domanda. Mi manca questo dialogo più di quanto avessi immaginato. Non mi manca soltanto l’uomo dalle vicende eccezionali; mi manca mio padre, con la sua intelligenza, la sua tenacia, le sue insistenze e il suo affetto.
Quando penso a ciò che mi ha lasciato, vedo soprattutto tre immagini. La prima è Villa Giulia, la casa sul mare in cui nacque e che la persecuzione strappò alla famiglia: il valore delle radici e della dignità. La seconda è una stanza dell’Università di Ginevra, dove un giovane studiava sapendo che superare gli esami poteva significare restare al sicuro: il valore della conoscenza. La terza è molto più modesta, una casa di Nizza in cui un padre aiutava suo figlio a recuperare sei mesi di scuola: il desiderio di trasformare la propria esperienza in un’opportunità per chi veniva dopo. Sono tre momenti di una sola storia, che arriva fino a me.
E torno, infine, a quella barzelletta sul violino. Mio padre aveva dovuto imparare che si può essere privati di molte cose, ma non di ciò che si è conquistato con lo studio. A me, che non ho dovuto fuggire, ha insegnato a non affrontare il mondo a mani vuote: a portare con me conoscenze, curiosità e capacità di imparare. Il suo violino è diventato anche il mio. Non è un oggetto che ho ereditato, ma un modo di vivere che spero di saper trasmettere a chi viene dopo di me.
Mi manca mio padre. E insieme al dolore provo una gratitudine immensa per il tempo che abbiamo condiviso. Il modo migliore di ricordarlo, credo, non è limitarsi a raccontare quanto sia stata straordinaria la sua vita, ma continuare a vivere secondo ciò che mi ha insegnato: studiare, interrogarsi, non rassegnarsi alle ingiustizie, non dare mai per scontata la libertà. E avere sempre con sé il proprio violino.
Roberto Liscia

