Le cene di Shabbat in compagnia sono ormai una vera e propria istituzione nella nostra Comunità: un intreccio di origini e provenienze, lingue, gusti ed età diverse. Un piccolo microcosmo della nostra Comunità, in cui la pluralità diventa occasione di incontro e condivisione.
Venerdì 23 ottobre, in occasione dello Shabbat di Lekh Lekhà, una sessantina di persone tra membri della Comunità, studenti israeliani e turisti si sono ritrovate per celebrare insieme lo Shabbat.
Il tema della serata era il viaggio, inteso come percorso verso noi stessi, in sintonia con il nome della parashà: Lekh Lekhà, «Va’ per te stesso». Uscire dal proprio luogo, lasciare ciò che ci è familiare per andare incontro alla propria vocazione, al proprio destino.
La prova affrontata da Abramo sembra, in fondo, essere parte integrante della storia di ogni ebreo. È difficile trovare una famiglia ebraica nella cui storia non ci sia almeno un’esperienza di spostamento: un lungo viaggio, una migrazione forzata o una partenza scelta liberamente.
Durante la serata abbiamo ascoltato il racconto del “Lekh Lekhà” della famiglia di Amit Chazan, studente di medicina, membro della shemirà (sicurezza) e caro amico di tutti noi. Suo nonno Maurizio, infatti, all’età di sedici anni, raggiunse Israele a piedi dall’Egitto, incarnando letteralmente, con il proprio corpo, il significato di Lekh Lekhà.
Ecco le parole di Amit:
«Il ramo della famiglia di mio nonno paterno viveva in Spagna fino all’espulsione degli ebrei. Da lì si trasferirono a Livorno, dove rimasero fino alla fine della Prima guerra mondiale. Il mio bisnonno decise poi di lasciare l’Italia e di trasferirsi a Salonicco, in Grecia. Lì nacquero diversi suoi figli, i fratelli maggiori di mio nonno. In seguito, il mio bisnonno si trasferì ad Alessandria d’Egitto, dove nacque mio nonno. Con la nascita dello Stato di Israele, mio nonno decise di raggiungere Israele. Così, intraprese il viaggio a piedi da Alessandria fino a Israele, percorrendo tutto il tragitto a piedi».
In un altro momento, Amit ci ha raccontato un curioso episodio legato a una tradizione familiare interrotta, che rivela la tensione tra il desiderio di conservare le proprie radici e quello di aprirsi al cambiamento, in una famiglia segnata da tante migrazioni:
«Da questo lato della famiglia, era tradizione dare al primo figlio maschio il nome del nonno. Per questo, nella nostra famiglia, i nomi si alternavano sempre tra Giuseppe (Yosef) e Maurizio (Moshe), fino a quando mio padre ha deciso di interrompere questa tradizione e di darmi il nome di un comandante che ammirava durante il servizio militare».
A questo proposito, vale la pena ricordare che il nome ebraico Amit significa «amico» o «compagno»: un significato che, in una serata dedicata all’incontro e alla condivisione, assume un valore particolare.
Per rendere omaggio al nonno Maurizio Moshe Chazan, abbiamo cantato la canzone israeliana Shir HaShayarà, scritta da Eli Mohar e resa celebre da Arik Einstein. «Il canto della carovana» racconta, in pochi versi, un cammino millenario: il viaggio del popolo ebraico attraverso le generazioni e la sua straordinaria continuità nel tempo.
«Abbiamo parlato in innumerevoli lingue, e quasi non ci conoscevamo gli uni con gli altri.
Abbiamo lasciato tantissimi luoghi, eppure un solo luogo desideravamo e amavamo.
Abbiamo lasciato tantissimi luoghi, e verso la Terra, verso la Terra siamo arrivati.
Dai ghetti e dai campi siamo emersi,
verso le paludi e il deserto ci siamo incamminati.
Dai confini del Medio Oriente, dalla Russia e dalla Polonia,
abbiamo acceso la luce, a Dimona come a Degania.
E da tutte le diaspore, con tutti i nostri problemi,
un popolo è nato e una terra è sorta,
e una lingua che si era assopita
ha ricominciato a risvegliarsi,
a parlare e a parlare.
Intorno a noi infuria la tempesta,
grandi sono le difficoltà e il dolore,
ma c’è ancora qualcosa per cui gioire:
c’è ancora coraggio, c’è ancora forza».
Tra una pietanza gustosa e l’altra, abbiamo anche studiato con rav Finzi un midrash che ci ha permesso di approfondire, più di tanti altri racconti, il vero carattere del nostro patriarca Abramo: il suo rifiuto di rimanere indifferente di fronte al mondo, alle sue meraviglie e alle sue difficoltà.
Una ricerca incessante, un lidlòk — in ebraico, «correre dietro, inseguire» — verso la comprensione e verso un legame sempre più profondo con Colui che ha creato il mondo attraverso la Sua parola.
Come ogni evento riuscito e apprezzato, anche questa serata è stata possibile grazie alla collaborazione e alla generosità di tante persone, che desideriamo ringraziare.
Un grazie alla Comunità Ebraica, che rende possibili e incoraggia questi piacevoli momenti di incontro; a Lucia Levi, per la sua instancabile dedizione nell’organizzazione; e ai rappresentanti del GET (Giorgio Tognotti, Roi Mizrachi, Alma Sadun), che hanno dato un contributo fondamentale alla preparazione della cena.
Un ringraziamento speciale e affettuoso va infine a Shiran Cohen, che ha fatto da tramite con i giovani israeliani e si è impegnata con grande disponibilità nel coinvolgerli e nel creare occasioni di incontro.
Ruth Mussi

