Il fumo e l’arrosto

Generalmente, potendo scegliere preferiamo senz’altro l’arrosto al fumo, ma la Torah ci insegna che non deve essere sempre così. Descrivendo il Monte Sinai al momento del dono dei Dieci Comandamenti, per esempio, la Torah insiste molto sul fatto che il monte “era tutto fumante”. Lo stesso versetto precisa persino che il fumo che saliva da esso era “come il fumo della fornace”. Qual è il senso di ciò? Anche in alcuni sacrifici lo scopo era il fumo e non l’arrosto. Mi riferisco alle ‘olot, gli olocausti, in cui la carne veniva interamente bruciata sull’altare e in parte anche i sacrifici espiatori, in cui la carne era destinata sì a essere mangiata, ma dai Kohanim e non dai proprietari. Nei sacrifici espiatori noi bruciamo l’animale al posto di noi stessi. La carne bruciata assume un colore rosso e simboleggia la trasgressione. Rosso è anche il colore del fuoco che brucia la carne: rappresenta il din, la giustizia divina. Il terzo protagonista del sacrificio è proprio lui: il fumo. Di che colore è il fumo? Il Midrash racconta che i trasgressori, allorché veniva offerto il loro sacrificio espiatorio, attendevano di vedere il colore del fumo che si alzava dall’altare: se la fumata era nera, significava che il loro sacrificio non era stato accolto e l’espiazione non poteva dirsi completata; se invece la fumata era bianca, tutto era andato a buon fine. Se il rosso è il colore della violenza, il bianco è il colore della purezza ritrovata. Come dice Yesha’yahu: “se i vostri peccati saranno come la porpora, sbiancheranno come la neve…” (cap. 1).

Lo stesso è accaduto al Monte Sinai. Il Monte fumava -dice il versetto- perché sotto c’era il fuoco. E sotto il fuoco c’era la carne. Quale carne e quale fuoco? La carne è quella di tutti i Figli d’Israel. Il fuoco simboleggia l’ardore con cui i nostri Padri -e le nostre anime con loro- hanno risposto na’asseh we-nishmà’, “faremo e ascolteremo”. Quel fuoco sprigiona il fumo. Il fumo che sale da una catasta di legna ancora fresca e umida è tendenzialmente nero. Il fumo che invece sale da una fornace che è rovente da giorni è appunto un fumo bianco! Per questo la Torah insiste nel dire che il fumo del Monte Sinai era fumo di fornace. Esso simboleggiava la purezza dei Figli d’Israel allorché accettarono la Torah alle falde del Monte Sinai.

Lo stesso accade ancora oggi ogni giorno con la Tefillah che sostituisce i sacrifici. Quando noi preghiamo con tutto il nostro fuoco interiore generiamo fumo dalla nostra bocca. Quanto più ardore abbiamo dentro, tanto maggiore sarà il fumo che esce. Esso è il nostro alito. Bianco di purezza. E qui viene una piccola sorpresa. Questo alito bianco di purezza non è fine a se stesso. Ogni espressione di Tefillah che esce dalla nostra bocca genera in realtà un Mal’akh, un Angelo che porta la nostra Tefillah in Cielo e ci garantisce la Sua protezione…

Legami famigliari

Moshe Leib di Sassov, uno dei grandi Maestri del Chassidismo, insegna che se vogliamo evitare le trasgressioni dobbiamo iniziare ogni giornata al mattino con il compimento di una Mitzwah. In questo modo ci eleviamo rispetto ai nostri interessi personali e ci concentriamo sui nostri doveri. Quale Mitzwah? Ci sono le Mitzwòt beyn Adàm la-Maqom, che regolano i nostri rapporti con D. e quelle Beyn Adàm la-Chaverò, “fra l’uomo e il suo prossimo”. La differenza fra i due gruppi –spiega- consiste nel fatto seguente: per riuscire davvero nel primo gruppo occorre eseguire la Mitzwah completamente in Nome del Cielo, altrimenti non si riconosce che l’abbiamo compiuta; nel caso degli obblighi verso il prossimo, invece, anche se proprio l’intenzione non era completa la Mitzwah si riconosce già dal risultato concreto: abbiamo aiutato il prossimo, che beneficia della nostra azione. La mattina presto siamo ancora assonnati, anche spiritualmente, pertanto non è facile avere tutta la vigilanza necessaria per uscire d’obbligo beyn adàm la-Maqom. Ecco pertanto che la prima Mitzwah dev’essere beyn adàm la-chaverò, rivolta al bene del prossimo.

Moshe Leib impara tutto questo da un versetto della Parashat Bo. Dopo l’Uscita dall’Egitto H. si rivolge a Moshe e gli dice: Qaddesh li khol bekhor peter kol rechem bi-vnè Israel, “SantificaMi ogni primogenito che inaugura l’utero fra i figli d’Israel” (Shemot 13,2). Il primogenito –spiega- è la prima azione della giornata, perché ogni nuovo giorno rappresenta per noi una rinascita. La prima azione della giornata deve essere “santa”: una Mitzwah. “Utero” si dice in ebraico rechem, connesso con rachamim che significa “misericordia, amore”. Da qui l’idea che la prima azione quotidiana deve essere di amore verso i figli d’Israel, cioè verso il nostro prossimo. Alma, Tu ti trovi oggi all’alba della Tua vita adulta. Hai l’occasione di inaugurare questa nuova giornata della Tua vita con una buona azione verso il prossimo. A questo punto non Ti resta che scegliere quella che più Ti aggrada.

Lo Shabbat è il giorno settimanale che più e meglio dedichiamo a coltivare questo genere di legami: con i nostri famigliari, con i nostri amici, con i nostri Maestri. E’ per fare la differenza fra spirito e materia, fra i legami affettivi e spirituali da un lato e i nodi fisici dall’altro che la Halakhah annovera questi ultimi fra i divieti dello Shabbat.

Fare e disfare nodi (qosher u-mattir) sono due Melakhot proibite di Shabbat. La Torah proibisce i nodi professionali (doppi nodi) durevoli. Il divieto rabbinico è esteso a: a) qualsiasi doppio nodo (qesher ummàn o qesher gamùr), anche se provvisorio: si intende per provvisorio quello destinato a essere sciolto in giornata; b) qualsiasi nodo anche semplice se destinato a rimanere (qesher shel qayyamà). In pratica per essere permesso il nodo deve avere entrambe queste condizioni: essere un nodo semplice o “a farfalla” e essere destinato a sciogliersi in giornata.

I divieti comprendono anche i nodi eseguiti fra le due estremità dello stesso laccio, corda o cinghia.

Qualsiasi nodo che non può essere fatto, non può neppure essere disfatto.

Non è permesso legare fra loro le due maniglie di una borsa di plastica se questa non è destinata a essere riaperta in giornata: p.es. il sacco del pattume. Non è permesso slegare un nodo del genere: p. es. per aprire un sacco di caramelle. Per accedere al contenuto si romperà la confezione.

Come è proibito fare un nodo ex-novo, è proibito anche rinforzarne uno già esistente. Pertanto se di Shabbat mattina quando si indossa il Tallit prima della Tefillah ci si avvede che i nodi degli Tzitziyyot si sono allentati non si possono stringere.

E’ lecito annodare la cravatta, perché si tratta di un nodo “a farfalla” destinato a essere sciolto in giornata.

E’ lecito allacciare le scarpe con un nodo “a farfalla”, perché è destinato a essere sciolto in giornata, ma non mediante un doppio nodo. Se la farfalla si è nel frattempo accidentalmente complicata in un doppio nodo, può all’occorrenza essere sciolta comunque per evitare il disagio (tza’ar).

Si usa permettere li-khvod ha-Torah di legare con una farfalla la fascia del Sefer Torah anche dopo la lettura della Parashah di Minchah, sebbene non sia ormai destinata a essere sciolta in giornata.

Unire fra loro due lembi dell’abito mediante un ago o una spilla, perché si è lacerato o semplicemente per bellezza, è permesso a condizione che lo infilzi non più di due volte, perché tre sarebbe considerato atto professionale. Se però sa già che lo scioglierà in giornata, è permesso secondo alcuni anche infilzarlo tre volte.

Alma, hai un nome speciale perché ha un significato beneaugurante sia in latino che in ebraico. In latino significa “colei che dà da mangiare, nutrice”. In ebraico è connesso con ‘olam che allude sia al “mondo” che all’”eternità”. Da ogni parte del mondo i Tuoi cari sono giunti a festeggiarTi, con l’augurio che la Tua felicità di questo giorno duri per l’eternità.