A pane e acqua

Parliamo questa sera del rapporto fra cibi e bevande. E’ noto che non basta assumere cibo: occorre anche accompagnarlo con l’acqua. L’acqua non nutre (per questo motivo la Halakhah la esclude dagli alimenti con cui è lecito compiere l’Eruv, che devono essere appunto mazòn, nutrimento), ma aiuta la digestione in tutte le sue fasi e ci rifornisce di sali minerali, indispensabili per il nostro sostentamento. La Torah sostiene questa visione. I Chakhamim affermano che shetiyyah bi-khlal akhilah, “la bevuta è halakhicamente parte della mangiata”: ne consegue per esempio che, a differenza di altre religioni che permettono ai digiunanti di bere, da noi il digiuno riguarda sia mangiare che bere. D’altronde un’opinione sostiene che per poter recitare la Birkat ha-Mazon secondo l’obbligo più completo della Torah non basta aver mangiato pane: occorre anche averlo accompagnato con l’acqua.
C’è un versetto della Parashah odierna che richiede qualche precisazione in proposito: “E servirete H. D. vostro ed Egli benedirà il vostro pane e la vostra acqua” (Shemot 23,25). Notiamo come il versetto cominci al plurale e prosegua al singolare. Il servizio Divino di cui parla è la Tefillah e in particolare lo Shemoneh ‘Esreh, che rappresenta il centro delle nostre preghiere quotidiane. Il versetto afferma che la Tefillah è strumento per avere la nostra Parnassah quotidiana. Nei giorni feriali preghiamo tre volte al giorno recitando diciannove Berakhot ogni volta: Shachrit, Minchah e ‘Arvit. 19×3=57. 57 è il valore numerico della parola Dagàn che significa “grano”, con cui si fa il pane. Inoltre 57 è anche il valore numerico della parola zàn, “che nutre”, che troviamo al termine della prima Berakhah della Birkat ha-Mazòn (ha-zàn et ha-kol) che recitiamo proprio dopo aver mangiato pane. Ecco che la prima benedizione del versetto, quella riferita al pane, si realizza mediante la recitazione della ‘Amidah individuale tre volte al giorno. Il nutrimento, la parte cibo, è così coperta.
Ma non basta. Accanto alla preghiera individuale non è meno importante la Tefillah collettiva. Essa consiste, come è noto, nella ripetizione della ‘Amidah di Shachrit e Minchah da parte del Chazan. Per ragioni che ora non spiegheremo, ‘Arvit non viene ripetuta. Per chi partecipa alla Tefillah pubblica, le ‘Amidot giornaliere diventano dunque cinque. 19×5=95 ed è il valore numerico di ha-mayim, “l’acqua”. Ecco il riferimento alla seconda benedizione del versetto. Essa è condizionata alla nostra partecipazione alla Tefillah pubblica. L’acqua sta al pasto come la Tefillah pubblica sta a quella individuale. In teoria la Tefillah individuale potrebbe bastarci, così come uno può decidere di rinunciare a bere durante il pasto. Egli si nutre lo stesso mangiando. In realtà verrebbero a mancargli i sali minerali che l’acqua fornisce e digerirebbe in modo più difficoltoso. Analogamente chi prega privatamente ma si astiene dal partecipare alla Tefillah pubblica perde gran parte della propria esperienza.
I nostri Maestri richiamano l’espressione: be-rov ‘am hadrat melekh. Letteralmente significa: “Se c’è moltitudine di popolo, il Re è onorato”. Ma se leggiamo hadrat in aramaico anziché in ebraico, può essere tradotta: “Se c’è moltitudine di popolo, il Re torna” sulla propria decisione. Solo la Tefillah pubblica ha la forza di far recedere H. da eventuali condanne già pronunciate contro di noi. Quattro sono i motivi per i quali la nostra Tefillah non sempre viene accolta. 1) H. ci può dire: “Ciò che chiedi ti fa male”. In tal caso è difficile che la forma pubblica della preghiera possa esserci di beneficio. 2) La seconda eventualità è che H. ci dica semplicemente: “Provvederò a te più tardi. Ora non è il momento”. Se ci presentiamo con una class action, sappiamo bene che l’Ufficio cui ci rivolgiamo, messo sotto pressione collettiva, potrebbe cambiare idea e accorciare i tempi. 3) La terza evenienza è che H. ci dica: “Non te lo meriti”. Anche in questo caso, se ci presentiamo in gruppo i difetti di uno saranno compensati dai pregi di un altro e la chance che la nostra richiesta sia accolta cresce notevolmente. 4) Infine H. potrebbe dirci, come un buon padre: “Se compero il gelato a te, sarei ingiusto verso tutti i tuoi fratelli che non sono qui e non lo ricevono”. Cosa si fa in questo caso? Si va dal Padre insieme a tutti i nostri fratelli! Che H. ci aiuti a partecipare sempre alla Tefillah nel Bet ha-Kenesset wimallè kol mish’alot libbenu le-tovah.

Qual è il principale problema di un homeless? Non essere in grado di osservare la Mitzwah della Mezuzah e del Ma’aqeh (il parapetto sul tetto), perché non ha una casa. I nostri Maestri insegnano che i beni materiali ci vengono forniti affinché possiamo osservare le Mitzwòt ad essi legate. Questo deve essere sempre il nostro primo pensiero. Quando acquistiamo una casa nuova dobbiamo anzitutto pensare all’opportunità che ci viene data di collocarvi la Mezuzah. Quando comperiamo un vestito nuovo pensiamo all’occasione di mettervi lo Tzitzit (sempre che abbia quattro angoli). Se prendiamo un nuovo campo pensiamo alle Mattenot ‘Aniyim che la Torah prescrive di dare sul prodotto. Solo in un secondo momento potremo unire al pensiero “sacro” quello del godimento “profano”, come se fosse una Tossefet me-chol ‘al ha-qodesh.
Questo ci consente di comprendere meglio il primo Rashì della Parashat Mishpatim. Se fosse stato scritto Elleh ha-Mishpatim ciò che segue rinnegherebbe ciò che precede, ovvero i Dieci Comandamenti. Ma dal momento che la Parashah comincia con We-elleh ha-Mishpatim, la waw ha-chibbur unisce ciò che segue a ciò che abbiamo letto la scorsa settimana in un unicum ideale: come i Dieci Comandamenti sono stati dati sul Sinai, così gli argomenti di oggi sono stati trattati sul Sinai. Ecco che la nostra Parashah che si occupa di tante piccole questioni materiali che riguardano buoi, asini, custodia di oggetti, ecc. trae la sua ispirazione e si pone sullo stesso piano dei Dieci Comandamenti dati sul Monte Sinai. Rashì continua spiegando che il Bet Din che dirime queste controversie doveva avere sede presso l’Altare, alla cui costruzione erano dedicati gli ultimi versi della Parashah scorsa. Sappiamo in effetti che il Sanhedrin aveva sede nella Lishkat ha-Gazit del Bet ha-Miqdash, ma non esattamente presso l’Altare. L’accostamento non è geografico, ma ideale. Si vuol dire piuttosto che anche il più terreno degli interessi ha una sua natura religiosa e come tale deve essere affrontato.
Nel seguito della Paraashah è scritto: “Non ritardare la consegna delle decime. Dàmmi il primogenito dei tuoi figli” (22,28). Può essere interpretato allegoricamente: Nel raccogliere i prodotti del campo metti il tuo primo pensiero per Me senza indugio. Il primo pensiero (bekhor) di ogni tuo progetto (banim, “figli” come bonim, “costruttori”) deve essere dato a Me, ovvero alle Mitzwòt che comporta. Solo allora “così farai al tuo bue e al tuo gregge” (v. 29), cioè solo allora potrai fare concessioni all’animalità e alla materialità che è in te.
Infine, il Passuq conclude dicendo: “per sette giorni (l’animale neonato) starà con sua madre e nell’ottavo me lo potrai offrire in sacrificio”. Non mi soffermerò sul significato del numero otto, che rappresenta il soprannaturale rispetto al sette, numero della natura (Maharal di Praga). Dirò soltanto che c’è un’altra Mitzwah simile a questa che riguarda non gli animali ma gli uomini: il Berit Milah. C’è però una differenza: mentre per gli animali il sacrificio all’ottavo giorno è una semplice facoltà, la Milah dell’essere umano all’ottavo giorno è un obbligo. Il regno animale non conosce il concetto di obbligo, ma solo quello di desiderio. L’obbligo caratterizza invece gli uomini, dotati della capacità di assumersi responsabilità. E’ quello che l’obbligo della Milah ci insegna. Fin dall’ottavo giorno.

Il fumo e l’arrosto

Generalmente, potendo scegliere preferiamo senz’altro l’arrosto al fumo, ma la Torah ci insegna che non deve essere sempre così. Descrivendo il Monte Sinai al momento del dono dei Dieci Comandamenti, per esempio, la Torah insiste molto sul fatto che il monte “era tutto fumante”. Lo stesso versetto precisa persino che il fumo che saliva da esso era “come il fumo della fornace”. Qual è il senso di ciò? Anche in alcuni sacrifici lo scopo era il fumo e non l’arrosto. Mi riferisco alle ‘olot, gli olocausti, in cui la carne veniva interamente bruciata sull’altare e in parte anche i sacrifici espiatori, in cui la carne era destinata sì a essere mangiata, ma dai Kohanim e non dai proprietari. Nei sacrifici espiatori noi bruciamo l’animale al posto di noi stessi. La carne bruciata assume un colore rosso e simboleggia la trasgressione. Rosso è anche il colore del fuoco che brucia la carne: rappresenta il din, la giustizia divina. Il terzo protagonista del sacrificio è proprio lui: il fumo. Di che colore è il fumo? Il Midrash racconta che i trasgressori, allorché veniva offerto il loro sacrificio espiatorio, attendevano di vedere il colore del fumo che si alzava dall’altare: se la fumata era nera, significava che il loro sacrificio non era stato accolto e l’espiazione non poteva dirsi completata; se invece la fumata era bianca, tutto era andato a buon fine. Se il rosso è il colore della violenza, il bianco è il colore della purezza ritrovata. Come dice Yesha’yahu: “se i vostri peccati saranno come la porpora, sbiancheranno come la neve…” (cap. 1).

Lo stesso è accaduto al Monte Sinai. Il Monte fumava -dice il versetto- perché sotto c’era il fuoco. E sotto il fuoco c’era la carne. Quale carne e quale fuoco? La carne è quella di tutti i Figli d’Israel. Il fuoco simboleggia l’ardore con cui i nostri Padri -e le nostre anime con loro- hanno risposto na’asseh we-nishmà’, “faremo e ascolteremo”. Quel fuoco sprigiona il fumo. Il fumo che sale da una catasta di legna ancora fresca e umida è tendenzialmente nero. Il fumo che invece sale da una fornace che è rovente da giorni è appunto un fumo bianco! Per questo la Torah insiste nel dire che il fumo del Monte Sinai era fumo di fornace. Esso simboleggiava la purezza dei Figli d’Israel allorché accettarono la Torah alle falde del Monte Sinai.

Lo stesso accade ancora oggi ogni giorno con la Tefillah che sostituisce i sacrifici. Quando noi preghiamo con tutto il nostro fuoco interiore generiamo fumo dalla nostra bocca. Quanto più ardore abbiamo dentro, tanto maggiore sarà il fumo che esce. Esso è il nostro alito. Bianco di purezza. E qui viene una piccola sorpresa. Questo alito bianco di purezza non è fine a se stesso. Ogni espressione di Tefillah che esce dalla nostra bocca genera in realtà un Mal’akh, un Angelo che porta la nostra Tefillah in Cielo e ci garantisce la Sua protezione…

Strappo alla regola

Lacerare (qorea’) e tagliare secondo forma determinata (mechattekh) sono a loro volta Melakhot proibite di Shabbat. A priori é  opportuno aprire prima di Shabbat tutte le confezioni e
le bottiglie del cui contenuto si farà uso di Shabbat.
Si permette di Shabbat l’apertura di confezioni di cibo, bevande
o altro contenuto utile che non segua una forma determinata.
Costituisce un problema se l’apertura provoca la creazione di un recipiente che si presti a essere riutilizzato una volta svuotato di ciò che attualmente
contiene. Il nuovo recipiente può anche essere il tappo di una bottiglia, che fino all’apertura della bottiglia costituiva tutt’uno con essa.
E’ lecito secondo tutti:
– rimuovere il cerchietto che circonda il tappo di plastica di molti barattoli
contenenti mayonnaise, senape, ecc.;
-rimuovere la linguetta all’interno del tappo di bottiglie d’olio, cartoni di latte, succo, ecc.;
– aprire una lattina da bere (neanche la Melakhah di “tagliare secondo forma
determinata” è operativa in questo caso, dal momento che non ci curiamo
della forma, né della misura del taglio e la linguetta metallica è già predisposta a questo scopo);
– strappare la pellicola interna al tappo dei barattoli di Nescafè e l’alluminio
dei barattoli di yoghurt (facendo possibilmente attenzione a non tagliare o cancellare scritte o disegni);
Secondo alcuni è proibito aprire di Shabbat il tappo a vite di una bottiglia, di metallo o plastica, del quale rimane l’anello inferiore nel collo della bottiglia stessa (situazione comune in alcuni vini dolci e nel succo d’uva), perché questo tipo di tappo si presta a essere riutilizzato. Se ci si è dimenticati di compiere l’operazione prima di Shabbat è oppurtuno praticare nel tappo dall’alto un largo buco con un coltello in modo da renderlo inservibile (facendo possibilmente attenzione a non tagliare o cancellare scritte o disegni),
dopodiché quanto resta del tappo può essere rimosso.
Il tappo seghettato che non può essere più riutilizzato e il tappo di sughero non costituiscono invece problema e possono essere rimossi anche con l’ausilio del cavatappi.
Strappare o tagliare la carta igienica è proibito. Si deve pertanto prepararla già tagliata prima di Shabbat o servirsi di fazzolettini (tissues) separati fra loro.

Legami famigliari

Moshe Leib di Sassov, uno dei grandi Maestri del Chassidismo, insegna che se vogliamo evitare le trasgressioni dobbiamo iniziare ogni giornata al mattino con il compimento di una Mitzwah. In questo modo ci eleviamo rispetto ai nostri interessi personali e ci concentriamo sui nostri doveri. Quale Mitzwah? Ci sono le Mitzwòt beyn Adàm la-Maqom, che regolano i nostri rapporti con D. e quelle Beyn Adàm la-Chaverò, “fra l’uomo e il suo prossimo”. La differenza fra i due gruppi –spiega- consiste nel fatto seguente: per riuscire davvero nel primo gruppo occorre eseguire la Mitzwah completamente in Nome del Cielo, altrimenti non si riconosce che l’abbiamo compiuta; nel caso degli obblighi verso il prossimo, invece, anche se proprio l’intenzione non era completa la Mitzwah si riconosce già dal risultato concreto: abbiamo aiutato il prossimo, che beneficia della nostra azione. La mattina presto siamo ancora assonnati, anche spiritualmente, pertanto non è facile avere tutta la vigilanza necessaria per uscire d’obbligo beyn adàm la-Maqom. Ecco pertanto che la prima Mitzwah dev’essere beyn adàm la-chaverò, rivolta al bene del prossimo.

Moshe Leib impara tutto questo da un versetto della Parashat Bo. Dopo l’Uscita dall’Egitto H. si rivolge a Moshe e gli dice: Qaddesh li khol bekhor peter kol rechem bi-vnè Israel, “SantificaMi ogni primogenito che inaugura l’utero fra i figli d’Israel” (Shemot 13,2). Il primogenito –spiega- è la prima azione della giornata, perché ogni nuovo giorno rappresenta per noi una rinascita. La prima azione della giornata deve essere “santa”: una Mitzwah. “Utero” si dice in ebraico rechem, connesso con rachamim che significa “misericordia, amore”. Da qui l’idea che la prima azione quotidiana deve essere di amore verso i figli d’Israel, cioè verso il nostro prossimo. Alma, Tu ti trovi oggi all’alba della Tua vita adulta. Hai l’occasione di inaugurare questa nuova giornata della Tua vita con una buona azione verso il prossimo. A questo punto non Ti resta che scegliere quella che più Ti aggrada.

Lo Shabbat è il giorno settimanale che più e meglio dedichiamo a coltivare questo genere di legami: con i nostri famigliari, con i nostri amici, con i nostri Maestri. E’ per fare la differenza fra spirito e materia, fra i legami affettivi e spirituali da un lato e i nodi fisici dall’altro che la Halakhah annovera questi ultimi fra i divieti dello Shabbat.

Fare e disfare nodi (qosher u-mattir) sono due Melakhot proibite di Shabbat. La Torah proibisce i nodi professionali (doppi nodi) durevoli. Il divieto rabbinico è esteso a: a) qualsiasi doppio nodo (qesher ummàn o qesher gamùr), anche se provvisorio: si intende per provvisorio quello destinato a essere sciolto in giornata; b) qualsiasi nodo anche semplice se destinato a rimanere (qesher shel qayyamà). In pratica per essere permesso il nodo deve avere entrambe queste condizioni: essere un nodo semplice o “a farfalla” e essere destinato a sciogliersi in giornata.

I divieti comprendono anche i nodi eseguiti fra le due estremità dello stesso laccio, corda o cinghia.

Qualsiasi nodo che non può essere fatto, non può neppure essere disfatto.

Non è permesso legare fra loro le due maniglie di una borsa di plastica se questa non è destinata a essere riaperta in giornata: p.es. il sacco del pattume. Non è permesso slegare un nodo del genere: p. es. per aprire un sacco di caramelle. Per accedere al contenuto si romperà la confezione.

Come è proibito fare un nodo ex-novo, è proibito anche rinforzarne uno già esistente. Pertanto se di Shabbat mattina quando si indossa il Tallit prima della Tefillah ci si avvede che i nodi degli Tzitziyyot si sono allentati non si possono stringere.

E’ lecito annodare la cravatta, perché si tratta di un nodo “a farfalla” destinato a essere sciolto in giornata.

E’ lecito allacciare le scarpe con un nodo “a farfalla”, perché è destinato a essere sciolto in giornata, ma non mediante un doppio nodo. Se la farfalla si è nel frattempo accidentalmente complicata in un doppio nodo, può all’occorrenza essere sciolta comunque per evitare il disagio (tza’ar).

Si usa permettere li-khvod ha-Torah di legare con una farfalla la fascia del Sefer Torah anche dopo la lettura della Parashah di Minchah, sebbene non sia ormai destinata a essere sciolta in giornata.

Unire fra loro due lembi dell’abito mediante un ago o una spilla, perché si è lacerato o semplicemente per bellezza, è permesso a condizione che lo infilzi non più di due volte, perché tre sarebbe considerato atto professionale. Se però sa già che lo scioglierà in giornata, è permesso secondo alcuni anche infilzarlo tre volte.

Alma, hai un nome speciale perché ha un significato beneaugurante sia in latino che in ebraico. In latino significa “colei che dà da mangiare, nutrice”. In ebraico è connesso con ‘olam che allude sia al “mondo” che all’”eternità”. Da ogni parte del mondo i Tuoi cari sono giunti a festeggiarTi, con l’augurio che la Tua felicità di questo giorno duri per l’eternità.