Parashah Bo 5778 – Fare domande serve

Non è un caso se uno dei momenti più alti della storia ebraica, l’uscita dall’Egitto, presenta per ben tre volte il tema dei bambini, delle loro domande e dell’obbligo dei genitori di educarli. Per difendere un paese è necessario avere un buon esercito, per difendere una cultura serve istruzione. La libertà va salvaguardata e non va presa per scontata. Le sfide che i nostri padri hanno affrontato assieme agli ideali che li hanno ispirati devono essere trasmessi, altrimenti rischiano seriamente di essere persi per strada. Le domande della parashah di Bò sono diventate famose perché sono entrate a far parte della haggadah di Pesach. Quello che emerge è che i bambini devono porre delle domande, e questo aspetto è confluito anche negli aspetti legali del Seder di Pesach. Non vi è nulla di naturale in tutto ciò, anzi possiamo dire che va contro l’evoluzione della storia e della cultura umane. La maggior parte delle culture vedono come compito del genitore e dell’insegnante istruire i giovani e guidarli, ma ciò che è richiesto ai bambini è principalmente obbedire. Socrate, che passò la sua vita ad insegnare a porre domande, venne condannato dagli ateniesi perché corrompeva i giovani. Nel mondo ebraico non è così: i bambini crescono ponendo delle domande e noi abbiamo l’obbligo di istruirli in questo senso. I personaggi biblici pongono domande che mettono in crisi la fede stessa: “il giudice di tutta la terra non fa giustizia?” chiede Avraham, “Perché hai fatto del male a questo popolo? “chiede Mosheh, “Perché il malvagio prospera?” chiede Yermihau. Il più grande riconoscimento in una yeshivah è quello di aver posto una buona domanda, non aver dato una buona risposta. Al ritorno dalla scuola non dovremmo chiedere ai nostri figli “cosa hai imparato?” ma “hai posto una buona domanda?” L’ebraismo non incoraggia l’obbedienza cieca. Anzi in un sistema dominato dalle 613 mitzwot, non esiste una parola per designare l’obbedienza. Nell’ebraico moderno si è dovuto prendere in prestito un termine aramaico, lezayiet. Il nostro compito non è quello di obbedire, ma di comprendere la volontà divina. Perché è così? Perché crediamo che il più grande dono che l’umanità ha ricevuto sia l’intelligenza. La prima richiesta che formuliamo nella ‘amidah è per la conoscenza, la comprensione e il discernimento. Quando si vede un grande sapiente non ebreo dobbiamo recitare una berakhah speciale. Non solamente si deve riconoscere che esiste sapienza anche presso gli altri popoli, ma si deve ringraziare D. per questo. Quanta distanza dalla gretta mentalità che nei secoli, e anche oggi, ha perseguitato e annientato intere culture! Lo storico Paul Johnson considera l’ebraismo rabbinico una macchina sociale altamente efficace per la produzione di intellettuali. L’ebraismo si è sempre focalizzato sullo studio, ha considerato quest’ultimo superiore alla preghiera, la vocazione più alta della vita religiosa. Molto però dipende da come si studia. In questo momento cruciale della storia ebraica Moseh dice che la trasmissione non deve avvenire in modo autoritario. Si deve incoraggiare a chiedere, analizzare, esplorare. Chi ha fiducia nella propria fede non deve temere delle domande. Chi non ha fiducia, ha segreti e sopprime i dubbi, ha solo paura. Non ogni domanda, certo, ha una risposta che possiamo comprendere subito. Alcune cose le capiremo con il tempo e l’esperienza, altre le capiremo affinando il nostro intelletto, altre ancora forse non le capiremo mai. Chiedendo ai figli di chiedere l’ebraismo ha mostrato di essere la fede che nella storia ha onorato maggiormente il dono dell’intelligenza umana.

Legami famigliari

Moshe Leib di Sassov, uno dei grandi Maestri del Chassidismo, insegna che se vogliamo evitare le trasgressioni dobbiamo iniziare ogni giornata al mattino con il compimento di una Mitzwah. In questo modo ci eleviamo rispetto ai nostri interessi personali e ci concentriamo sui nostri doveri. Quale Mitzwah? Ci sono le Mitzwòt beyn Adàm la-Maqom, che regolano i nostri rapporti con D. e quelle Beyn Adàm la-Chaverò, “fra l’uomo e il suo prossimo”. La differenza fra i due gruppi –spiega- consiste nel fatto seguente: per riuscire davvero nel primo gruppo occorre eseguire la Mitzwah completamente in Nome del Cielo, altrimenti non si riconosce che l’abbiamo compiuta; nel caso degli obblighi verso il prossimo, invece, anche se proprio l’intenzione non era completa la Mitzwah si riconosce già dal risultato concreto: abbiamo aiutato il prossimo, che beneficia della nostra azione. La mattina presto siamo ancora assonnati, anche spiritualmente, pertanto non è facile avere tutta la vigilanza necessaria per uscire d’obbligo beyn adàm la-Maqom. Ecco pertanto che la prima Mitzwah dev’essere beyn adàm la-chaverò, rivolta al bene del prossimo.

Moshe Leib impara tutto questo da un versetto della Parashat Bo. Dopo l’Uscita dall’Egitto H. si rivolge a Moshe e gli dice: Qaddesh li khol bekhor peter kol rechem bi-vnè Israel, “SantificaMi ogni primogenito che inaugura l’utero fra i figli d’Israel” (Shemot 13,2). Il primogenito –spiega- è la prima azione della giornata, perché ogni nuovo giorno rappresenta per noi una rinascita. La prima azione della giornata deve essere “santa”: una Mitzwah. “Utero” si dice in ebraico rechem, connesso con rachamim che significa “misericordia, amore”. Da qui l’idea che la prima azione quotidiana deve essere di amore verso i figli d’Israel, cioè verso il nostro prossimo. Alma, Tu ti trovi oggi all’alba della Tua vita adulta. Hai l’occasione di inaugurare questa nuova giornata della Tua vita con una buona azione verso il prossimo. A questo punto non Ti resta che scegliere quella che più Ti aggrada.

Lo Shabbat è il giorno settimanale che più e meglio dedichiamo a coltivare questo genere di legami: con i nostri famigliari, con i nostri amici, con i nostri Maestri. E’ per fare la differenza fra spirito e materia, fra i legami affettivi e spirituali da un lato e i nodi fisici dall’altro che la Halakhah annovera questi ultimi fra i divieti dello Shabbat.

Fare e disfare nodi (qosher u-mattir) sono due Melakhot proibite di Shabbat. La Torah proibisce i nodi professionali (doppi nodi) durevoli. Il divieto rabbinico è esteso a: a) qualsiasi doppio nodo (qesher ummàn o qesher gamùr), anche se provvisorio: si intende per provvisorio quello destinato a essere sciolto in giornata; b) qualsiasi nodo anche semplice se destinato a rimanere (qesher shel qayyamà). In pratica per essere permesso il nodo deve avere entrambe queste condizioni: essere un nodo semplice o “a farfalla” e essere destinato a sciogliersi in giornata.

I divieti comprendono anche i nodi eseguiti fra le due estremità dello stesso laccio, corda o cinghia.

Qualsiasi nodo che non può essere fatto, non può neppure essere disfatto.

Non è permesso legare fra loro le due maniglie di una borsa di plastica se questa non è destinata a essere riaperta in giornata: p.es. il sacco del pattume. Non è permesso slegare un nodo del genere: p. es. per aprire un sacco di caramelle. Per accedere al contenuto si romperà la confezione.

Come è proibito fare un nodo ex-novo, è proibito anche rinforzarne uno già esistente. Pertanto se di Shabbat mattina quando si indossa il Tallit prima della Tefillah ci si avvede che i nodi degli Tzitziyyot si sono allentati non si possono stringere.

E’ lecito annodare la cravatta, perché si tratta di un nodo “a farfalla” destinato a essere sciolto in giornata.

E’ lecito allacciare le scarpe con un nodo “a farfalla”, perché è destinato a essere sciolto in giornata, ma non mediante un doppio nodo. Se la farfalla si è nel frattempo accidentalmente complicata in un doppio nodo, può all’occorrenza essere sciolta comunque per evitare il disagio (tza’ar).

Si usa permettere li-khvod ha-Torah di legare con una farfalla la fascia del Sefer Torah anche dopo la lettura della Parashah di Minchah, sebbene non sia ormai destinata a essere sciolta in giornata.

Unire fra loro due lembi dell’abito mediante un ago o una spilla, perché si è lacerato o semplicemente per bellezza, è permesso a condizione che lo infilzi non più di due volte, perché tre sarebbe considerato atto professionale. Se però sa già che lo scioglierà in giornata, è permesso secondo alcuni anche infilzarlo tre volte.

Alma, hai un nome speciale perché ha un significato beneaugurante sia in latino che in ebraico. In latino significa “colei che dà da mangiare, nutrice”. In ebraico è connesso con ‘olam che allude sia al “mondo” che all’”eternità”. Da ogni parte del mondo i Tuoi cari sono giunti a festeggiarTi, con l’augurio che la Tua felicità di questo giorno duri per l’eternità.