A pane e acqua

Parliamo questa sera del rapporto fra cibi e bevande. E’ noto che non basta assumere cibo: occorre anche accompagnarlo con l’acqua. L’acqua non nutre (per questo motivo la Halakhah la esclude dagli alimenti con cui è lecito compiere l’Eruv, che devono essere appunto mazòn, nutrimento), ma aiuta la digestione in tutte le sue fasi e ci rifornisce di sali minerali, indispensabili per il nostro sostentamento. La Torah sostiene questa visione. I Chakhamim affermano che shetiyyah bi-khlal akhilah, “la bevuta è halakhicamente parte della mangiata”: ne consegue per esempio che, a differenza di altre religioni che permettono ai digiunanti di bere, da noi il digiuno riguarda sia mangiare che bere. D’altronde un’opinione sostiene che per poter recitare la Birkat ha-Mazon secondo l’obbligo più completo della Torah non basta aver mangiato pane: occorre anche averlo accompagnato con l’acqua.
C’è un versetto della Parashah odierna che richiede qualche precisazione in proposito: “E servirete H. D. vostro ed Egli benedirà il vostro pane e la vostra acqua” (Shemot 23,25). Notiamo come il versetto cominci al plurale e prosegua al singolare. Il servizio Divino di cui parla è la Tefillah e in particolare lo Shemoneh ‘Esreh, che rappresenta il centro delle nostre preghiere quotidiane. Il versetto afferma che la Tefillah è strumento per avere la nostra Parnassah quotidiana. Nei giorni feriali preghiamo tre volte al giorno recitando diciannove Berakhot ogni volta: Shachrit, Minchah e ‘Arvit. 19×3=57. 57 è il valore numerico della parola Dagàn che significa “grano”, con cui si fa il pane. Inoltre 57 è anche il valore numerico della parola zàn, “che nutre”, che troviamo al termine della prima Berakhah della Birkat ha-Mazòn (ha-zàn et ha-kol) che recitiamo proprio dopo aver mangiato pane. Ecco che la prima benedizione del versetto, quella riferita al pane, si realizza mediante la recitazione della ‘Amidah individuale tre volte al giorno. Il nutrimento, la parte cibo, è così coperta.
Ma non basta. Accanto alla preghiera individuale non è meno importante la Tefillah collettiva. Essa consiste, come è noto, nella ripetizione della ‘Amidah di Shachrit e Minchah da parte del Chazan. Per ragioni che ora non spiegheremo, ‘Arvit non viene ripetuta. Per chi partecipa alla Tefillah pubblica, le ‘Amidot giornaliere diventano dunque cinque. 19×5=95 ed è il valore numerico di ha-mayim, “l’acqua”. Ecco il riferimento alla seconda benedizione del versetto. Essa è condizionata alla nostra partecipazione alla Tefillah pubblica. L’acqua sta al pasto come la Tefillah pubblica sta a quella individuale. In teoria la Tefillah individuale potrebbe bastarci, così come uno può decidere di rinunciare a bere durante il pasto. Egli si nutre lo stesso mangiando. In realtà verrebbero a mancargli i sali minerali che l’acqua fornisce e digerirebbe in modo più difficoltoso. Analogamente chi prega privatamente ma si astiene dal partecipare alla Tefillah pubblica perde gran parte della propria esperienza.
I nostri Maestri richiamano l’espressione: be-rov ‘am hadrat melekh. Letteralmente significa: “Se c’è moltitudine di popolo, il Re è onorato”. Ma se leggiamo hadrat in aramaico anziché in ebraico, può essere tradotta: “Se c’è moltitudine di popolo, il Re torna” sulla propria decisione. Solo la Tefillah pubblica ha la forza di far recedere H. da eventuali condanne già pronunciate contro di noi. Quattro sono i motivi per i quali la nostra Tefillah non sempre viene accolta. 1) H. ci può dire: “Ciò che chiedi ti fa male”. In tal caso è difficile che la forma pubblica della preghiera possa esserci di beneficio. 2) La seconda eventualità è che H. ci dica semplicemente: “Provvederò a te più tardi. Ora non è il momento”. Se ci presentiamo con una class action, sappiamo bene che l’Ufficio cui ci rivolgiamo, messo sotto pressione collettiva, potrebbe cambiare idea e accorciare i tempi. 3) La terza evenienza è che H. ci dica: “Non te lo meriti”. Anche in questo caso, se ci presentiamo in gruppo i difetti di uno saranno compensati dai pregi di un altro e la chance che la nostra richiesta sia accolta cresce notevolmente. 4) Infine H. potrebbe dirci, come un buon padre: “Se compero il gelato a te, sarei ingiusto verso tutti i tuoi fratelli che non sono qui e non lo ricevono”. Cosa si fa in questo caso? Si va dal Padre insieme a tutti i nostri fratelli! Che H. ci aiuti a partecipare sempre alla Tefillah nel Bet ha-Kenesset wimallè kol mish’alot libbenu le-tovah.

È permesso mettere un recipiente pieno di acqua o di un altro liquido freddo in vicinanza di una fonte di calore per stiepidirlo. E’ indispensabile però che il liquido si trovi ad una distanza tale da non potere scaldarsi tanto da raggiungere una temperatura di 40-45° (a seconda delle opinioni), anche se ciò si verificherebbe lasciandolo per un tempo superiore a quello effettivo. Infatti i Maestri hanno decretato di non lasciare il recipiente in vicinanza di una fonte di calore che possa portare il liquido alla temperatura proibita, anche se si intende lasciare il recipiente solo per poco tempo, dal momento che ci si potrebbe dimenticare, e trascorrendo ulteriore tempo potrebbe scaldarsi eccessivamente. Per questo è necessario fare molta attenzione, senza fare calcoli affrettati.

Qual è il principale problema di un homeless? Non essere in grado di osservare la Mitzwah della Mezuzah e del Ma’aqeh (il parapetto sul tetto), perché non ha una casa. I nostri Maestri insegnano che i beni materiali ci vengono forniti affinché possiamo osservare le Mitzwòt ad essi legate. Questo deve essere sempre il nostro primo pensiero. Quando acquistiamo una casa nuova dobbiamo anzitutto pensare all’opportunità che ci viene data di collocarvi la Mezuzah. Quando comperiamo un vestito nuovo pensiamo all’occasione di mettervi lo Tzitzit (sempre che abbia quattro angoli). Se prendiamo un nuovo campo pensiamo alle Mattenot ‘Aniyim che la Torah prescrive di dare sul prodotto. Solo in un secondo momento potremo unire al pensiero “sacro” quello del godimento “profano”, come se fosse una Tossefet me-chol ‘al ha-qodesh.
Questo ci consente di comprendere meglio il primo Rashì della Parashat Mishpatim. Se fosse stato scritto Elleh ha-Mishpatim ciò che segue rinnegherebbe ciò che precede, ovvero i Dieci Comandamenti. Ma dal momento che la Parashah comincia con We-elleh ha-Mishpatim, la waw ha-chibbur unisce ciò che segue a ciò che abbiamo letto la scorsa settimana in un unicum ideale: come i Dieci Comandamenti sono stati dati sul Sinai, così gli argomenti di oggi sono stati trattati sul Sinai. Ecco che la nostra Parashah che si occupa di tante piccole questioni materiali che riguardano buoi, asini, custodia di oggetti, ecc. trae la sua ispirazione e si pone sullo stesso piano dei Dieci Comandamenti dati sul Monte Sinai. Rashì continua spiegando che il Bet Din che dirime queste controversie doveva avere sede presso l’Altare, alla cui costruzione erano dedicati gli ultimi versi della Parashah scorsa. Sappiamo in effetti che il Sanhedrin aveva sede nella Lishkat ha-Gazit del Bet ha-Miqdash, ma non esattamente presso l’Altare. L’accostamento non è geografico, ma ideale. Si vuol dire piuttosto che anche il più terreno degli interessi ha una sua natura religiosa e come tale deve essere affrontato.
Nel seguito della Paraashah è scritto: “Non ritardare la consegna delle decime. Dàmmi il primogenito dei tuoi figli” (22,28). Può essere interpretato allegoricamente: Nel raccogliere i prodotti del campo metti il tuo primo pensiero per Me senza indugio. Il primo pensiero (bekhor) di ogni tuo progetto (banim, “figli” come bonim, “costruttori”) deve essere dato a Me, ovvero alle Mitzwòt che comporta. Solo allora “così farai al tuo bue e al tuo gregge” (v. 29), cioè solo allora potrai fare concessioni all’animalità e alla materialità che è in te.
Infine, il Passuq conclude dicendo: “per sette giorni (l’animale neonato) starà con sua madre e nell’ottavo me lo potrai offrire in sacrificio”. Non mi soffermerò sul significato del numero otto, che rappresenta il soprannaturale rispetto al sette, numero della natura (Maharal di Praga). Dirò soltanto che c’è un’altra Mitzwah simile a questa che riguarda non gli animali ma gli uomini: il Berit Milah. C’è però una differenza: mentre per gli animali il sacrificio all’ottavo giorno è una semplice facoltà, la Milah dell’essere umano all’ottavo giorno è un obbligo. Il regno animale non conosce il concetto di obbligo, ma solo quello di desiderio. L’obbligo caratterizza invece gli uomini, dotati della capacità di assumersi responsabilità. E’ quello che l’obbligo della Milah ci insegna. Fin dall’ottavo giorno.

La parashah di Yitrò contiene i dieci comandamenti e dei principi generali, con la parashah di Mishpatim la Torah inizia a sviluppare i particolari.

L’apertura di questa sequela di mitzwot è dedicata allo schiavo ebreo. Lo schiavo manterrà questa condizione per sei anni, e al settimo sarà liberato. Se tuttavia, per amore del padrone, di sua moglie e dei suoi figli, rinuncia alla propria libertà, verrà condotto davanti ai giudici e gli verrà forato l’orecchio. Perché, visto che ci sono 613 mitzwot nella Torah, iniziare da qui un codice di leggi? La risposta è ovvia. Il popolo ebraico è appena uscito dalla schiavitù egiziana. Tutto questo deve avere una ragione, e H. sapeva che sarebbe avvenuto, come aveva predetto ad Avraham nel berit ben ha-betarim nel libro di Bereshit. Era evidentemente necessario che questa fosse la prima esperienza collettiva del popolo ebraico.

D. ha sempre ricercato, sin dagli albori, la libera adorazione degli esseri umani, ma questi hanno abusato della libertà concessa. Adamo ed Eva, Caino, la generazione del diluvio, quella della torre di Babele sono incappati tutti nello stesso errore. Era inevitabile ricominciare, questa volta non con tutta l’umanità, ma con una famiglia. Sarebbero divenuti i pionieri della libertà, ma la libertà è difficile. Ognuno desidera e cerca la propria libertà, ma è disposto a negare la libertà altrui quando questa confligge con la nostra. Ciò è talmente tanto vero che in appena tre generazioni i pronipoti di Abramo sono disposti a vendere il proprio fratello come schiavo. La tragedia non finisce sino a quando Yehudah si dichiarò pronto a rinunciare alla propria libertà per mettere in salvo il fratello Byniamin. E’ necessaria l’esperienza collettiva della schiavitù egiziana, che il popolo ebraico non dovrà dimenticare mai, per forgiare un popolo che non avrebbe più trasformato in schiavi i propri fratelli, un popolo capace di costruire una società libera, la più dura conquista per l’umanità.

Non ci dobbiamo pertanto stupire che le leggi sulla schiavitù abbiano una posizione enfatica. Ci saremmo dovuti anzi meravigliare del contrario. Ma, se D. non vuole la schiavitù, se la considera un affronto alla condizione umana, perché non abolirla immediatamente? Perché ha consentito che la schiavizzazione, anche se limitatamente e con molti paletti, proseguisse? Il Signore, che può operare miracoli inenarrabili nell’ambito naturale, non può cambiare la natura umana? In certi contesti è onnipotente ed in altri è, se è possibile dirlo, impotente? La libertà non è facile. Negli studi sociali è una tematica molto affrontata. Per essere liberi è necessario che non vi sia un surplus di leggi, di modo tale da permettere agli individui di scegliere liberamente, ma le persone non fanno sempre la scelta giusta. Il modello economico tradizionale, secondo cui le persone, se lasciate libere di scegliere, si comporteranno razionalmente, è superato. Gli uomini sono anzi profondamente irrazionali. Gli studiosi ebrei hanno dato importanti contributi per affermare questa idea. Ad esempio siamo influenzati dal desiderio di conformarci, anche quando sappiamo che gli altri stanno sbagliando. Anche in ambito economico spesso si calcolano male gli effetti, e a volte non è possibile riuscire a determinare le nostre motivazioni.

Come fare allora? Come si possono evitare danni salvaguardando la libertà di scelta? E’ possibile influenzare la volontà delle persone anche obliquamente. Per esempio in un bar, se vogliamo che le persone abbiano un’alimentazione sana, si potranno mettere i cibi sani all’altezza degli occhi, ed il cibo spazzatura in luoghi meno accessibili. In questo modo è possibile regolare la cosiddetta architettura di scelta delle persone. Questo è quello che avviene per la schiavitù. D. non la abolisce, ma la circoscrive così tanto da avviare un processo che prevedibilmente, anche se ci vorranno molti secoli, condurrà al suo spontaneo abbandono. Per via delle limitazioni che la Torah impone, la schiavitù diviene una condizione temporanea dell’uomo, che viene vissuta come un’umiliazione, piuttosto che un destino ineluttabile scritto nella natura umana. Perché questa strategia? Perché gli uomini devono decidere liberamente se abolire la schiavitù. Costringere le persone ad essere libere è sbagliato. Il presupposto di Rousseau nel Contratto sociale ha portato in breve tempo al regno del terrore.

D. può modificare la natura, ma sceglie di non cambiare la natura umana. L’ebraismo è fondato sul principio della libertà umana. Per questo D. non abolisce la schiavitù, ma attraverso le indicazioni della Torah modifica la nostra architettura di scelta mostrandoci la strada. Per abolirla coscientemente ci vorrà del tempo, in America è servita una sanguinosa guerra civile, ma è successo.

A volte D. ci dà una indicazione. Il resto spetta a noi.

La grandezza della normalità

La parashah di Yitrò, sebbene contenga la narrazione della più grande rivelazione divina della nostra storia sul monte Sinai, si apre con un preambolo estremamente umano, quando Yitrò, sacerdote di Midian, si reca da Mosheh. Quanto Yitrò vide infatti fu fonte di grande preoccupazione, poiché Mosheh guidava il popolo da solo, e ciò poteva avere delle conseguenze negative per il popolo e per Mosheh stesso. Yitrò pertanto consiglia di delegare l’amministrazione del potere, occupandosi solo dei casi più difficili.

E’ interessante notare che Yitrò definisce il comportamento di Mosheh “lo tov”, espressione che compare solamente in un altro passo della Torah, quello che prelude alla creazione della donna (Bereshit 2,18 “lo tov eiot adam levaddò – non è bene per l’uomo essere solo”). Il messaggio è chiaro: sia l’amministrazione del potere che la nostra stessa esistenza non possono proseguire rimanendo soli. Questo è uno dei principi fondamentali dell’antropologia biblica. Il termine che designa la vita, chayim, è plurale. La vita è essenzialmente condivisa. Concepire la vita religiosa come un fatto personale, solamente intimo, è un pensiero alieno alla visione ebraica.

Il discorso di Yitrò tuttavia presenta una difficoltà, rilevata dal Netziv. E’ assolutamente evidente come la nuova costruzione possa portare giovamento a Mosheh, aveva troppo lavoro da svolgere. Ma quello che è meno comprensibile sono le ultime parole di Yitrò, che dice che in questo modo le persone torneranno in pace. Loro non erano esauste. Il sistema di delega non li avrebbe avvantaggiati, anzi, sarebbero stati ascoltati, ma non da Mosheh in persona. Come sarebbe quindi considerabile un vantaggio? Il Netziv cita un brano del Talmud in massekhet Sanhedrin (6b) sul bitzua’, ciò che sarebbe stato poi chiamato pesharah, il compromesso. Il giudice in questo caso cerca una soluzione basandosi sull’equità piuttosto che sull’applicazione rigorosa della legge. Si tratta di una modalità di risoluzione del conflitto in cui entrambe le parti ottengono qualcosa, diversa dall’amministrazione della giustizia in cui uno vince e l’altro perde.

Il Talmud si chiede se questo sistema sia da adottare o da evitare, e su questo punto emergono posizioni divergenti; R. Eli’ezer, figlio di R. Yosè ha-Galilì ritiene che sia vietato comportarsi in questo modo. Yqqov ha-din et ha-har – che la legge buchi la montagna. Questo era il modo di comportarsi di Mosheh. Aharon invece amava e perseguiva la pace. Un altro Maestro pensava invece, basandosi su un verso del profeta Zekhariah, che fosse corretto comportarsi così, perché giustizia e pace non vanno a braccetto. Dove c’è giustizia non c’è pace, dove c’è pace non c’è giustizia.

Per trovare una forma di giustizia che conviva con la pace abbiamo bisogno del compromesso. La halakhah, come è risaputo, segue questa ultima opinione. Bisogna cercare la mediazione, ma con una importante limitazione, che il giudice non sappia ancora chi ha ragione e chi ha torto. L’incertezza iniziale del giudice è quello che permette l’avviamento della procedura di mediazione. Cercare il compromesso quando al giudice è chiaro chi ha ragione vorrebbe dire sopprimere la giustizia. Tornando alla nostra storia il Netziv ritiene che Mosheh preferisca la rigida giustizia alla pace. Non cercava compromessi. Inoltre, essendo un profeta, sapeva all’istante chi aveva veramente ragione. Per questo non aveva la possibilità di mediare. Il sistema di delega avrebbe portato nell’amministrazione della giustizia persone comuni, che proprio perché persone comuni avrebbero proposto soluzioni eque soddisfacenti per le parti in causa. Entrambi guadagnano ed entrambi credono che il risultato ottenuto sia giusto. Questa è l’unica giustizia che porta pace, e in questo senso la società ne trae giovamento. Mosheh è Yish ha-Eloqim, ma c’è qualcosa che non può fare e che altri, neanche lontanamente paragonabili a lui, potevano fare. Potevano portare ad una risoluzione non violenta dei conflitti. Non conoscendo intuitivamente la verità dovevano essere pazienti, ascoltare le parti, ed arrivare ad una soluzione che soddisfacesse tutti. Un mediatore ha caratteristiche differenti da un giudice, un profeta, o un salvatore, ma a volte la sua presenza si rivela assolutamente necessaria. Questo non significa sminuire la figura di Mosheh. Vuol dire piuttosto che nessuna figura ha da sola tutte le virtù necessarie per sostenere un popolo. Un sacerdote non è un profeta, un capo militare non può essere al contempo un uomo di pace. Non possiamo vivere da soli.

L’ebraismo non è una questione individuale. E’ una fede sociale, basata su reti di relazioni, familiari, comunitarie, nazionali. Ognuno di noi, grande o piccolo che sia, può ritagliarsi il suo spazio. Ognuno di noi ha qualcosa da dare alla collettività.

Hilkhot Bishul – III parte

E’ permesso versare dell’acqua calda, persino da un kelì rishon (recipiente che si trova o sia stato in precedenza su una fonte di calore), su dell’acqua fredda. In generale infatti si dice che “tachton gover – l’inferiore predomina” sul superiore e lo raffredda. La situazione contraria tuttavia comporta una trasgressione. Versando infatti dell’acqua fredda su dell’acqua calda, quest’ultima scalda l’acqua fredda. Se però l’acqua si trova in un kelì shenì (secondo recipiente, che non è stato su una fonte di calore),anche se il liquido in esso contenuto è caldo (con una temperatura superiore ai 40- 45 gradi, a seconda delle opinioni), è permesso versarvi dell’acqua fredda. Alcuni permettono anche di versare acqua fredda in grande quantità in un kelì rishon, perché essendo in quantità maggiore rispetto all’acqua calda non sarà possibile scaldarla, ma verrà solamente intiepidita. Infatti l’acqua fredda si mescolerà istantaneamente con l’acqua calda raffreddandola. Quanto detto è applicabile unicamente nel caso in cui l’acqua fredda venga versata tutta assieme, ma se viene versata a poco a poco è proibito, perché la poca acqua fredda versata viene immediatamente scaldata, e il fatto che successivamente, continuando a versare, si raffreddi, non è rilevante.

Storpiature metriche

Il numero 19 di Torat Chayim ospita un’interessante e affettuosa discussione fra Leo Levi e Rav Artom per via di una divergenza di vedute sorta all’interno del Tempio Italiano di Gerusalemme. Il testo di Leo Levi, dal titolo “Stonature, metrica medievale e letti di procuste” prende spunto dalle tefillot di Kippur recitate da Rav Artom, tefillot, per dirlo con le parole di Leo Levi “recitate, più che cantate, dalla stonatissima voce di M. Emanuele Artom”. Indipendentemente dalle senz’altro divertenti parole di Levi, la questione posta è quanto mai interessante e se si vuole attuale per chi ha un minimo di dimestichezza con la chazanut. Cercando di semplificare il discorso di Levi, che ben presto diviene decisamente tecnico, vengono poste diverse questioni che si rivelano utili per ricostruire alcune tendenze nella parabola degli stili chazanistici italiani. Anzitutto nel bet ha-keneset si nota una tendenza abbastanza generalizzata di ricerca di esibizione di “belcanto (?)” con “arabeschi sefardizzanti” e “melliflui glissando”, non il linea con la tradizione liturgico-musicale del rito italiano. Lo stile degli Artom padre e figlio,con la loro dizione, “fredda, incolore o monotona, senza nasalità nè mollezze, ma seria composta e fedele alle antichissime melodie del rito italiano” ha soddisfatto coloro che nella preghiera cercavano serietà e intimità.

Tralasciando tuttavia l’apprezzamento, Levi muove una critica ad alcune incredibili storpiature nella metrica dei pyiutim, indipendenti dall’assenza di orecchio musicale che non consente di eseguire correttamente le delicate linee melodiche dei canti. Il problema non è cosa da poco, perché il problema della corrispondenza fra la linea melodica e lo schema metrico degli inni è una questione affrontata in molti volumi relativamente al problema parallelo dell’esecuzione chiesastica degli inni ambrosiani e gregoriani. Levi, per illustrare la sua affermazione, riporta un lungo passo del Sesini su un tema molto caro agli studiosi di liturgia medievale: l’esecuzione degli inni ambrosiani, i più antichi nella liturgia cristiana, che risalgono al IV sec. e sono quindi coevi dei più antichi pyiutim ebraici. Per questi inni la questione posta da Levi è irrilevante, perché il latino medievale aveva una sintassi “sciolta”, che non esigeva alcun ordine nelle parti del discorso. La stessa caratteristica può essere individuata negli antichi pyiutim, che tuttavia hanno dei principi formali ben precisi, prima dell’isosillabismo (un certo numero di sillabe uguale per ogni verso, indipendentemente dagli accenti tonici) e dell’isotonia (un numero di accenti tonici prefissato in ogni verso, lasciando indeterminato il numero di sillabe atone fra un accento e l’altro), poi i metri o mishqalim arabi, in cui ogni verso o emistichio è presente un numero preciso di vocali accentati e semivocali atone. Un esempio del primo tipo di pyiut è Ahavta Tzedeq watisnà resha della sera di Kippur, del secondo tutti i pyiutim della sera di Kippur m, da Ya’aleh tachannunenu fino aYom Ya’alah niqrà, del terzo tipo Yigdal e Adon ‘Olam. A tutti questi inni molti secoli fa vennero applicate delle melodie, risalenti al medioevo, epoca in cui il passaggio dalla lettura metrica alla lettura tonica ancora non era avvenuto. Nell’ebraico il valore delle sillabe lunghe era ancora percepito come diverso da quello delle sillabe brevi e brevissime. Probabilmente molte delle parole che oggi leggiamo ossitone erano pronunciate parossitone, ed il ritmo del discorso era più femminile che maschile, più trocaico che giambico. Con ogni probabilità anche la poesia ebraica risentiva di questa tendenza, con un’accentuazione e forse un ritmo più quantitativo che qualitativo, e certo più trocaico che giambico. La riprova è proprio la melodia dei pyiutim italiani e dei te’amim italiani, tutti a conclusione femminile. Dopo questa premessa Levi entra nel merito per contestare Rav Artom sui versi in cui il significato logico non corrisponde alla divisione strofica. Porta due esempi fra molti, Yisrael bechirè El, dove il verso Zekhor etan – asher natan – benò yechidò – lazevachim viene diviso Zekhor etan – asher natan benò yechidò – lazevachim o l’Yigdal dove il verso lo yachalif haEl – welò Yamir – datò le’olamim diventa (adducendo ragioni teologiche) lo yachalif haEl – welo yamir datò – le’olamim. Artom infatti ritiene che cantando altrimenti l’Ygdal la parola datò risulterebbe legata a lezullatò. Levi ricorda che il rito italiano con ogni probabilità mantiene intatte tradizioni palestinesi del primo medioevo, preislamiche o preiberiche. Rari sono pertanto i melismi e le ripetizioni di parole dei testi per adattarle a metri musicali presi in prestito da altri testi, o comunque non composti assieme ai testi poetici originari. Levi porta come esempio la melodia sefardizzante del Mizmor leDavid, pieno di “inverosimili e illogiche ripetizioni”. Estrapolare un criterio estetico a periodi in cui esso non si applica è un palese errore storico-estetico: non si può pretendere per esempio di applicare melodie metriche alla poesia biblica, basata su parallelismi di concetti più che su ritmi di sillabe; ad essa si adatta di più il sistema dei te’amim. Non ha senso allo stesso modo “risciacquare i panni” a celebri poeti recitando gli inni liturgici. Potremo pensare che una certa poesia non è di nostro gusto, ma non potremo dire che è bella o brutta, o giusta o sbagliata.

Rispondendo Rav Artom non intende entrare nel merito, non avendone gli strumenti, ma crede che non vi sia nesso fra le conclusioni di Levi e l’esecuzione dei pyiutim. Nella tefillah è essenziale esprimere certi sentimenti e certe richieste. Ovviamente la preghiera può essere resa più piacevole dalla musica, ma l’essenziale è il significato della tefillah, e l’abbellimento deve passare in seconda linea. Quindi è meglio che l’esecuzione musicale sia anti-estetica e anti-storica e non guasti l’espressione del contenuto della tefillah. Rav Artom comunque ritiene che il suo comportamento non sia una sua invenzione o un’invenzione del Tempio Italiano di Gerusalemme, poiché i chazanim italiani hanno sempre adattato le musiche al senso della tefillah: se ne può avere testimonianza ascoltando i vecchi chazanim, o vedendo le annotazioni dei chazanim sui machazorim antichi, da cui risulta che si debbono fare le pausa secondo il senso e non secondo il metro.

Il fumo e l’arrosto

Generalmente, potendo scegliere preferiamo senz’altro l’arrosto al fumo, ma la Torah ci insegna che non deve essere sempre così. Descrivendo il Monte Sinai al momento del dono dei Dieci Comandamenti, per esempio, la Torah insiste molto sul fatto che il monte “era tutto fumante”. Lo stesso versetto precisa persino che il fumo che saliva da esso era “come il fumo della fornace”. Qual è il senso di ciò? Anche in alcuni sacrifici lo scopo era il fumo e non l’arrosto. Mi riferisco alle ‘olot, gli olocausti, in cui la carne veniva interamente bruciata sull’altare e in parte anche i sacrifici espiatori, in cui la carne era destinata sì a essere mangiata, ma dai Kohanim e non dai proprietari. Nei sacrifici espiatori noi bruciamo l’animale al posto di noi stessi. La carne bruciata assume un colore rosso e simboleggia la trasgressione. Rosso è anche il colore del fuoco che brucia la carne: rappresenta il din, la giustizia divina. Il terzo protagonista del sacrificio è proprio lui: il fumo. Di che colore è il fumo? Il Midrash racconta che i trasgressori, allorché veniva offerto il loro sacrificio espiatorio, attendevano di vedere il colore del fumo che si alzava dall’altare: se la fumata era nera, significava che il loro sacrificio non era stato accolto e l’espiazione non poteva dirsi completata; se invece la fumata era bianca, tutto era andato a buon fine. Se il rosso è il colore della violenza, il bianco è il colore della purezza ritrovata. Come dice Yesha’yahu: “se i vostri peccati saranno come la porpora, sbiancheranno come la neve…” (cap. 1).

Lo stesso è accaduto al Monte Sinai. Il Monte fumava -dice il versetto- perché sotto c’era il fuoco. E sotto il fuoco c’era la carne. Quale carne e quale fuoco? La carne è quella di tutti i Figli d’Israel. Il fuoco simboleggia l’ardore con cui i nostri Padri -e le nostre anime con loro- hanno risposto na’asseh we-nishmà’, “faremo e ascolteremo”. Quel fuoco sprigiona il fumo. Il fumo che sale da una catasta di legna ancora fresca e umida è tendenzialmente nero. Il fumo che invece sale da una fornace che è rovente da giorni è appunto un fumo bianco! Per questo la Torah insiste nel dire che il fumo del Monte Sinai era fumo di fornace. Esso simboleggiava la purezza dei Figli d’Israel allorché accettarono la Torah alle falde del Monte Sinai.

Lo stesso accade ancora oggi ogni giorno con la Tefillah che sostituisce i sacrifici. Quando noi preghiamo con tutto il nostro fuoco interiore generiamo fumo dalla nostra bocca. Quanto più ardore abbiamo dentro, tanto maggiore sarà il fumo che esce. Esso è il nostro alito. Bianco di purezza. E qui viene una piccola sorpresa. Questo alito bianco di purezza non è fine a se stesso. Ogni espressione di Tefillah che esce dalla nostra bocca genera in realtà un Mal’akh, un Angelo che porta la nostra Tefillah in Cielo e ci garantisce la Sua protezione…

Energia rinnovabile

La prima traduzione della Torah in un’altra lingua fu la Septuaginta, realizzata intorno al II sec. A.e.v. in Egitto sotto il regno di Tolomeo II. Il Talmud nel trattato di Meghillah (9a) afferma che i sapienti che contribuirono al progetto cambiarono deliberatamente la resa di alcuni testi, perché erano convinti che una traduzione letterale sarebbe stata semplicemente incomprensibile per il lettore greco. Una di queste modifiche riguarda la frase che tutti conosciamo perché fa parte del qiddush “wayikhal Eloqim bayom hashevi’ì melakhtò asher ‘asah – Iddio avendo nel giorno settimo terminata l’opera ch’Egli fece”. I sapienti mutarono questa espressione e scrissero che H. terminò l’opera il sesto giorno. Cosa era difficile capire? Forse è più comprensibile che il mondo sia stato creato da H. in sei giorni piuttosto che in sette? Sembra sconcertante, ma è così. I greci non intendevano lo Shabbat come parte integrante della creazione. Cosa c’è di creativo nel riposo? Cosa realizziamo se non facciamo, se non lavoriamo, se non inventiamo? Questa idea sembra un non-sense. Le testimonianze degli autori greci ci fanno sapere che lo Shabbat suscitava la loro ilarità. Gli ebrei non lavorano un giorno alla settimana perché sono pigri. L’idea che quel giorno potesse avere un proprio valore indipendente non li sfiorava. Stranamente e repentinamente, in quegli stessi anni, l’impero di Alessandro Magno andava sgretolandosi, così come Atene che aveva dato i natali ai più grandi pensatori e scrittori della storia. Le società, così come i singoli individui, possono andare in sovraccarico. Questo succede quando non si ha un giorno di riposo. Come diceva Achad ha-‘am; più di quanto il popolo ebraico abbia mantenuto lo Shabbat, lo Shabbat ha mantenuto il popolo ebraico. Il riposo settimanale mette al riparo dai cortocircuiti. Lo Shabbat, che incontriamo nella parashah di Beshallach, è una delle più grandi istituzioni che il mondo abbia conosciuto. Ha cambiato il modo in cui il mondo ha pensato il tempo. Prima dell’ebraismo il tempo veniva misurato per mezzo del sole con il calendario solare di 365 giorni, basato sulle stagioni, o per mezzo della luna, basato sul mese, dalla durata di circa trenta giorni. La settimana non ha alcun fondamento nella natura, ma, nata dalla Torah, e diffusa per mezzo del cristianesimo e dell’Islam che l’hanno adottata, ora è adottata in tutto il mondo. Se l’anno dipende dal sole e il mese dalla luna, la settimana dipende dagli ebrei. La potenza dello Shabbat deriva dalla sua capacità di rendere liberi i singoli individui e la società nel suo insieme. Liberi dalle pressioni del lavoro, liberi dalle richieste dei datori di lavoro, liberi da una società consumistica, liberi di stare in compagnia di coloro che amiamo. A dispetto degli enormi cambiamenti che hanno caratterizzato gli stili di vita nei secoli, lo Shabbat ha saputo sempre reinventarsi. Per Mosheh era la liberazione dalla schiavitù del Faraone, nella società industriale da turni sfiancanti nelle fabbriche, oggi da notifiche e richieste di disponibilità H24. Lo Shabbat segna una rivoluzione culturale, ma anche concettuale, perché è un’utopia che trova la sua realizzazione. Viviamo in un mondo senza gerarchie, senza capi e impiegati, venditori e acquirenti, senza disuguaglianze di ricchezza e potere, senza il traffico, il frastuono della fabbrica e il clamore del mercato. Una pausa all’interno di movimenti sinfonici, una pagina bianca fra i capitoli dei nostri giorni, uno spazio equivalente ad una campagna nel pieno centro cittadino. Un’utopia, la fine del tempo piantata in mezzo al tempo. La vera libertà richiede secoli per trovare la propria realizzazione, l’abolizione della schiavitù, anche in società decisamente avanzate, è una conquista tutto sommato recente. Ma, una volta che lo Shabbat aveva messo in moto un certo processo, era inevitabile. Lo schiavo che ha conosciuto la libertà prima o poi spezzerà le proprie catene. Lo spirito umano ha la necessità di avere del tempo per respirare. Nella vita ci sono questioni urgenti e questioni importanti. Nella vita di tutti i giorni con la pressione del lavoro ci dedichiamo alle urgenze, ma ciò che dà senso alla nostra vita, ci dà appagamento e felicità sono le cose importanti, la famiglia, gli amici, la preghiera in cui ringraziamo per quanto abbiamo, la lettura e lo studio della Torah. Questo durante lo Shabbat si può ottenere con poco. E’ un’opera d’arte che noi stessi siamo in grado di creare, un’isola serena nella tempesta. I greci non capivano come un giorno di riposo potesse far parte della creazione. Eppure è così. Senza riposo per il corpo, pace per la mente, senza la coltivazione dei nostri legami di identità e di affetto, il processo creativo si ferma e muore. E’ l’entropia che porta i sistemi a perdere energia nel tempo. Il popolo ebraico resta vigoroso e creativo per via dello Shabbat la più forte fonte di energia rinnovabile a nostra disposizione.

Parashah Bo 5778 – Fare domande serve

Non è un caso se uno dei momenti più alti della storia ebraica, l’uscita dall’Egitto, presenta per ben tre volte il tema dei bambini, delle loro domande e dell’obbligo dei genitori di educarli. Per difendere un paese è necessario avere un buon esercito, per difendere una cultura serve istruzione. La libertà va salvaguardata e non va presa per scontata. Le sfide che i nostri padri hanno affrontato assieme agli ideali che li hanno ispirati devono essere trasmessi, altrimenti rischiano seriamente di essere persi per strada. Le domande della parashah di Bò sono diventate famose perché sono entrate a far parte della haggadah di Pesach. Quello che emerge è che i bambini devono porre delle domande, e questo aspetto è confluito anche negli aspetti legali del Seder di Pesach. Non vi è nulla di naturale in tutto ciò, anzi possiamo dire che va contro l’evoluzione della storia e della cultura umane. La maggior parte delle culture vedono come compito del genitore e dell’insegnante istruire i giovani e guidarli, ma ciò che è richiesto ai bambini è principalmente obbedire. Socrate, che passò la sua vita ad insegnare a porre domande, venne condannato dagli ateniesi perché corrompeva i giovani. Nel mondo ebraico non è così: i bambini crescono ponendo delle domande e noi abbiamo l’obbligo di istruirli in questo senso. I personaggi biblici pongono domande che mettono in crisi la fede stessa: “il giudice di tutta la terra non fa giustizia?” chiede Avraham, “Perché hai fatto del male a questo popolo? “chiede Mosheh, “Perché il malvagio prospera?” chiede Yermihau. Il più grande riconoscimento in una yeshivah è quello di aver posto una buona domanda, non aver dato una buona risposta. Al ritorno dalla scuola non dovremmo chiedere ai nostri figli “cosa hai imparato?” ma “hai posto una buona domanda?” L’ebraismo non incoraggia l’obbedienza cieca. Anzi in un sistema dominato dalle 613 mitzwot, non esiste una parola per designare l’obbedienza. Nell’ebraico moderno si è dovuto prendere in prestito un termine aramaico, lezayiet. Il nostro compito non è quello di obbedire, ma di comprendere la volontà divina. Perché è così? Perché crediamo che il più grande dono che l’umanità ha ricevuto sia l’intelligenza. La prima richiesta che formuliamo nella ‘amidah è per la conoscenza, la comprensione e il discernimento. Quando si vede un grande sapiente non ebreo dobbiamo recitare una berakhah speciale. Non solamente si deve riconoscere che esiste sapienza anche presso gli altri popoli, ma si deve ringraziare D. per questo. Quanta distanza dalla gretta mentalità che nei secoli, e anche oggi, ha perseguitato e annientato intere culture! Lo storico Paul Johnson considera l’ebraismo rabbinico una macchina sociale altamente efficace per la produzione di intellettuali. L’ebraismo si è sempre focalizzato sullo studio, ha considerato quest’ultimo superiore alla preghiera, la vocazione più alta della vita religiosa. Molto però dipende da come si studia. In questo momento cruciale della storia ebraica Moseh dice che la trasmissione non deve avvenire in modo autoritario. Si deve incoraggiare a chiedere, analizzare, esplorare. Chi ha fiducia nella propria fede non deve temere delle domande. Chi non ha fiducia, ha segreti e sopprime i dubbi, ha solo paura. Non ogni domanda, certo, ha una risposta che possiamo comprendere subito. Alcune cose le capiremo con il tempo e l’esperienza, altre le capiremo affinando il nostro intelletto, altre ancora forse non le capiremo mai. Chiedendo ai figli di chiedere l’ebraismo ha mostrato di essere la fede che nella storia ha onorato maggiormente il dono dell’intelligenza umana.