PRIMO LEVI, A TRENT’ANNI DALLA SCOMPARSA

Trent'anni orsono, la mattina dell'11 aprile 1987, scompariva drammaticamente Primo Levi.
 
Lo ricordiamo con le parole pronunciate dal Presidente della Comunità, Dario Disegni, la sera dell'8 aprile u.s., nell'ambito delle due giornate di letture, conferenze, proiezioni promosse in sua memoria dal Centro Internazionale di Studi Primo Levi presso la sede del Polo del '900.

 


A trent’anni dalla scomparsa di Primo Levi, le parole che abbiamo ascoltato questa sera,
a poche ore dall’inizio di Pesach, la festa che celebra la libertà del popolo ebraico dalla
schiavitù in terra d’Egitto e a pochi giorni da un’altra festa, quella della liberazione del
nostro Paese dal giogo nazifascista, sono incise profondamente nella memoria degli Ebrei
torinesi.

Ma lo sono anche nella memoria di tutti coloro che, ben oltre i confini della nostra città,
hanno condiviso nella propria storia e in quella dei propri cari la sua esperienza di
deportazione.

Così come quelle stesse parole, che evocano una sofferenza indicibile, hanno lasciato un
segno difficile da cancellare anche negli uomini e nelle donne che non hanno vissuto
direttamente quei fatti, ma che, attraverso i libri di Levi, hanno potuto imparare a
riconoscere le derive più nefaste dell'agire umano e si sono avvicinati, generazione dopo
generazione, al luogo più oscuro del secolo appena trascorso.

Sono parole di dolore, ma soprattutto di verità, che hanno aiutato, e potranno aiutare in
futuro, a contrastare l'oblio, le menzogne e le manipolazioni intorno alle vicende della
Shoah. Del resto, proprio il richiamo diretto e inequivoco alla verità costituisce la
condizione essenziale per poter ragionare, per "meditare" - come invita a fare Levi nella
poesia che precede Se questo è un uomo -, a partire dall'esperienza di Auschwitz.

Ma insieme alle parole è anche la memoria di Primo, della sua personalità ineguagliabile e
schiva, a essere ben presente fra gli Ebrei torinesi e in tutta la nostra città. Per il suo
essere strettamente legato al contesto piemontese e, nello stesso tempo, per la sua
capacità di esprimere al meglio la vocazione di quel mondo ad aprirsi verso una visione
universalistica, a rendere accessibili, a chiunque se ne dimostri “volenteroso”, gli
interrogativi che nascono dall'esperienza: da quella estrema del Lager a quella quotidiana
del lavoro e dei rapporti con gli altri nelle realtà più diverse.

Di Levi non possiamo dimenticare soprattutto il coraggio con cui ha saputo guardare ai
paradossi, ai luoghi più inquietanti e insondabili dell'esperienza che più di tutte le altre è
stata al centro dei suoi pensieri per quarant'anni. Da Se questo è un uomo a I sommersi
e i salvati il suo è stato un tormentato percorso di approfondimento, condotto con gli
occhi fissi ai dilemmi più difficili da affrontare, come quelli suscitati, fra gli altri, dalla
"zona grigia" fra vittime e persecutori.

Sono tutte ragioni, quelle cui ho appena accennato, che rendono naturale – e doverosa -
la presenza della Comunità ebraica di Torino in queste giornate di ricordo di Primo Levi e
del suo lascito morale e civile, a trent’anni da quella drammatica mattina dell’11 aprile
1987.

Ricordiamolo dunque come testimone della Shoah, ma non dimentichiamo, peraltro, che
sarebbe un errore sottovalutare i tanti risvolti diversi della sua personalità di scrittore e
di uomo di pensiero.

Senza quelle ricchezze, infatti, la sua testimonianza non avrebbe potuto avere il valore
che le viene universalmente riconosciuto e non sarebbe in grado di durare da una
generazione all'altra.

Ricordiamolo dunque qui a Torino, perché Torino è stata la sua città e il suo luogo di
elezione, ma con la confortante consapevolezza che il nostro affetto e la nostra
gratitudine per Lui sono condivisi in questi stessi giorni da moltissime altre persone in
tante parti del mondo.


Che il Suo ricordo sia in benedizione per tutti noi.


DARIO DISEGNI