Insediamento del Rabbino Capo Rav Ariel Di Porto

Discorso di insediamento

Vorrei esordire ricordando una figura centrale dell’ebraismo piemontese, Davide Cavaglion, che ci ha abbandonato prematuramente, lasciando un vuoto incolmabile per la Comunità di Cuneo, di cui era il vero trascinatore.
Vedendo questo Beth ha-kneset oggi non posso non essere colpito dalla presenza delle varie persone che sono accorse da fuori Torino per onorare me a la Comunità Ebraica di Torino in questa occasione ed a loro esprimo la mia gratitudine.
Desidero salutare i Rabbini presenti, i rappresentanti religiosi, i rappresentanti istituzionali, i Consiglieri della Comunità Ebraica e tutti gli amici che sono intervenuti oggi.
Un ringraziamento alla mia famiglia, che mi ha instillato l’amore per l’ebraismo e per la cultura in generale, a mia moglie – come diceva R. Aqiva riferendosi a sua moglie "shelì weshelachem shelà hù ": ciò che è mio ed è vostro appartiene a lei - ed ai miei figli, che si sono imbarcati con me in questa avventura, un saluto particolare al mio maestro, il Rabbino Capo di Roma Riccardo Shmuel Di Segni, con il quale ho avuto la fortuna ed il privilegio di lavorare per vari anni, prima del mio arrivo a Torino.
Volevo ringraziare le Signore dell’ADEI, sempre molto attive nelle attività comunitarie, e che hanno contribuito in maniera significativa all’organizzazione di questa giornata. L’elemento femminile è centrale nell’ebraismo e mi auguro che si possano sviluppare e potenziare le iniziative che coinvolgono il pubblico femminile.
La Comunità Ebraica di Torino è sempre stata una realtà importante nell’ebraismo italiano. Le strutture di cui la Comunità è fornita, mantenute con grandi sforzi e sacrifici, ne sono testimoni. Avere l’opportunità di avere una scuola ebraica, un Beth ha-kneset, un miqvèh, una casa di riposo, una scuola Rabbinica, la Margulies-Disegni, in una Comunità che ad oggi conta meno di mille iscritti, certamente non è da poco. Senza pensare alle enormi potenzialità di sviluppo collegate alle Sinagoghe delle sezioni, purtroppo oramai quasi del tutto disabitate, che costituiscono un vero e proprio tesoro del quale essere orgogliosi.
Qualcuno scherzosamente mi ha definito “il Rabbino 3.0”, e questo non può che farmi piacere. Ci troviamo in un tempo in cui gli strumenti informatici sono entrati sempre più prepotentemente nelle vite delle persone ed il saperli utilizzare, declinandoli ebraicamente, può aprire delle prospettive decisamente importanti.
Ma esiste anche il contatto umano: nel nostro Beth ha-kneseth molti non mettono piede e ci si dovrebbe interrogare sulle ragioni di questo distacco. Spero quanto prima di incontrare le persone della Comunità, molte delle quali ho avuto modo di vedere solo nel giorno di Kippur, e comprendere i motivi del loro allontanamento. Che molti membri della Comunità siano soli, senza alcun contatto con l’ebraismo è un dato di fatto e per cercare di far sentire queste persone a casa è necessario l’aiuto di tutti.
Nella Comunità ebraica di Torino si è sempre respirata cultura e mi auguro di proseguire in questa gloriosa tradizione: negli ultimi decenni i Rabbini di Torino hanno sempre prodotto molti scritti di livello, basti pensare nei decenni passati a Rav Disegni, Rav Sierra, Rav Artom, fornendo importanti spunti di riflessione a tutto l’ebraismo italiano. Vorrei cogliere l’occasione per salutare con affetto la Rabbanit Sierra, che ci ha accolto con simpatia sin dal primo momento, facendoci sentire a casa.
Il settore da potenziare, tenuto conto della popolazione locale, con un livello culturale tendente all’alto e conoscenze ebraiche spesso meno coltivate, è quello dell’outreach, organizzando corsi volti ad illustrare gli elementi fondamentali dell’ebraismo. Tutti i membri della Comunità devono trovare modo di sentirsi accolti e trovare un proprio posto per quello che sono. In questo senso punto personalmente molto al progetto Banca del Tempo, sul quale molto si è investito e che mi auguro possa dare i frutti sperati. Molte persone della Comunità sono totalmente sole, spesso ciò che è necessario è un semplice contatto umano, la possibilità di scambiare due chiacchiere o fare una passeggiata in compagnia, cose che sono alla portata di tutti.
Particolare attenzione andrà dedicata ai giovani, in particolare in due distinte età, quella del distacco dalla scuola ebraica ed il contatto con un nuovo mondo, molto diverso da quello nel quale si viveva in precedenza, e quella dell’inizio dell’età adulta. Molti ragazzi, anche per via della difficile situazione economica e lavorativa, lasciano la Comunità, ed i pochi che rimangono non riescono a trovare la propria dimensione nelle attività proposte, vivendo spesso ai margini della Comunità, arrivando, spesso inevitabilmente, al matrimonio misto, con tutte le difficoltà e le conseguenze del caso. Questo punto è assolutamente centrale: la Comunità di Torino ha un’età media abbastanza avanzata e se non si ragiona su dei correttivi la Comunità si troverà giocoforza nei prossimi anni ridimensionata, incatenata in uno stato inesorabile di non ritorno. Non molti anni fa Primo Levi notava che “esiste infatti, per ogni gruppo umano, una massa critica, al di sotto della quale la stabilità cessa: si va allora verso una diluizione sempre più spinta, e verso un silenzioso e indolore dissolvimento. La nostra Comunità, a meno di eventi imprevedibili, pare avviata su questa strada”. La tendenza degli ultimi anni conferma a pieno questa previsione, questa deve essere la priorità assoluta se si desidera che la Comunità sopravviva. Gli sforzi attuati, anche se importanti, si dimostrano insufficienti ed andranno pertanto elaborate nuove strategie.
Per fare questo dobbiamo renderci conto del nostro ruolo nel mondo, del fatto che siamo portatori di un’eredità spirituale fondamentale per l’umanità intera, quella dei patriarchi, dei quali stiamo leggendo le storie in queste settimane. Il Midrash spiega le parole di Bil’am (Num. 23,9): “Sì, dalla cima delle rupi li vedo, e dai colli li miro” riferendo la cima delle rupi ai patriarchi ed i colli alle matriarche. La nostra forza, sia collettiva che individuale, deriva dalla nostra storia. Il Signore ha indicato ad Abramo la strada che dobbiamo seguire in questi termini (Gen. 18,19): “affinché egli raccomandi ai propri figli, ed alla propria famiglia dopo di sé, che si attengano alla via del Signore, esercitando umanità e giustizia”.
Le vicende di Abramo ci insegnano come sia possibile avere il coraggio di difendere le proprie convinzioni, anche quando tutto il resto del mondo non è d’accordo con noi. Questo è particolarmente attuale nel nostro rapporto con Israele, rapporto che nella diaspora è difficile vivere serenamente, senza sentirsi schiacciati dalle pressioni del mondo circostante.
La Toràh, durante la rivelazione sul Sinai, ci indica il nostro compito, che è quello di essere “un reame di sacerdoti ed un popolo santo”. L’ebraismo non è fondato su basi etniche o culturali, ma religiose e morali.
Terminata la costruzione del Mishkan Moshè benedisse il popolo d’Israele. Secondo il Sifri la benedizione che impartì fu: "sia la Sua volontà che si posi la Presenza Divina nell’opera delle vostre mani. Possa la grazia del mio Dio, il nostro Signore, essere su di noi e rendere stabile su di noi l’opera delle nostre mani, possa Egli sostenere l’opera delle nostre mani! (Salmo 90 v. 17)".
 
I mistici sono del parere che questo verso vada recitato prima di compiere qualsiasi mitzwà o tefillàh, affinché il Signore possa rendere complete le nostre azioni, sebbene la nostra comprensione e concentrazione sia limitata.
I poseqim sono in dubbio se un rav in occasione della sua nomina debba recitare la berakhàh shehecheianu. In merito la halakhà sostiene che se un individuo recita la berakhàh per una gioia personale recita shehecheianu, se invece altre persone partecipano alla gioia la berakhàh che si recita è un’altra, ha-tov wehametiv.
Quando Rav Quq venne nominato rabbino capo di Israele disse “So da solo di non meritare questo grande onore che mi è stato attribuito questa sera, e sono dispiaciuto, perché mi considerano più di quanto non valga effettivamente, e mi conferiscono più onore di quanto non ne meriti. Pertanto non posso recitare la berakhàh she-echeianu pronunciando il Nome Divino, ma i sentimenti di amicizia ed affetto che riscontro fra quanti sono intervenuti mi rallegrano, e già c’è un dubbio se recitare la benedizione, per cui la reciterò senza pronunciare il Nome Divino.
"Sia Volontà dinnanzi a Te, HaShem mio Signore e Signore dei Miei Padri, che non capiti un inciampo a causa mia, e non inciamperò in una questione di Halakhàh, e saranno contenti di me i miei compagni e non dirò su una cosa impura che è pura, e non su una cosa pura che è impura , e non su una cosa permessa che è vietata, e non su una cosa vietata che è permessa, e non inciamperanno i miei compagni in questione di Halakhàh e sarò contento di loro."
בָּרוּךְ שֶׁהֶחֱיָנוּ וְקִיְּמָנוּ וְהִגִיעָנוּ לַזְּמַן הַזֶּה
Rav Ariel Di Porto
16 novembre 2014 - 23 cheshvan 5775
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