Bilancio di un anno importante

In questi giorni solenni e terribili, con cui inizia l’anno ebraico, siamo tenuti a riflettere sull’anno appena concluso, a compiere un bilancio del nostro comportamento, e a riflettere su come migliorare le nostre azioni.
Anche per la nostra Comunità è stato un anno particolarmente importante.
Si è concluso il lungo iter per la nomina del nuovo Rabbino Capo, che ha preso servizio dal 1° settembre , e che già ha preso conoscenza delle caratteristiche della nostra Kehillah, come si vede dall’articolo che segue. Nel rinnovare un caloroso Mazal Tov, con stima e cordialità, a Rav Ariel Di Porto, mi piace mettere in evidenza che tutte le volte in cui il Consiglio è stato chiamato a votare su di lui, i consiglieri si sono espressi all’unanimità.
Si sono avviati i lavori per la ristrutturazione della sede, necessari in particolare per adeguare la struttura della Casa di Riposo e poter garantire la continuità del servizio per gli anni futuri. Nell’estate è stato completato nei tempi previsti il lotto relativo alla Scuola: alla data prevista gli studenti sono entrati in una scuola più nuova e più bella, anche se la coesistenza con il cantiere per alcuni mesi costringerà naturalmente ancora a qualche sacrificio. Si è raggiunto un accordo di massima con la Cooperativa che già da alcuni anni collabora nella gestione della Casa di Riposo con soddisfazione degli utenti, per definire un contratto di concessione complessiva della gestione, e conseguire una maggiore efficienza
Ci è arrivata come ogni anno la lettera di auguri per il nuovo anno da parte del Sindaco di Torino, in cui tra l’altro il Sindaco “esprime ancora una volta il pieno apprezzamento della Amministrazione Comunale e mio personale per il contributo attivo e prezioso che la Comunità Ebraica offre alla vita della Città. Tra le tantissime attività culturali mi piace pensare alla Marcia in ricordo di Emanuele Artom, che è diventato un appuntamento fisso nel calendario delle celebrazioni cittadine per la Resistenza, e in questi giorni il tour in Italia, interamente organizzato dalla nostra Comunità, del grande storico Georges Bensoussan, con le sue affollatissime lezioni sull’antisemitismo di ieri e di oggi.
Evidenziare le attività effettuate non vuole significare che tutti i problemi sono risolti, anzi, il nuovo Consiglio che si insedierà nel corso dell’anno che inizia dovrà continuare a lottare per contenere le criticità della crisi economica e tener conto di una popolazione comunitaria con molti anziani, e pochissimi giovani.
Ma vorrei ricordare l’invito all’ottimismo che ci veniva da Rav Clive Lawton, tra le personalità più influenti dell’ebraismo mondiale, quando è venuto a visitare la nostra Comunità e la nostra Scuola: Fortunati ad avere una sinagoga così bella, fortunati a vivere in una città sorprendente, fortunati a essere così intensamente coinvolti nella vita comunitaria, anche se in maniera conflittuale. E fortunati a poter mandare i propri figli in una scuola così intensamente e appassionatamente viva, in cui i bambini hanno lo sguardo luminoso, e attento, e sono curiosi del mondo. E questo è bellissimo”.
E per concludere, nel meditare sull’anno passato, non possiamo non ripensare ai missili che per tanto tempo hanno bersagliato il territorio di Israele e al dramma comunque della guerra, rinnovando la nostra solidarietà con la popolazione israeliana sotto la continua minaccia, e il dolore per tutte le vittime.
Che sia un anno di pace, per noi, per Israele, per tutto il mondo!
Il Presidente della Comunità ebraica di Torino Beppe Segre
A tutti i membri della Comunità Ebraica di Torino
Con commozione scrivo queste righe, le prime a voi rivolte da Rabbino di questa Comunità.
Come saprete difatti nel mese di agosto, dopo alcuni mesi nei quali ho iniziato a conoscere la realtà torinese, sono stato nominato da parte del Consiglio della Comunità, al quale va il mio sentito ringraziamento per l’ampia fiducia accordatami. Chiaramente questo lavoro di esplorazione è solamente all’inizio, anche se mi sono fatto un’idea circa vari aspetti di questa piccola, ma estremamente composita realtà. Quello che più colpisce di certo è la concentrazione di personaggi che in ambito culturale e professionale hanno raggiunto l’eccellenza, e questo non può che essere un potente stimolo nell’intraprendere questo lavoro, conscio del fatto che in pochi posti al mondo potrei trovare tante risorse intellettuali, mi auguro pronte a collaborare. Tuttavia di lavoro ce ne sarà: infatti Torino, pur godendo di strutture degne di una Comunità medio-grande, almeno per gli standard comunitari italiani, rischia, per via di un’età media avanzata, specchio in qualche modo della realtà cittadina, di ridimensionarsi in tempi abbastanza rapidi, vista l’esiguità dei matrimoni ebraici e delle nascite, che negli ultimi anni purtroppo rasentano lo zero. A questo si unisce una comprensibilissima tendenza da parte dei nostri giovani di abbandonare la città, per motivi di studio, professionali, o semplicemente alla ricerca della possibilità di formare una famiglia ebraica. Difficile far fronte a questo dato di fatto, ma tentare di operare dei correttivi è a mio parere assolutamente doveroso, e per farlo è necessario studiare nuove modalità, creando opportunità di conoscenza e di confronto con le altre comunità in Italia e non, sperimentando (con moderazione) strategie alle quali la Comunità, ancorata ad un certo tipo di modello, forse ad oggi non è abituata, ma che potrebbero nel tempo modificare certe dinamiche. In particolare, nelle prime uscite pubbliche in occasione delle conferenze che ho tenuto in questi mesi, mi ha colpito la pressoché totale assenza di giovani, che invece ho avuto modo di frequentare in occasioni assolutamente informali, e questo dovrebbe far riflettere. Ma la comunità, sebbene sia a mio avviso la priorità assoluta, non è composta unicamente da giovani: c’è un’ampia fascia di meno giovani che spesso è semplicemente impossibilitata per svariati motivi a partecipare alle numerose attività comunitarie, ed anche su questo è necessario uno sforzo da parte di tutti, e mia in primis. Negli ultimi tempi in comunità è stato attivato un servizio di assistenza sociale, e sebbene vi siano, per via della congiuntura economica negativa, sempre più famiglie bisognose di sostegno economico, la vera piaga da affrontare è quella della solitudine di molti membri della comunità, che spesso non hanno bisogno di altro che della possibilità di fare due chiacchiere, o di essere aiutati in cose molto semplici come andare alla posta per pagare le bollette o fare la spesa.
Potrei continuare per molto, ma non vorrei tediarvi già dall’inizio. Molti di voi già mi conoscono, molti altri non mi hanno mai visto, e per molti i prossimi mo’adim saranno la prima occasione in cui avremo modo di incontrarci. Pertanto mi presento brevemente. Ho 35 anni, sposato con Elisabetta, con due bambini, i piccoli Amos e Raffaele. Sebbene sia relativamente giovane, ho svolto attività in ambito cultuale e religioso a Roma per quasi un ventennio, prima da Chazan, poi da insegnante di materie ebraiche al liceo, poi negli ultimi anni come direttore dell’Ufficio Rabbinico, guidando una struttura profondamente diversa da quella torinese.
In questi mesi ho avuto modo di studiare un po’ la storia recente della comunità, e mi sono fatto un’impressione, che gran parte del clima di tensione che ha caratterizzato gli ultimi dolorosi anni sia stato determinato dall’assenza di schiettezza e franchezza nei rapporti interpersonali, e pertanto voglio avanzare una richiesta, che è quella di ricercare nei miei confronti questa franchezza. Certamente in ogni consorzio umano vi sono delle divergenze di opinione, ed il rabbino per definizione è divergente rispetto all’opinione comune, ma quello che mi auguro è di avere rapporti umani sereni e schietti con le numerose anime della comunità nella quale spero di passare i prossimi anni. Spero di avere modo di conoscervi personalmente nei prossimi mesi, condividendo esperienze, idee e progetti volti a rendere la comunità sempre di più un luogo degno di tale nome.
Per concludere, un breve pensiero tratto da uno scritto dell’ ex Rabbino di Gran Bretagna Jonathan Sacks. Il popolo ebraico è caratterizzato da una grande verbosità. Non è un popolo portato all’ascolto, in esso vi sono molti grandi oratori. C’è un momento però nel quale riusciamo finalmente ad essere onesti con noi stessi, e riconosciamo di non essere perfetti, sia a livello individuale che collettivo. In questo frangente l’unica cosa che possiamo fare è gridare, e questo è ciò che rappresenta lo shofar che suoniamo a Rosh ha-shanàh, sospiri, singhiozzi, una chiamata senza parole. Non esistono più giustificazioni o razionalizzazioni; chiediamo semplicemente ad Ha-Shem di perdonarci. In alcune occasioni dovremmo cercare di recuperare tale dimensione. A volte le parole non sono più sufficienti.
Auguro a tutti voi di passare i prossimi mo’adim serenamente assieme alle vostre famiglie. Tachel shanà uvirkhotea, inizi l’anno e le sue benedizioni. Shanà tovà e gmar chatimà tovà.                                      
Rav Ariel Di Porto
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