Hilkhot Bishul – III parte

E’ permesso versare dell’acqua calda, persino da un kelì rishon (recipiente che si trova o sia stato in precedenza su una fonte di calore), su dell’acqua fredda. In generale infatti si dice che “tachton gover – l’inferiore predomina” sul superiore e lo raffredda. La situazione contraria tuttavia comporta una trasgressione. Versando infatti dell’acqua fredda su dell’acqua calda, quest’ultima scalda l’acqua fredda. Se però l’acqua si trova in un kelì shenì (secondo recipiente, che non è stato su una fonte di calore),anche se il liquido in esso contenuto è caldo (con una temperatura superiore ai 40- 45 gradi, a seconda delle opinioni), è permesso versarvi dell’acqua fredda. Alcuni permettono anche di versare acqua fredda in grande quantità in un kelì rishon, perché essendo in quantità maggiore rispetto all’acqua calda non sarà possibile scaldarla, ma verrà solamente intiepidita. Infatti l’acqua fredda si mescolerà istantaneamente con l’acqua calda raffreddandola. Quanto detto è applicabile unicamente nel caso in cui l’acqua fredda venga versata tutta assieme, ma se viene versata a poco a poco è proibito, perché la poca acqua fredda versata viene immediatamente scaldata, e il fatto che successivamente, continuando a versare, si raffreddi, non è rilevante.

Storpiature metriche

Il numero 19 di Torat Chayim ospita un’interessante e affettuosa discussione fra Leo Levi e Rav Artom per via di una divergenza di vedute sorta all’interno del Tempio Italiano di Gerusalemme. Il testo di Leo Levi, dal titolo “Stonature, metrica medievale e letti di procuste” prende spunto dalle tefillot di Kippur recitate da Rav Artom, tefillot, per dirlo con le parole di Leo Levi “recitate, più che cantate, dalla stonatissima voce di M. Emanuele Artom”. Indipendentemente dalle senz’altro divertenti parole di Levi, la questione posta è quanto mai interessante e se si vuole attuale per chi ha un minimo di dimestichezza con la chazanut. Cercando di semplificare il discorso di Levi, che ben presto diviene decisamente tecnico, vengono poste diverse questioni che si rivelano utili per ricostruire alcune tendenze nella parabola degli stili chazanistici italiani. Anzitutto nel bet ha-keneset si nota una tendenza abbastanza generalizzata di ricerca di esibizione di “belcanto (?)” con “arabeschi sefardizzanti” e “melliflui glissando”, non il linea con la tradizione liturgico-musicale del rito italiano. Lo stile degli Artom padre e figlio,con la loro dizione, “fredda, incolore o monotona, senza nasalità nè mollezze, ma seria composta e fedele alle antichissime melodie del rito italiano” ha soddisfatto coloro che nella preghiera cercavano serietà e intimità.

Tralasciando tuttavia l’apprezzamento, Levi muove una critica ad alcune incredibili storpiature nella metrica dei pyiutim, indipendenti dall’assenza di orecchio musicale che non consente di eseguire correttamente le delicate linee melodiche dei canti. Il problema non è cosa da poco, perché il problema della corrispondenza fra la linea melodica e lo schema metrico degli inni è una questione affrontata in molti volumi relativamente al problema parallelo dell’esecuzione chiesastica degli inni ambrosiani e gregoriani. Levi, per illustrare la sua affermazione, riporta un lungo passo del Sesini su un tema molto caro agli studiosi di liturgia medievale: l’esecuzione degli inni ambrosiani, i più antichi nella liturgia cristiana, che risalgono al IV sec. e sono quindi coevi dei più antichi pyiutim ebraici. Per questi inni la questione posta da Levi è irrilevante, perché il latino medievale aveva una sintassi “sciolta”, che non esigeva alcun ordine nelle parti del discorso. La stessa caratteristica può essere individuata negli antichi pyiutim, che tuttavia hanno dei principi formali ben precisi, prima dell’isosillabismo (un certo numero di sillabe uguale per ogni verso, indipendentemente dagli accenti tonici) e dell’isotonia (un numero di accenti tonici prefissato in ogni verso, lasciando indeterminato il numero di sillabe atone fra un accento e l’altro), poi i metri o mishqalim arabi, in cui ogni verso o emistichio è presente un numero preciso di vocali accentati e semivocali atone. Un esempio del primo tipo di pyiut è Ahavta Tzedeq watisnà resha della sera di Kippur, del secondo tutti i pyiutim della sera di Kippur m, da Ya’aleh tachannunenu fino aYom Ya’alah niqrà, del terzo tipo Yigdal e Adon ‘Olam. A tutti questi inni molti secoli fa vennero applicate delle melodie, risalenti al medioevo, epoca in cui il passaggio dalla lettura metrica alla lettura tonica ancora non era avvenuto. Nell’ebraico il valore delle sillabe lunghe era ancora percepito come diverso da quello delle sillabe brevi e brevissime. Probabilmente molte delle parole che oggi leggiamo ossitone erano pronunciate parossitone, ed il ritmo del discorso era più femminile che maschile, più trocaico che giambico. Con ogni probabilità anche la poesia ebraica risentiva di questa tendenza, con un’accentuazione e forse un ritmo più quantitativo che qualitativo, e certo più trocaico che giambico. La riprova è proprio la melodia dei pyiutim italiani e dei te’amim italiani, tutti a conclusione femminile. Dopo questa premessa Levi entra nel merito per contestare Rav Artom sui versi in cui il significato logico non corrisponde alla divisione strofica. Porta due esempi fra molti, Yisrael bechirè El, dove il verso Zekhor etan – asher natan – benò yechidò – lazevachim viene diviso Zekhor etan – asher natan benò yechidò – lazevachim o l’Yigdal dove il verso lo yachalif haEl – welò Yamir – datò le’olamim diventa (adducendo ragioni teologiche) lo yachalif haEl – welo yamir datò – le’olamim. Artom infatti ritiene che cantando altrimenti l’Ygdal la parola datò risulterebbe legata a lezullatò. Levi ricorda che il rito italiano con ogni probabilità mantiene intatte tradizioni palestinesi del primo medioevo, preislamiche o preiberiche. Rari sono pertanto i melismi e le ripetizioni di parole dei testi per adattarle a metri musicali presi in prestito da altri testi, o comunque non composti assieme ai testi poetici originari. Levi porta come esempio la melodia sefardizzante del Mizmor leDavid, pieno di “inverosimili e illogiche ripetizioni”. Estrapolare un criterio estetico a periodi in cui esso non si applica è un palese errore storico-estetico: non si può pretendere per esempio di applicare melodie metriche alla poesia biblica, basata su parallelismi di concetti più che su ritmi di sillabe; ad essa si adatta di più il sistema dei te’amim. Non ha senso allo stesso modo “risciacquare i panni” a celebri poeti recitando gli inni liturgici. Potremo pensare che una certa poesia non è di nostro gusto, ma non potremo dire che è bella o brutta, o giusta o sbagliata.

Rispondendo Rav Artom non intende entrare nel merito, non avendone gli strumenti, ma crede che non vi sia nesso fra le conclusioni di Levi e l’esecuzione dei pyiutim. Nella tefillah è essenziale esprimere certi sentimenti e certe richieste. Ovviamente la preghiera può essere resa più piacevole dalla musica, ma l’essenziale è il significato della tefillah, e l’abbellimento deve passare in seconda linea. Quindi è meglio che l’esecuzione musicale sia anti-estetica e anti-storica e non guasti l’espressione del contenuto della tefillah. Rav Artom comunque ritiene che il suo comportamento non sia una sua invenzione o un’invenzione del Tempio Italiano di Gerusalemme, poiché i chazanim italiani hanno sempre adattato le musiche al senso della tefillah: se ne può avere testimonianza ascoltando i vecchi chazanim, o vedendo le annotazioni dei chazanim sui machazorim antichi, da cui risulta che si debbono fare le pausa secondo il senso e non secondo il metro.

Legami famigliari

Moshe Leib di Sassov, uno dei grandi Maestri del Chassidismo, insegna che se vogliamo evitare le trasgressioni dobbiamo iniziare ogni giornata al mattino con il compimento di una Mitzwah. In questo modo ci eleviamo rispetto ai nostri interessi personali e ci concentriamo sui nostri doveri. Quale Mitzwah? Ci sono le Mitzwòt beyn Adàm la-Maqom, che regolano i nostri rapporti con D. e quelle Beyn Adàm la-Chaverò, “fra l’uomo e il suo prossimo”. La differenza fra i due gruppi –spiega- consiste nel fatto seguente: per riuscire davvero nel primo gruppo occorre eseguire la Mitzwah completamente in Nome del Cielo, altrimenti non si riconosce che l’abbiamo compiuta; nel caso degli obblighi verso il prossimo, invece, anche se proprio l’intenzione non era completa la Mitzwah si riconosce già dal risultato concreto: abbiamo aiutato il prossimo, che beneficia della nostra azione. La mattina presto siamo ancora assonnati, anche spiritualmente, pertanto non è facile avere tutta la vigilanza necessaria per uscire d’obbligo beyn adàm la-Maqom. Ecco pertanto che la prima Mitzwah dev’essere beyn adàm la-chaverò, rivolta al bene del prossimo.

Moshe Leib impara tutto questo da un versetto della Parashat Bo. Dopo l’Uscita dall’Egitto H. si rivolge a Moshe e gli dice: Qaddesh li khol bekhor peter kol rechem bi-vnè Israel, “SantificaMi ogni primogenito che inaugura l’utero fra i figli d’Israel” (Shemot 13,2). Il primogenito –spiega- è la prima azione della giornata, perché ogni nuovo giorno rappresenta per noi una rinascita. La prima azione della giornata deve essere “santa”: una Mitzwah. “Utero” si dice in ebraico rechem, connesso con rachamim che significa “misericordia, amore”. Da qui l’idea che la prima azione quotidiana deve essere di amore verso i figli d’Israel, cioè verso il nostro prossimo. Alma, Tu ti trovi oggi all’alba della Tua vita adulta. Hai l’occasione di inaugurare questa nuova giornata della Tua vita con una buona azione verso il prossimo. A questo punto non Ti resta che scegliere quella che più Ti aggrada.

Lo Shabbat è il giorno settimanale che più e meglio dedichiamo a coltivare questo genere di legami: con i nostri famigliari, con i nostri amici, con i nostri Maestri. E’ per fare la differenza fra spirito e materia, fra i legami affettivi e spirituali da un lato e i nodi fisici dall’altro che la Halakhah annovera questi ultimi fra i divieti dello Shabbat.

Fare e disfare nodi (qosher u-mattir) sono due Melakhot proibite di Shabbat. La Torah proibisce i nodi professionali (doppi nodi) durevoli. Il divieto rabbinico è esteso a: a) qualsiasi doppio nodo (qesher ummàn o qesher gamùr), anche se provvisorio: si intende per provvisorio quello destinato a essere sciolto in giornata; b) qualsiasi nodo anche semplice se destinato a rimanere (qesher shel qayyamà). In pratica per essere permesso il nodo deve avere entrambe queste condizioni: essere un nodo semplice o “a farfalla” e essere destinato a sciogliersi in giornata.

I divieti comprendono anche i nodi eseguiti fra le due estremità dello stesso laccio, corda o cinghia.

Qualsiasi nodo che non può essere fatto, non può neppure essere disfatto.

Non è permesso legare fra loro le due maniglie di una borsa di plastica se questa non è destinata a essere riaperta in giornata: p.es. il sacco del pattume. Non è permesso slegare un nodo del genere: p. es. per aprire un sacco di caramelle. Per accedere al contenuto si romperà la confezione.

Come è proibito fare un nodo ex-novo, è proibito anche rinforzarne uno già esistente. Pertanto se di Shabbat mattina quando si indossa il Tallit prima della Tefillah ci si avvede che i nodi degli Tzitziyyot si sono allentati non si possono stringere.

E’ lecito annodare la cravatta, perché si tratta di un nodo “a farfalla” destinato a essere sciolto in giornata.

E’ lecito allacciare le scarpe con un nodo “a farfalla”, perché è destinato a essere sciolto in giornata, ma non mediante un doppio nodo. Se la farfalla si è nel frattempo accidentalmente complicata in un doppio nodo, può all’occorrenza essere sciolta comunque per evitare il disagio (tza’ar).

Si usa permettere li-khvod ha-Torah di legare con una farfalla la fascia del Sefer Torah anche dopo la lettura della Parashah di Minchah, sebbene non sia ormai destinata a essere sciolta in giornata.

Unire fra loro due lembi dell’abito mediante un ago o una spilla, perché si è lacerato o semplicemente per bellezza, è permesso a condizione che lo infilzi non più di due volte, perché tre sarebbe considerato atto professionale. Se però sa già che lo scioglierà in giornata, è permesso secondo alcuni anche infilzarlo tre volte.

Alma, hai un nome speciale perché ha un significato beneaugurante sia in latino che in ebraico. In latino significa “colei che dà da mangiare, nutrice”. In ebraico è connesso con ‘olam che allude sia al “mondo” che all’”eternità”. Da ogni parte del mondo i Tuoi cari sono giunti a festeggiarTi, con l’augurio che la Tua felicità di questo giorno duri per l’eternità.

Umiltà e dignità

Nella Parashat Waerà c’è un passo la cui presenza attende di essere spiegata. Subito dopo la prima chiamata, in cui H. risponde ai dubbi di Moshe in merito alla sua missione in Egitto e gli rinnova l’incarico di andare dal Faraone insieme a suo fratello Aharon a perorare la causa degli Ebrei, ci saremmo aspettati un immediato prosieguo della action e invece si inserisce un brano genealogico, in cui viene rispiegata la parentela delle prime tre tribù: Reuven, Shim’on e Levì fino a quel momento. Rashì fornisce due spiegazioni per questa parentesi. Avendo introdotto le due figure di Moshe e Aharon della tribù di Levì -dice la prima spiegazione-, ne comincia a descrivere il lignaggio fin dall’inizio. La seconda spiegazione è più midrashica ed è tratta dalla Psiqta’ Rabbati. Dal momento che proprio queste tre tribù erano state criticate da Ya’aqov nel momento della Berakhah in punto di morte, come ricordato nella Parashat Waychì, sente ora la necessità di riprenderne in mano la genealogia a parte, per ribadire quanto anche queste siano importanti.
Penso che sia possibile un approfondimento. E’ senz’altro vero che tutto è finalizzato a presentare l’estrazione dei due grandi leader del popolo ebraico: Moshe e Aharon. Ma ritengo che tutto ruoti intorno a un versetto in particolare. “E ‘Amram prese in moglie per sé sua zia Yokheved, che gli partorì Aharon e Moshe” (Shemot 6,20). Come ricordano il Targum e Rashì, Yokheved era sorella di suo padre Qehat. Ciò crea un problema. Infatti la Halakhah avrebbe proibito a un uomo di sposare la propria zia, sorella di suo padre, mentre resta permesso il matrimonio con la propria nipote, la figlia del fratello. Quello di Moshe non è l’unico caso in cui un grande personaggio risulta derivare da un’unione illegittima. Si pensi al re David, la cui bisnonna era Rut la moabita. I moabiti, figli a loro volta di un incesto, non avevano il permesso di sposarsi con ebrei. E il divieto avrebbe a sua volta costituito un problema se la Halakhah non lo avesse limitato agli uomini permettendo invece le donne. L’insegnamento che parrebbe derivarne è la spinta all’umiltà da parte di chi detiene il potere. I nobili tendono infatti a spadroneggiare millantando il loro “sangue blu”. Niente di più efficace che sostenere un’origine umile, o addirittura trasgressiva, per scongiurare tutto ciò. I potenti -si vorrebbe dire- hanno difetti come tutti gli altri esseri umani! Il messaggio è ben spiegato da R. Shimshon R. Hirsch riguardo al nostro brano. Nel momento dell’investitura di Moshe si vuole ribadire che il leader del popolo ebraico è un essere umano come gli altri, con pregi e difetti. A scanso di equivoci a contatto di una società come quella egiziana (ma non solo), che tendeva a divinizzare i propri capi.
Nel nostro caso si va oltre. Le generazioni si indeboliscono spiritualmente man mano che si allontanano dalla Creazione del mondo. A questo allude un Maestro del Talmud allorché dice: “Se gli antichi erano degli angeli, noi siamo esseri umani. E se gli antichi erano esseri umani, noi siamo… un po’ come asini!” (Shabbat 112b). Quando il Primo Uomo peccò, si insegna, trascinò con sé nel baratro tutte le anime che sarebbero venute al mondo successivamente. Quella che ha avuto in virtù di nascere prima (gadol) ha avuto un tempo di permanenza inferiore nel baratro e dunque è più pura e forte spiritualmente. Ne consegue che il figlio (qatan) sia più debole del padre e così il nipote rispetto agli zii. Il matrimonio è incontro fra uomo e donna. L’elemento maschile è “datore”: è chiamato ad avere un influsso (mashpia’) su quello femminile che è denominato “ricevente” (meqabbel). La logica vorrebbe che il mashpia’ non appartenga a una generazione successiva a quella del meqabbel, perché è il gadol che deve essere mashpia’ sul qatan e non viceversa. Per questo motivo si proibisce a un uomo di sposare sua zia, che appartiene alla generazione a lui precedente, mentre non gli si impedisce di sposare sua nipote, che appartiene alla generazione a lui successiva. Ciò rientra nella natura di tutte le cose, fuorché lo studio della Torah. Lo studio della Torah prescinde da considerazioni di questo tipo. Non ci sono qui determinazioni generazionali a priori. E’ ben possibile che un qatan insegni al gadol, perché il vero Chakham è colui che apprende da ogni uomo, come dice il versetto: “Ho tratto sapienza da tutti i miei insegnanti” (Avot 4,1). Per insegnare questo principio era necessario che Moshe, il Maestro di Torah di tutto il popolo ebraico, desse l’esempio una volta per tutte. E così fu. Proprio Moshe Rabbenu nacque dall’unione di un uomo con sua zia. Invertendo i ruoli. Perché ruoli predeterminati nella Torah non esistono. Conta essenzialmente il merito e l’impegno personali nello studio.
Pochi versi dopo un altro versetto sembra riecheggiare quello che abbiamo appena appreso, ma in modo diverso.”E Aharon prese in moglie Elisheva’ figlia di ‘Amminadav, sorella di Nachshon” (v. 23). E’ la generazione successiva. Rashì commenta che il riferimento esplicito a Nachshon, il capo-tribù di Yehudah viene a insegnarci quanto sia importante, nel momento in cui si sceglie moglie, verificare la personalità dei fratelli di lei. Forse la Torah ci vuole insegnare che in un leader l’umiltà è importante, ma bisogna saperla coniugare con la dignità. Particolarmente se la famiglia cui dà luogo è quella del Kohen Gadol. Aharon scelse di imparentarsi con la tribù regale, Yehudah. Egli sapeva che chi è chiamato a esercitare un ruolo così importante non può rinunciare al proprio prestigio. Altrimenti sacrifica inutilmente se stesso e anche gli altri. Nella misura in cui il prestigio personale non è messo al servizio dei propri interessi, ma a quello della collettività. Perché il prestigio, se ben indirizzato, è un “motore di ricerca” straordinario!