Sono numerosi gli spunti emersi pochi giorni fa durante la presentazione, al Centro sociale della Comunità ebraica di Torino, del volume di rav Jonathan Sacks “Non nel nome di Dio. Confrontarsi con la violenza religiosa”, pubblicato da Giuntina. Tra questi spiccano le idee di identificazione monolitica e, per converso, di identità multiple, a proposito delle quali Elisabetta Triola ha sottolineato la vicinanza dell’impostazione di rav Sacks con quella delineata da Amartya Sen in “Identità e violenza” (Laterza).

Secondo quest’ultimo va riconosciuta la pluralità delle identità di ciascun individuo, perché ognuno di noi appartiene contemporaneamente a molti gruppi diversi. È inevitabile, d’altronde, che proprio dal concetto di identità si originino i due atteggiamenti alternativi e complementari di inclusione ed esclusione. In altre parole, la forte coesione identitaria in un certo gruppo significa tendenzialmente aumentare la distanza da chi di quel gruppo non fa parte e, allo stesso tempo, l’innalzamento delle barriere che separano da un esterno porta a un rafforzamento dei legami interni. È inoltre evidente che le identità di un medesimo individuo non si escludano a vicenda, e che possano tranquillamente convivere: tanto per fare un esempio, si può essere ebrei, vegani, matematici e tifosi della Juventus.
La violenza identitaria, quella stessa che da anni occupa le prime pagine dei giornali, nasce quando si afferma l’idea di appartenere a una sola collettività. Solo come ebrei, come musulmani, come vegani eccetera. E, ancora più pericolosamente, quando l’idea di appartenenza monolitica viene applicata dall’esterno a un Altro, a cui si attribuisce allora il carattere di nemico non in base alle sue scelte o idee, ma alla rappresentazione identitaria che di lui abbiamo costruito.

Questo approccio, a mio modo di vedere convincente, come è ovvio non è unanimemente condiviso. Mi sembra però imprescindibile partire da qui per cercare di capire tanti fenomeni contemporanei: non solo quelli eclatanti come il terrorismo islamista o il razzismo diffuso negli ambienti di destra più o meno estrema, ma anche tendenze significative che riguardano il mondo ebraico e le nostre comunità.

Giorgio Berruto, Hatikwà

Le chiavi della nostra storia

Nelle settimane che precedono Tish’à beAv si leggono delle haftarot speciali, dei brani fra i più toccanti della letteratura profetica, i primi due tratti dalla prima parte del libro di Geremia e l’ultimo, che è il primo capitolo del libro di Isaia. Durante queste settimane ci rendiamo conto con chiarezza della forza delle loro parole.

Rav Sacks in un suo scritto su Tish’à beAv dedica una riflessione ai caratteri distintivi della profezia: i profeti non detenevano il potere, spesso non erano sacerdoti, e non avevano alcun ruolo ufficiale. Sovente erano impopolari e inascoltati. L’unica eccezione chiara è Giona, che si rivolgeva però a dei non ebrei, i cittadini di Ninive. Eppure il messaggio dei profeti è diventato uno degli elementi maggiormente caratterizzanti del Tanakh. La loro critica sociale ha un profondo valore ancora oggi. Mentre il potere di un re si esaurisce quando muore, l’influenza del profeta inizia con la sua morte.

I profeti non predicevano il futuro. Il mondo antico era popolato da personaggi che predicevano il futuro, ma la Torah vieta questa pratica con veemenza. Non crede in queste pratiche perché crede nella libertà dell’uomo. Il futuro non è scritto, dipende dalle nostre scelte. Una previsione che si realizza è riuscita, ma una profezia che si avvera è un fallimento. Il profeta descrive il futuro che verrà se non percepiamo il pericolo e non ci ravvediamo.

I profeti sono stati i primi a vedere D. nella storia. Vi sono tanti modi di concepire il tempo, quello ciclico, quello lineare, come inesorabile sequenza di causa ed effetto, il tempo come sequenza di eventi; queste concezioni dominano la biologia, la fisica, gli studi storici. I profeti hanno visto nel tempo l’arena dove si svolge il dramma del rapporto fra D. e l’umanità, in modo particolare Israele. Se Israele avesse tenuto fede alla sua alleanza, sarebbe fiorito, mentre se fosse venuto meno all’impegno, avrebbe patito la sofferenza e l’esilio.

I profeti hanno poi intuito che vi è un legame inscindibile fra monoteismo e morale. L’idolatria non è solo falsa, ma anche corruttrice. Secondo questa visione, profondamente distorta, la storia è lo scontro di una serie di poteri, nel quale il più forte vince. L’aspetto determinante per i profeti, rapportandosi ai destini dell’umanità, non è la forza di D., ma la Sua giustizia. L’ultima grande intuizione profetica è quella del primato dell’etica sulla politica. I profeti parlano molto raramente di politica, ma sanno una cosa, che la forza di Israele non dipende da fattori militari o demografici, ma da aspetti morali e spirituali.

Geremia è passato alla storia come profeta di sventura, ma dà anche un messaggio di speranza: il Signore che ha condannato Israele all’esilio lo riporterà a casa. È possibile perdere la fiducia negli esseri umani, ma non in D.

La profezia è terminata all’epoca del secondo tempio, ma il messaggio profetico continua ad essere vero, divenendo pertanto una chiave di lettura fondamentale, che dobbiamo sempre tenere a mente, per interpretare la nostra tormentata storia.

Rav Ariel Di Porto