La grandezza della normalità

La parashah di Yitrò, sebbene contenga la narrazione della più grande rivelazione divina della nostra storia sul monte Sinai, si apre con un preambolo estremamente umano, quando Yitrò, sacerdote di Midian, si reca da Mosheh. Quanto Yitrò vide infatti fu fonte di grande preoccupazione, poiché Mosheh guidava il popolo da solo, e ciò poteva avere delle conseguenze negative per il popolo e per Mosheh stesso. Yitrò pertanto consiglia di delegare l’amministrazione del potere, occupandosi solo dei casi più difficili.

E’ interessante notare che Yitrò definisce il comportamento di Mosheh “lo tov”, espressione che compare solamente in un altro passo della Torah, quello che prelude alla creazione della donna (Bereshit 2,18 “lo tov eiot adam levaddò – non è bene per l’uomo essere solo”). Il messaggio è chiaro: sia l’amministrazione del potere che la nostra stessa esistenza non possono proseguire rimanendo soli. Questo è uno dei principi fondamentali dell’antropologia biblica. Il termine che designa la vita, chayim, è plurale. La vita è essenzialmente condivisa. Concepire la vita religiosa come un fatto personale, solamente intimo, è un pensiero alieno alla visione ebraica.

Il discorso di Yitrò tuttavia presenta una difficoltà, rilevata dal Netziv. E’ assolutamente evidente come la nuova costruzione possa portare giovamento a Mosheh, aveva troppo lavoro da svolgere. Ma quello che è meno comprensibile sono le ultime parole di Yitrò, che dice che in questo modo le persone torneranno in pace. Loro non erano esauste. Il sistema di delega non li avrebbe avvantaggiati, anzi, sarebbero stati ascoltati, ma non da Mosheh in persona. Come sarebbe quindi considerabile un vantaggio? Il Netziv cita un brano del Talmud in massekhet Sanhedrin (6b) sul bitzua’, ciò che sarebbe stato poi chiamato pesharah, il compromesso. Il giudice in questo caso cerca una soluzione basandosi sull’equità piuttosto che sull’applicazione rigorosa della legge. Si tratta di una modalità di risoluzione del conflitto in cui entrambe le parti ottengono qualcosa, diversa dall’amministrazione della giustizia in cui uno vince e l’altro perde.

Il Talmud si chiede se questo sistema sia da adottare o da evitare, e su questo punto emergono posizioni divergenti; R. Eli’ezer, figlio di R. Yosè ha-Galilì ritiene che sia vietato comportarsi in questo modo. Yqqov ha-din et ha-har – che la legge buchi la montagna. Questo era il modo di comportarsi di Mosheh. Aharon invece amava e perseguiva la pace. Un altro Maestro pensava invece, basandosi su un verso del profeta Zekhariah, che fosse corretto comportarsi così, perché giustizia e pace non vanno a braccetto. Dove c’è giustizia non c’è pace, dove c’è pace non c’è giustizia.

Per trovare una forma di giustizia che conviva con la pace abbiamo bisogno del compromesso. La halakhah, come è risaputo, segue questa ultima opinione. Bisogna cercare la mediazione, ma con una importante limitazione, che il giudice non sappia ancora chi ha ragione e chi ha torto. L’incertezza iniziale del giudice è quello che permette l’avviamento della procedura di mediazione. Cercare il compromesso quando al giudice è chiaro chi ha ragione vorrebbe dire sopprimere la giustizia. Tornando alla nostra storia il Netziv ritiene che Mosheh preferisca la rigida giustizia alla pace. Non cercava compromessi. Inoltre, essendo un profeta, sapeva all’istante chi aveva veramente ragione. Per questo non aveva la possibilità di mediare. Il sistema di delega avrebbe portato nell’amministrazione della giustizia persone comuni, che proprio perché persone comuni avrebbero proposto soluzioni eque soddisfacenti per le parti in causa. Entrambi guadagnano ed entrambi credono che il risultato ottenuto sia giusto. Questa è l’unica giustizia che porta pace, e in questo senso la società ne trae giovamento. Mosheh è Yish ha-Eloqim, ma c’è qualcosa che non può fare e che altri, neanche lontanamente paragonabili a lui, potevano fare. Potevano portare ad una risoluzione non violenta dei conflitti. Non conoscendo intuitivamente la verità dovevano essere pazienti, ascoltare le parti, ed arrivare ad una soluzione che soddisfacesse tutti. Un mediatore ha caratteristiche differenti da un giudice, un profeta, o un salvatore, ma a volte la sua presenza si rivela assolutamente necessaria. Questo non significa sminuire la figura di Mosheh. Vuol dire piuttosto che nessuna figura ha da sola tutte le virtù necessarie per sostenere un popolo. Un sacerdote non è un profeta, un capo militare non può essere al contempo un uomo di pace. Non possiamo vivere da soli.

L’ebraismo non è una questione individuale. E’ una fede sociale, basata su reti di relazioni, familiari, comunitarie, nazionali. Ognuno di noi, grande o piccolo che sia, può ritagliarsi il suo spazio. Ognuno di noi ha qualcosa da dare alla collettività.

Il fumo e l’arrosto

Generalmente, potendo scegliere preferiamo senz’altro l’arrosto al fumo, ma la Torah ci insegna che non deve essere sempre così. Descrivendo il Monte Sinai al momento del dono dei Dieci Comandamenti, per esempio, la Torah insiste molto sul fatto che il monte “era tutto fumante”. Lo stesso versetto precisa persino che il fumo che saliva da esso era “come il fumo della fornace”. Qual è il senso di ciò? Anche in alcuni sacrifici lo scopo era il fumo e non l’arrosto. Mi riferisco alle ‘olot, gli olocausti, in cui la carne veniva interamente bruciata sull’altare e in parte anche i sacrifici espiatori, in cui la carne era destinata sì a essere mangiata, ma dai Kohanim e non dai proprietari. Nei sacrifici espiatori noi bruciamo l’animale al posto di noi stessi. La carne bruciata assume un colore rosso e simboleggia la trasgressione. Rosso è anche il colore del fuoco che brucia la carne: rappresenta il din, la giustizia divina. Il terzo protagonista del sacrificio è proprio lui: il fumo. Di che colore è il fumo? Il Midrash racconta che i trasgressori, allorché veniva offerto il loro sacrificio espiatorio, attendevano di vedere il colore del fumo che si alzava dall’altare: se la fumata era nera, significava che il loro sacrificio non era stato accolto e l’espiazione non poteva dirsi completata; se invece la fumata era bianca, tutto era andato a buon fine. Se il rosso è il colore della violenza, il bianco è il colore della purezza ritrovata. Come dice Yesha’yahu: “se i vostri peccati saranno come la porpora, sbiancheranno come la neve…” (cap. 1).

Lo stesso è accaduto al Monte Sinai. Il Monte fumava -dice il versetto- perché sotto c’era il fuoco. E sotto il fuoco c’era la carne. Quale carne e quale fuoco? La carne è quella di tutti i Figli d’Israel. Il fuoco simboleggia l’ardore con cui i nostri Padri -e le nostre anime con loro- hanno risposto na’asseh we-nishmà’, “faremo e ascolteremo”. Quel fuoco sprigiona il fumo. Il fumo che sale da una catasta di legna ancora fresca e umida è tendenzialmente nero. Il fumo che invece sale da una fornace che è rovente da giorni è appunto un fumo bianco! Per questo la Torah insiste nel dire che il fumo del Monte Sinai era fumo di fornace. Esso simboleggiava la purezza dei Figli d’Israel allorché accettarono la Torah alle falde del Monte Sinai.

Lo stesso accade ancora oggi ogni giorno con la Tefillah che sostituisce i sacrifici. Quando noi preghiamo con tutto il nostro fuoco interiore generiamo fumo dalla nostra bocca. Quanto più ardore abbiamo dentro, tanto maggiore sarà il fumo che esce. Esso è il nostro alito. Bianco di purezza. E qui viene una piccola sorpresa. Questo alito bianco di purezza non è fine a se stesso. Ogni espressione di Tefillah che esce dalla nostra bocca genera in realtà un Mal’akh, un Angelo che porta la nostra Tefillah in Cielo e ci garantisce la Sua protezione…

La valigia del nonsenso

Uno dei momenti maggiormente emozionanti all’interno di un matrimonio ebraico è senza dubbio quella rottura del bicchiere che chiude la cerimonia. Attraverso questo gesto lo sposo, proprio nel momento in cui forma una nuova famiglia ebraica, mostra la propria partecipazione ad un’esperienza collettiva, la storia millenaria di Israele, affermando, nel momento della massima gioia, che il gaudio personale non può dirsi completo se Gerusalemme è desolata e il Santuario, vero e proprio fulcro dell’esperienza spirituale ebraica, è distrutto. Questo gesto fa parte di una serie di disposizioni, ben più limitate di quanto alcuni avrebbero voluto, per ricordare la tragedia nazionale. L’idea che si manifesta è che la nostra gioia non può essere completa se questa antica frattura non è sanata.

Se è così dobbiamo dire che anche il contrario, provvidenzialmente, è vero. Non è di certo consentito lasciarsi andare alla più buia e cieca disperazione. Si deve reagire anche se non sembra esserci via di scampo. Uno degli strumenti più spiazzanti, frutto di meccanismi psicologici ben precisi, è quello dell’uso dell’umorismo e dell’ironia. In questo ambito il popolo ebraico nei millenni, suo malgrado, ha fornito un apporto molto importante del quale, in modo particolare nell’ultimo secolo, si è parlato e scritto molto.

Al tema dell’umorismo ebraico è stata dedicata, nel 2012, una Giornata Europea della Cultura Ebraica, un appuntamento ormai fisso che consente di concentrarsi su un aspetto in particolare dell’esperienza ebraica: in quell’occasione sono usciti varie riflessioni e contributi sull’argomento. La mostra che oggi si inaugura affronta un tema spinoso, i motivi sono evidenti. La Shoah è stata, è tuttora e forse ancora di più oggi, un tema tremendamente serio.

Ricorderete tutti le polemiche che hanno accompagnato l’uscita del film di Benigni, “La vita è bella”, e quello di Mihalehainu, “Train de Vie”, sino al documentario, uscito un paio di anni fa, “The last Laugh” di Ferne Pearlstein (L’ultima risata) che cerca di fornire delle risposte alla domanda se la Shoah può essere materia di umorismo postumo. In generale quello che possiamo rilevare, anche non comprendendolo forse del tutto, è che i sopravvissuti hanno sviluppato un senso dell’umorismo molto particolare, che emerge in maniera abbastanza puntuale nelle testimonianze di coloro che hanno messo per scritto le proprie esperienze, primo fra tutti Primo Levi. Ma nel nostro caso è differente perché partiamo da una amara constatazione: che negli anni terribili della Shoah gli ebrei, sottoposti a prove spaventose, hanno trovato la forza, o individuato la necessità, di ridere di se stessi e dei propri aguzzini. Nulla di più facile, perché l’ebraismo mittle-europeo ed orientale era rinomato e, tutto sommato per riprendere una battuta di quel periodo, nei campi non c’era almeno il rischio di essere portato in un campo di concentramento se si scherzava sul potere. Una magra consolazione, diremo, ma anche l’estrema riprova di un atteggiamento antico, millenario, che trova la sua radice già nella Bibbia e nella tradizione rabbinica, – basti pensare che il patriarca che ha avuto la vicenda personale più drammatica, Isacco, si chiama “Riderà”, atteggiamento che gli ebrei si sono trovati costretti a coltivare e forse a incoraggiare di fronte ai misteriosi rovesci della storia. Nella disperazione più profonda ridere serve, anche se noi sembra che non ci sia proprio niente da ridere.

Energia rinnovabile

La prima traduzione della Torah in un’altra lingua fu la Septuaginta, realizzata intorno al II sec. A.e.v. in Egitto sotto il regno di Tolomeo II. Il Talmud nel trattato di Meghillah (9a) afferma che i sapienti che contribuirono al progetto cambiarono deliberatamente la resa di alcuni testi, perché erano convinti che una traduzione letterale sarebbe stata semplicemente incomprensibile per il lettore greco. Una di queste modifiche riguarda la frase che tutti conosciamo perché fa parte del qiddush “wayikhal Eloqim bayom hashevi’ì melakhtò asher ‘asah – Iddio avendo nel giorno settimo terminata l’opera ch’Egli fece”. I sapienti mutarono questa espressione e scrissero che H. terminò l’opera il sesto giorno. Cosa era difficile capire? Forse è più comprensibile che il mondo sia stato creato da H. in sei giorni piuttosto che in sette? Sembra sconcertante, ma è così. I greci non intendevano lo Shabbat come parte integrante della creazione. Cosa c’è di creativo nel riposo? Cosa realizziamo se non facciamo, se non lavoriamo, se non inventiamo? Questa idea sembra un non-sense. Le testimonianze degli autori greci ci fanno sapere che lo Shabbat suscitava la loro ilarità. Gli ebrei non lavorano un giorno alla settimana perché sono pigri. L’idea che quel giorno potesse avere un proprio valore indipendente non li sfiorava. Stranamente e repentinamente, in quegli stessi anni, l’impero di Alessandro Magno andava sgretolandosi, così come Atene che aveva dato i natali ai più grandi pensatori e scrittori della storia. Le società, così come i singoli individui, possono andare in sovraccarico. Questo succede quando non si ha un giorno di riposo. Come diceva Achad ha-‘am; più di quanto il popolo ebraico abbia mantenuto lo Shabbat, lo Shabbat ha mantenuto il popolo ebraico. Il riposo settimanale mette al riparo dai cortocircuiti. Lo Shabbat, che incontriamo nella parashah di Beshallach, è una delle più grandi istituzioni che il mondo abbia conosciuto. Ha cambiato il modo in cui il mondo ha pensato il tempo. Prima dell’ebraismo il tempo veniva misurato per mezzo del sole con il calendario solare di 365 giorni, basato sulle stagioni, o per mezzo della luna, basato sul mese, dalla durata di circa trenta giorni. La settimana non ha alcun fondamento nella natura, ma, nata dalla Torah, e diffusa per mezzo del cristianesimo e dell’Islam che l’hanno adottata, ora è adottata in tutto il mondo. Se l’anno dipende dal sole e il mese dalla luna, la settimana dipende dagli ebrei. La potenza dello Shabbat deriva dalla sua capacità di rendere liberi i singoli individui e la società nel suo insieme. Liberi dalle pressioni del lavoro, liberi dalle richieste dei datori di lavoro, liberi da una società consumistica, liberi di stare in compagnia di coloro che amiamo. A dispetto degli enormi cambiamenti che hanno caratterizzato gli stili di vita nei secoli, lo Shabbat ha saputo sempre reinventarsi. Per Mosheh era la liberazione dalla schiavitù del Faraone, nella società industriale da turni sfiancanti nelle fabbriche, oggi da notifiche e richieste di disponibilità H24. Lo Shabbat segna una rivoluzione culturale, ma anche concettuale, perché è un’utopia che trova la sua realizzazione. Viviamo in un mondo senza gerarchie, senza capi e impiegati, venditori e acquirenti, senza disuguaglianze di ricchezza e potere, senza il traffico, il frastuono della fabbrica e il clamore del mercato. Una pausa all’interno di movimenti sinfonici, una pagina bianca fra i capitoli dei nostri giorni, uno spazio equivalente ad una campagna nel pieno centro cittadino. Un’utopia, la fine del tempo piantata in mezzo al tempo. La vera libertà richiede secoli per trovare la propria realizzazione, l’abolizione della schiavitù, anche in società decisamente avanzate, è una conquista tutto sommato recente. Ma, una volta che lo Shabbat aveva messo in moto un certo processo, era inevitabile. Lo schiavo che ha conosciuto la libertà prima o poi spezzerà le proprie catene. Lo spirito umano ha la necessità di avere del tempo per respirare. Nella vita ci sono questioni urgenti e questioni importanti. Nella vita di tutti i giorni con la pressione del lavoro ci dedichiamo alle urgenze, ma ciò che dà senso alla nostra vita, ci dà appagamento e felicità sono le cose importanti, la famiglia, gli amici, la preghiera in cui ringraziamo per quanto abbiamo, la lettura e lo studio della Torah. Questo durante lo Shabbat si può ottenere con poco. E’ un’opera d’arte che noi stessi siamo in grado di creare, un’isola serena nella tempesta. I greci non capivano come un giorno di riposo potesse far parte della creazione. Eppure è così. Senza riposo per il corpo, pace per la mente, senza la coltivazione dei nostri legami di identità e di affetto, il processo creativo si ferma e muore. E’ l’entropia che porta i sistemi a perdere energia nel tempo. Il popolo ebraico resta vigoroso e creativo per via dello Shabbat la più forte fonte di energia rinnovabile a nostra disposizione.

Hesped Giorgio Foà z.l.

Fra due mesi sarebbero stati 25 anni. Mi guardavo spaesato intorno, mentre sedevo per la prima volta nell’ufficio al primo piano dell’allora Via Pio V, 12. Era la mattina di lunedì 22 marzo 1993. La porta si spalancò all’improvviso.
Senza essersi annunciato, un uomo avanzò e, come se ci fossimo conosciuti da una vita, mi abbracciò. Ricordo le sue parole: “Signor Rabbino, benvenuto. Ieri sono diventato nonno”. Quale migliore auspicio per il mio nuovo incarico! Da allora l’immediatezza dell’approccio e l’assoluta mancanza di formalità caratterizzarono i nostri rapporti.
Compresi immediatamente che quello stile così personale era in realtà fondato su una profonda serietà di intenti e un legame con gli esseri umani, i valori e le istituzioni così raro al giorno d’oggi.
Non potendo con profondo rammarico presenziare al funerale di Giorgio David ben Gastone Foà a causa dei miei impegni di insegnante a Milano voglio associarmi a coloro che certamente ricorderanno i molteplici aspetti della Sua personalità. Del suo attaccamento a Israele tramite il Keren Kayyemet, del suo costante aiuto ai giovani di Tza’ad Qadimah parleranno altri meglio di me. Ho avuto a mia volta il privilegio di seguirlo in tanti anni e mi soffermerò brevemente su tre ricordi che di lui serbo particolarmente cari.
Era un grande frequentatore del Bet ha-Kenesset e credeva fermamente nel valore della Tefillah. Arrivava puntualissimo, sovente nel buio delle mattine d’inverno scorgevo la sua fisionomia mentre attraversava Corso Vittorio, diretto alla Sinagoga, svicolando fra una vettura e l’altra. Una sola volta arrivò con una decina di minuti di ritardo alla funzione delle sette del mattino. Era il primo giorno di Chol ha-Mo’ed di Sukkot, settembre 2001. Era appena occorsa l’alluvione del Po che aveva paralizzato la città: tutti ricorderanno l’estremità superiore ricurva dei lampioni lungo i Murazzi emergere dall’acqua. Giorgio, che allora abitava ancora a Pino, si giustificò dicendo che aveva dovuto fare un lungo detour prima di trovare un ponte sul fiume che fosse aperto. Ma alla Tefillah non volle mancare neanche quel giorno.
Uomo di grande Ghemilut Chassadim verso i vivi e verso i morti, per anni si prestò a farmi letteralmente da accompagnatore-autista nel mese di Elul-Settembre quando visitiamo i cimiteri della provincia prima delle Feste Autunnali. Allorché Rosh-ha-Shanah cadeva ai primi di settembre, capitava di dover anticipare alcune cerimonie già all’ultima domenica di agosto, mentre ero ancora in vacanza. Ricordo che più di una volta mi veniva a prendere e mi riportava a Limone, dove trascorrevo le ferie estive. Erano, quelli, appuntamenti annuali che attendevo perché sapevo di trascorrere giornate in allegra compagnia, a controbilanciare in un certo senso l’austero compito che ci attendeva.
Ma soprattutto ho distinto il ricordo di quando scivolai e mi ruppi il ginocchio nel maggio dello stesso anno 2001. Fu naturalmente Giorgio a offrirsi di trasportarmi ogni volta con la sua macchina all’ospedale per le visite periodiche e le radiografie di controllo. Non sempre il personale sanitario era solerte nel consegnare i referti. In tal caso era Giorgio, con la sua imprevedibile verve, a battere sul vetro dello sportello, accompagnandosi con la sua voce tonante, con l’effetto di accorciare immancabilmente i tempi d’attesa!
Caro Giorgio, Ti ringrazio di avermi aspettato l’altra sera, Motzaè Shabbat Shirah (“della Cantica”), 12 shevat 5778. Ci mancherà la Tua bonomia e la Tua indomabile gioia di vivere, segno – a mio avviso – dell’alta considerazione in cui anche il Santo Benedetto Ti teneva, ne sono certo. Grazie per tutto quello che ci hai dato, Giorgio, ci mancherai tantissimo: il Tuo ricordo sia di berakhah per ognuno di noi.

Parashah Bo 5778 – Fare domande serve

Non è un caso se uno dei momenti più alti della storia ebraica, l’uscita dall’Egitto, presenta per ben tre volte il tema dei bambini, delle loro domande e dell’obbligo dei genitori di educarli. Per difendere un paese è necessario avere un buon esercito, per difendere una cultura serve istruzione. La libertà va salvaguardata e non va presa per scontata. Le sfide che i nostri padri hanno affrontato assieme agli ideali che li hanno ispirati devono essere trasmessi, altrimenti rischiano seriamente di essere persi per strada. Le domande della parashah di Bò sono diventate famose perché sono entrate a far parte della haggadah di Pesach. Quello che emerge è che i bambini devono porre delle domande, e questo aspetto è confluito anche negli aspetti legali del Seder di Pesach. Non vi è nulla di naturale in tutto ciò, anzi possiamo dire che va contro l’evoluzione della storia e della cultura umane. La maggior parte delle culture vedono come compito del genitore e dell’insegnante istruire i giovani e guidarli, ma ciò che è richiesto ai bambini è principalmente obbedire. Socrate, che passò la sua vita ad insegnare a porre domande, venne condannato dagli ateniesi perché corrompeva i giovani. Nel mondo ebraico non è così: i bambini crescono ponendo delle domande e noi abbiamo l’obbligo di istruirli in questo senso. I personaggi biblici pongono domande che mettono in crisi la fede stessa: “il giudice di tutta la terra non fa giustizia?” chiede Avraham, “Perché hai fatto del male a questo popolo? “chiede Mosheh, “Perché il malvagio prospera?” chiede Yermihau. Il più grande riconoscimento in una yeshivah è quello di aver posto una buona domanda, non aver dato una buona risposta. Al ritorno dalla scuola non dovremmo chiedere ai nostri figli “cosa hai imparato?” ma “hai posto una buona domanda?” L’ebraismo non incoraggia l’obbedienza cieca. Anzi in un sistema dominato dalle 613 mitzwot, non esiste una parola per designare l’obbedienza. Nell’ebraico moderno si è dovuto prendere in prestito un termine aramaico, lezayiet. Il nostro compito non è quello di obbedire, ma di comprendere la volontà divina. Perché è così? Perché crediamo che il più grande dono che l’umanità ha ricevuto sia l’intelligenza. La prima richiesta che formuliamo nella ‘amidah è per la conoscenza, la comprensione e il discernimento. Quando si vede un grande sapiente non ebreo dobbiamo recitare una berakhah speciale. Non solamente si deve riconoscere che esiste sapienza anche presso gli altri popoli, ma si deve ringraziare D. per questo. Quanta distanza dalla gretta mentalità che nei secoli, e anche oggi, ha perseguitato e annientato intere culture! Lo storico Paul Johnson considera l’ebraismo rabbinico una macchina sociale altamente efficace per la produzione di intellettuali. L’ebraismo si è sempre focalizzato sullo studio, ha considerato quest’ultimo superiore alla preghiera, la vocazione più alta della vita religiosa. Molto però dipende da come si studia. In questo momento cruciale della storia ebraica Moseh dice che la trasmissione non deve avvenire in modo autoritario. Si deve incoraggiare a chiedere, analizzare, esplorare. Chi ha fiducia nella propria fede non deve temere delle domande. Chi non ha fiducia, ha segreti e sopprime i dubbi, ha solo paura. Non ogni domanda, certo, ha una risposta che possiamo comprendere subito. Alcune cose le capiremo con il tempo e l’esperienza, altre le capiremo affinando il nostro intelletto, altre ancora forse non le capiremo mai. Chiedendo ai figli di chiedere l’ebraismo ha mostrato di essere la fede che nella storia ha onorato maggiormente il dono dell’intelligenza umana.