Fra gli anniversari “tondi” di quest’anno, oltre all’80° delle leggi razziali italiane vi sarà quello della “Notte dei Cristalli”, ordita come rappresaglia per l’assassinio di un funzionario dell’ambasciata tedesca a Parigi da parte di un ebreo di origine polacca. Mi ha sempre colpito soprattutto l’incredibile capacità di coordinamento dei perpetratori che sono stati capaci di dar fuoco a 191 sinagoghe, demolirne completamente altre 76, distruggere 815 negozi di ebrei, arrestarne non meno di 30.000 in tutta la Germania e terre limitrofe. Il tutto in una sola notte, fra il 9 e il 10 novembre 1938, in un’epoca in cui l’e-mail e what’s app non erano immaginabili.

Il mondo da allora è mutato. Dalle ceneri della Shoah e della II Guerra Mondiale è sorta una nuova umanità che ha sostituito il dialogo alla sopraffazione. L’Onu rappresenta almeno nelle intenzioni un luogo di incontro planetario fra gli stati per il confronto su problemi che in altre epoche avrebbero scaturito sanguinosi conflitti e in questo senso non ha precedenti. Persino le religioni dialogano oggi sui grandi temi di interesse comune, che vanno dall’assistenza sociale all’etica, secondo un nuovo modello di relazioni che ha avuto origine sostanzialmente dopo il Concilio Vaticano II. Anche questo è segno dei tempi mutati, che hanno sostituito gli anatemi e le guerre di religione con il dibattito. Siamo abituati a identificare la modernità come l’epoca delle più grandi scoperte scientifiche e tecnologiche. Ebbene, accanto a queste vi sono a mio avviso anche quelle che potremmo chiamare “scoperte umanistiche”, in quanto hanno impresso alla civiltà dei nostri tempi un progresso e un’accelerazione non meno rilevanti. Il dialogo è a tutti gli effetti la maggiore “scoperta umanistica” degli ultimi decenni. La tavola rotonda senza spigoli dove tutti i partecipanti si guardano in viso rappresenta l’attuazione della moderna convinzione per cui, come affermano ben due versi del libro biblico dei Proverbi (11,14; 24,6), “la salvezza può venire solo da più consiglieri”.

Già il Talmud accenna a tutto questo in un Midrash che affronta il tema della relazione di Israele con gli altri popoli (Berakhot 3a). Per noi ebrei non si tratta di semplice letteratura. Per noi si tratta di un testo carismatico, dotato di forza ispiratrice anche sotto il profilo religioso. “Rabbì Eli’ezer insegnava: La notte si divide in tre veglie e a ogni veglia il Signore siede e ruggisce come un leone. Il segnale d’inizio di ogni veglia è il seguente. Alla prima veglia un asino raglia. Alla seconda veglia un cane abbaia. Alla terza veglia, quando ormai si approssima l’alba, un bimbo succhia il latte da sua madre e una moglie conversa con suo marito”. Questo Midrash si presta a un’interpretazione simbolica che ci è stata fornita da Rabbi Loew di Praga, il famoso Maharal (1525-1609) nel sermone che tenne il giorno di Shavu’ot del 1592 nella Sinagoga di Posen, tre mesi dopo il suo incontro con l’Imperatore Rodolfo d’Asburgo (Netzach Israel, cap. 18).

La notte, spiega il Maharal, rappresenta l’esilio e la persecuzione, nella quale Israele dispera. Così come la notte è divisa in tre parti, altrettanto nel corso dell’esilio si possono identificare tre fasi successive. La prima fase è segnata dall’asino che raglia. E’ l’epoca in cui gli ebrei sono trattati come animali da soma: sono soggetti a tasse discriminatorie, pene e lavori forzati. I nostri persecutori ci confinano nei ghetti. La seconda fase è simboleggiata dal cane che abbaia. E’ la fase in cui l’antisemitismo si fa violento: i nostri aguzzini puntano a sterminarci. E’ la fase dei pogrom, delle accuse di omicidio rituale, degli auto da fè, del genocidio e dell’olocausto.

La terza fase è la più interessante di tutte. Ci sono almeno due modi per interpretare il simbolo della moglie che conversa con il marito. Non c’è dubbio che i coniugi vogliono rappresentare il dialogo. Il Maharal di Praga vuole significare che ad una fase di estrema violenza segue un’epoca nuova, completamente diversa. Alla ferocia brutale del Medioevo succede l’Umanesimo, una fase in cui la relazione fra Israele e gli altri popoli prende la forma del dialogo. Il simbolismo coniugale con le sue implicazioni emotive e il suo potenziale di avventura simboleggiano l’alba dei popoli, che chiama il popolo ebraico a compiti nuovi, a un confronto di tipo nuovo. “Il dialogo è iniziato fra Israele e il mondo e l’udienza (del Maharal con l’Imperatore) ne offre il primo segno tangibile. Ormai, ancora nelle brume del mattino che si disperderanno con l’avanzare del giorno, il Maharal sente che il popolo ebraico non sarà più né schiavo, né vittima del mondo, ma suo interlocutore” (André Neher, “Faust e il Golem”, Sansoni, 1989, p. 67).

Peccato che solo cinquant’anni più tardi, nel 1648 le orde brutali di Chmielnicki avrebbero precipitato gli ebrei della Mitteleuropa in un nuovo Medioevo. Il Midrash allude a un procedimento ciclico, a “corsi e ricorsi storici”? E’ possibile. Penso piuttosto che sia lecito dare della terza fase dell’esilio un’altra interpretazione, assai meno politically correct e molto più inquietante. La terza fase costituirebbe non un lieto fine, non un ribaltamento rispetto alle due fasi precedenti, ma semplicemente una continuazione e forse alluderebbe persino a un ulteriore deterioramento delle nostre condizioni: a una nuova fase di serie minacce, a un nuovo modello di persecuzione basato questa volta non sulla spada, ma sulla lingua. Anche il dialogo, giova ricordarlo, ha i suoi nemici. Vi sono gli oppositori del dialogo, che continuano imperterriti a usare la forza e vi sono i manipolatori del dialogo, bravi a mettere al proprio servizio le tecniche più raffinate della comunicazione giungendo a negare la realtà e plagiando, di fatto, uditori e lettori.   

La società contemporanea si fonda sul multiculturalismo: con il processo di globalizzazione l’ebreo non è più preso di mira nella sua religione. Dopo la II guerra mondiale il popolo ebraico formò un gruppo pienamente inserito nella società. Le tesi antisemite dopo la Shoah restarono svuotate del loro contenuto teorico e l’odio antiebraico assunse una forma latente. Negli anni ‘80, contemporaneamente all’intensificarsi degli incidenti antisemiti, da parte dell’elite culturale in ambito intellettuale si sollevò una forte ondata di tesi negazioniste sulla Shoah. Negli Stati Uniti si diffuse il testo “Did six millions really die?” scritto da Ernst Zuendel, un tedesco emigrato negli USA e poi arrestato nel 2003 in Canada.

A partire dagli anni ’90 le tematiche revisioniste furono adoperate in funzione antisraeliana. E’ del francese Roger Garaudy il volume: “I miti fondatori della politica israeliana” pubblicato nel 1995. Il libro sostiene la tesi per cui la politica israeliana si fonderebbe  su un mito inesistente, quello della Shoah appunto. Garaudy fu condannato nel 1998 per crimini contro l’umanità e diffamazione razziale. La condanna degli ebrei si giustifica ora grazie alla condanna dello stato ebraico. La nuova ideologia viene a colmare il vuoto causato dalla perdita delle molte tradizionali razionalizzazioni: deicidio, incarnazione del capitale, inferiorità razziale. Per delegittimare Israele gli ebrei sono accusati dei crimini da loro stessi subiti: già nel 1975 l’Onu condannò il sionismo come una forma di “discriminazione razziale”. La negazione diviene ora contraddizione: da un lato si nega che la Shoah sia mai avvenuta, dall’altro ci si ostina ad affermare che lo Stato d’Israele si vendica per la Shoah patita. E’ proprio lo strumento moderno della comunicazione a rivelare dell’antisemitismo ciò che è: un fatto contraddittorio e perciò totalmente irrazionale. Ma non meno pericoloso per questo: anzi. L’assenza di basi razionali lo rende oltremodo sfuggente a qualsiasi controbattuta.  

La condanna dello stato ebraico è formulata dai mass media e dagli slogan di propaganda a fronte della presunta libertà d’espressione conquista del nostro secolo. Rendendo un vanto la possibilità di esprimere liberamente le proprie idee e di poter “dar voce” ai “popoli che soffrono” si accusa Israele di non rispettare i diritti umani che il mondo è riuscito a dichiarare come inviolabili; all’apparenza senza toccare i diritti dello stato ebraico, esso è discriminato e rinnegato. La discriminazione e il rifiuto però si riversano sull’ebreo che, come sempre nella storia, è temuto e quindi odiato.

Le grandi rivelazioni sono avvenute sulle montagne. Certo, scalare una montagna costa fatica, ma al culmine del percorso si è ampiamente ripagati. Le vette garantiscono non solo un’aria più pura, ma soprattutto larghezza di panorami, una capacità di volare alto e di includere visioni in un unico sguardo che prima non avevamo. Ciò che prima appariva al centro del mondo, ora si rivela come uno dei tasselli di una realtà molto più multiforme. Il dialogo, per essere valido, deve saper abbracciare gli orizzonti più vasti possibili. Per questo occorre dovunque appoggiare quelle forze politiche che favoriscono i legami tra i popoli aldilà dei confini nazionali. Noi ebrei siamo stati i primi europeisti della Storia! D’altronde la forza di un governo si vede dall’impegno che profonde nel tutelare le minoranze. Esiste un’emergenza antisemitismo virulento in Italia oggi? Per il momento no. Finché ci sono altri capi espiatori per i problemi della società. Qualora dovessimo ravvisare una minaccia del genere in futuro oggi sapremmo dove andare. E non esiteremmo in tal caso a incoraggiare i nostri giovani a lasciare l’Italia.

Voglio concludere con una nota ottimistica. Il Midrash si chiude con un’ulteriore immagine, quella del bimbo che succhia il latte da sua madre. Proprio quando le speranze per il futuro sembrano affievolirsi confidiamo nell’arrivo della redenzione. In termini politici e culturali questo significa partire da un approccio onesto ai problemi. Assai più che la fantomatica purezza di chi non ha mai peccato, direi che il bambino del Midrash simboleggi l’onestà. L’onestà di chi sa di avere delle responsabilità e le ammette senza addossarle agli altri. L’onestà di chi sa affrontare le difficoltà con impegno e serietà. Solo così l’umana civiltà saprà ritrovare i propri ideali, il “latte materno” vitale per la sua sopravvivenza e continuità. Perché l’antisemitismo non è solo un problema di noi ebrei. L’antisemitismo è una cartina al tornasole dei mali profondi di tutta quanta la società. Combattere l’antisemitismo significa, in un senso più ampio, combattere per una società più equa, più umana e più solidale. Volta non solo al profitto materiale, ma anche ai grandi valori di cui l’essere umano è portatore. Sempre che abbia la volontà di farsene portavoce.  

Un esempio lampante di negazionismo riferito alla realtà israeliana è proprio di questi giorni. Del gruppo di ragazzi thailandesi imprigionati in una grotta è stato dato ampio risalto. Nessun organo di stampa europeo ha invece precisato che il contatto con i ragazzi che ora ne permette il salvataggio è stato possibile grazie a una ditta israeliana specializzata in sofisticati sistemi di comunicazione che possono agire in assenza di copertura di rete: la MaxTech che ha una filiale proprio in Thailandia. Il rappresentante locale della ditta, saputo della tragedia, ha avvertito la casa madre in Israele che è intervenuta senza richiedere alcun compenso. Non è la prima volta che Israele dà il suo fattivo contributo in situazioni drammatiche in giro per il mondo. Un know how d’assoluta avanguardia messo interamente al servizio del bene dell’umanità senza confini. A differenza di altre culture che certamente esaltano sia il sapere che l’agire morale, ma li assumono come valori separati e indipendenti, l’Ebraismo è forse il solo a predicare il fatto che sapere e agire morale devono agire insieme: in un certo senso sono un’unica cosa. Parallelamente alla demonizzazione di Israele si colloca il silenzio sotto cui passa tutto ciò che lo stato ebraico fa di buono. Ma noi Ebrei non ci lasciamo intimorire. Continueremo nei soli limiti delle nostre forze ad agire per la salvezza di vite umane e a santificare il Nome di Dio davanti all’umanità a dispetto dei nostri detrattori.   

A pane e acqua

Parliamo questa sera del rapporto fra cibi e bevande. E’ noto che non basta assumere cibo: occorre anche accompagnarlo con l’acqua. L’acqua non nutre (per questo motivo la Halakhah la esclude dagli alimenti con cui è lecito compiere l’Eruv, che devono essere appunto mazòn, nutrimento), ma aiuta la digestione in tutte le sue fasi e ci rifornisce di sali minerali, indispensabili per il nostro sostentamento. La Torah sostiene questa visione. I Chakhamim affermano che shetiyyah bi-khlal akhilah, “la bevuta è halakhicamente parte della mangiata”: ne consegue per esempio che, a differenza di altre religioni che permettono ai digiunanti di bere, da noi il digiuno riguarda sia mangiare che bere. D’altronde un’opinione sostiene che per poter recitare la Birkat ha-Mazon secondo l’obbligo più completo della Torah non basta aver mangiato pane: occorre anche averlo accompagnato con l’acqua.
C’è un versetto della Parashah odierna che richiede qualche precisazione in proposito: “E servirete H. D. vostro ed Egli benedirà il vostro pane e la vostra acqua” (Shemot 23,25). Notiamo come il versetto cominci al plurale e prosegua al singolare. Il servizio Divino di cui parla è la Tefillah e in particolare lo Shemoneh ‘Esreh, che rappresenta il centro delle nostre preghiere quotidiane. Il versetto afferma che la Tefillah è strumento per avere la nostra Parnassah quotidiana. Nei giorni feriali preghiamo tre volte al giorno recitando diciannove Berakhot ogni volta: Shachrit, Minchah e ‘Arvit. 19×3=57. 57 è il valore numerico della parola Dagàn che significa “grano”, con cui si fa il pane. Inoltre 57 è anche il valore numerico della parola zàn, “che nutre”, che troviamo al termine della prima Berakhah della Birkat ha-Mazòn (ha-zàn et ha-kol) che recitiamo proprio dopo aver mangiato pane. Ecco che la prima benedizione del versetto, quella riferita al pane, si realizza mediante la recitazione della ‘Amidah individuale tre volte al giorno. Il nutrimento, la parte cibo, è così coperta.
Ma non basta. Accanto alla preghiera individuale non è meno importante la Tefillah collettiva. Essa consiste, come è noto, nella ripetizione della ‘Amidah di Shachrit e Minchah da parte del Chazan. Per ragioni che ora non spiegheremo, ‘Arvit non viene ripetuta. Per chi partecipa alla Tefillah pubblica, le ‘Amidot giornaliere diventano dunque cinque. 19×5=95 ed è il valore numerico di ha-mayim, “l’acqua”. Ecco il riferimento alla seconda benedizione del versetto. Essa è condizionata alla nostra partecipazione alla Tefillah pubblica. L’acqua sta al pasto come la Tefillah pubblica sta a quella individuale. In teoria la Tefillah individuale potrebbe bastarci, così come uno può decidere di rinunciare a bere durante il pasto. Egli si nutre lo stesso mangiando. In realtà verrebbero a mancargli i sali minerali che l’acqua fornisce e digerirebbe in modo più difficoltoso. Analogamente chi prega privatamente ma si astiene dal partecipare alla Tefillah pubblica perde gran parte della propria esperienza.
I nostri Maestri richiamano l’espressione: be-rov ‘am hadrat melekh. Letteralmente significa: “Se c’è moltitudine di popolo, il Re è onorato”. Ma se leggiamo hadrat in aramaico anziché in ebraico, può essere tradotta: “Se c’è moltitudine di popolo, il Re torna” sulla propria decisione. Solo la Tefillah pubblica ha la forza di far recedere H. da eventuali condanne già pronunciate contro di noi. Quattro sono i motivi per i quali la nostra Tefillah non sempre viene accolta. 1) H. ci può dire: “Ciò che chiedi ti fa male”. In tal caso è difficile che la forma pubblica della preghiera possa esserci di beneficio. 2) La seconda eventualità è che H. ci dica semplicemente: “Provvederò a te più tardi. Ora non è il momento”. Se ci presentiamo con una class action, sappiamo bene che l’Ufficio cui ci rivolgiamo, messo sotto pressione collettiva, potrebbe cambiare idea e accorciare i tempi. 3) La terza evenienza è che H. ci dica: “Non te lo meriti”. Anche in questo caso, se ci presentiamo in gruppo i difetti di uno saranno compensati dai pregi di un altro e la chance che la nostra richiesta sia accolta cresce notevolmente. 4) Infine H. potrebbe dirci, come un buon padre: “Se compero il gelato a te, sarei ingiusto verso tutti i tuoi fratelli che non sono qui e non lo ricevono”. Cosa si fa in questo caso? Si va dal Padre insieme a tutti i nostri fratelli! Che H. ci aiuti a partecipare sempre alla Tefillah nel Bet ha-Kenesset wimallè kol mish’alot libbenu le-tovah.

È permesso mettere un recipiente pieno di acqua o di un altro liquido freddo in vicinanza di una fonte di calore per stiepidirlo. E’ indispensabile però che il liquido si trovi ad una distanza tale da non potere scaldarsi tanto da raggiungere una temperatura di 40-45° (a seconda delle opinioni), anche se ciò si verificherebbe lasciandolo per un tempo superiore a quello effettivo. Infatti i Maestri hanno decretato di non lasciare il recipiente in vicinanza di una fonte di calore che possa portare il liquido alla temperatura proibita, anche se si intende lasciare il recipiente solo per poco tempo, dal momento che ci si potrebbe dimenticare, e trascorrendo ulteriore tempo potrebbe scaldarsi eccessivamente. Per questo è necessario fare molta attenzione, senza fare calcoli affrettati.

Qual è il principale problema di un homeless? Non essere in grado di osservare la Mitzwah della Mezuzah e del Ma’aqeh (il parapetto sul tetto), perché non ha una casa. I nostri Maestri insegnano che i beni materiali ci vengono forniti affinché possiamo osservare le Mitzwòt ad essi legate. Questo deve essere sempre il nostro primo pensiero. Quando acquistiamo una casa nuova dobbiamo anzitutto pensare all’opportunità che ci viene data di collocarvi la Mezuzah. Quando comperiamo un vestito nuovo pensiamo all’occasione di mettervi lo Tzitzit (sempre che abbia quattro angoli). Se prendiamo un nuovo campo pensiamo alle Mattenot ‘Aniyim che la Torah prescrive di dare sul prodotto. Solo in un secondo momento potremo unire al pensiero “sacro” quello del godimento “profano”, come se fosse una Tossefet me-chol ‘al ha-qodesh.
Questo ci consente di comprendere meglio il primo Rashì della Parashat Mishpatim. Se fosse stato scritto Elleh ha-Mishpatim ciò che segue rinnegherebbe ciò che precede, ovvero i Dieci Comandamenti. Ma dal momento che la Parashah comincia con We-elleh ha-Mishpatim, la waw ha-chibbur unisce ciò che segue a ciò che abbiamo letto la scorsa settimana in un unicum ideale: come i Dieci Comandamenti sono stati dati sul Sinai, così gli argomenti di oggi sono stati trattati sul Sinai. Ecco che la nostra Parashah che si occupa di tante piccole questioni materiali che riguardano buoi, asini, custodia di oggetti, ecc. trae la sua ispirazione e si pone sullo stesso piano dei Dieci Comandamenti dati sul Monte Sinai. Rashì continua spiegando che il Bet Din che dirime queste controversie doveva avere sede presso l’Altare, alla cui costruzione erano dedicati gli ultimi versi della Parashah scorsa. Sappiamo in effetti che il Sanhedrin aveva sede nella Lishkat ha-Gazit del Bet ha-Miqdash, ma non esattamente presso l’Altare. L’accostamento non è geografico, ma ideale. Si vuol dire piuttosto che anche il più terreno degli interessi ha una sua natura religiosa e come tale deve essere affrontato.
Nel seguito della Paraashah è scritto: “Non ritardare la consegna delle decime. Dàmmi il primogenito dei tuoi figli” (22,28). Può essere interpretato allegoricamente: Nel raccogliere i prodotti del campo metti il tuo primo pensiero per Me senza indugio. Il primo pensiero (bekhor) di ogni tuo progetto (banim, “figli” come bonim, “costruttori”) deve essere dato a Me, ovvero alle Mitzwòt che comporta. Solo allora “così farai al tuo bue e al tuo gregge” (v. 29), cioè solo allora potrai fare concessioni all’animalità e alla materialità che è in te.
Infine, il Passuq conclude dicendo: “per sette giorni (l’animale neonato) starà con sua madre e nell’ottavo me lo potrai offrire in sacrificio”. Non mi soffermerò sul significato del numero otto, che rappresenta il soprannaturale rispetto al sette, numero della natura (Maharal di Praga). Dirò soltanto che c’è un’altra Mitzwah simile a questa che riguarda non gli animali ma gli uomini: il Berit Milah. C’è però una differenza: mentre per gli animali il sacrificio all’ottavo giorno è una semplice facoltà, la Milah dell’essere umano all’ottavo giorno è un obbligo. Il regno animale non conosce il concetto di obbligo, ma solo quello di desiderio. L’obbligo caratterizza invece gli uomini, dotati della capacità di assumersi responsabilità. E’ quello che l’obbligo della Milah ci insegna. Fin dall’ottavo giorno.

La parashah di Yitrò contiene i dieci comandamenti e dei principi generali, con la parashah di Mishpatim la Torah inizia a sviluppare i particolari.

L’apertura di questa sequela di mitzwot è dedicata allo schiavo ebreo. Lo schiavo manterrà questa condizione per sei anni, e al settimo sarà liberato. Se tuttavia, per amore del padrone, di sua moglie e dei suoi figli, rinuncia alla propria libertà, verrà condotto davanti ai giudici e gli verrà forato l’orecchio. Perché, visto che ci sono 613 mitzwot nella Torah, iniziare da qui un codice di leggi? La risposta è ovvia. Il popolo ebraico è appena uscito dalla schiavitù egiziana. Tutto questo deve avere una ragione, e H. sapeva che sarebbe avvenuto, come aveva predetto ad Avraham nel berit ben ha-betarim nel libro di Bereshit. Era evidentemente necessario che questa fosse la prima esperienza collettiva del popolo ebraico.

D. ha sempre ricercato, sin dagli albori, la libera adorazione degli esseri umani, ma questi hanno abusato della libertà concessa. Adamo ed Eva, Caino, la generazione del diluvio, quella della torre di Babele sono incappati tutti nello stesso errore. Era inevitabile ricominciare, questa volta non con tutta l’umanità, ma con una famiglia. Sarebbero divenuti i pionieri della libertà, ma la libertà è difficile. Ognuno desidera e cerca la propria libertà, ma è disposto a negare la libertà altrui quando questa confligge con la nostra. Ciò è talmente tanto vero che in appena tre generazioni i pronipoti di Abramo sono disposti a vendere il proprio fratello come schiavo. La tragedia non finisce sino a quando Yehudah si dichiarò pronto a rinunciare alla propria libertà per mettere in salvo il fratello Byniamin. E’ necessaria l’esperienza collettiva della schiavitù egiziana, che il popolo ebraico non dovrà dimenticare mai, per forgiare un popolo che non avrebbe più trasformato in schiavi i propri fratelli, un popolo capace di costruire una società libera, la più dura conquista per l’umanità.

Non ci dobbiamo pertanto stupire che le leggi sulla schiavitù abbiano una posizione enfatica. Ci saremmo dovuti anzi meravigliare del contrario. Ma, se D. non vuole la schiavitù, se la considera un affronto alla condizione umana, perché non abolirla immediatamente? Perché ha consentito che la schiavizzazione, anche se limitatamente e con molti paletti, proseguisse? Il Signore, che può operare miracoli inenarrabili nell’ambito naturale, non può cambiare la natura umana? In certi contesti è onnipotente ed in altri è, se è possibile dirlo, impotente? La libertà non è facile. Negli studi sociali è una tematica molto affrontata. Per essere liberi è necessario che non vi sia un surplus di leggi, di modo tale da permettere agli individui di scegliere liberamente, ma le persone non fanno sempre la scelta giusta. Il modello economico tradizionale, secondo cui le persone, se lasciate libere di scegliere, si comporteranno razionalmente, è superato. Gli uomini sono anzi profondamente irrazionali. Gli studiosi ebrei hanno dato importanti contributi per affermare questa idea. Ad esempio siamo influenzati dal desiderio di conformarci, anche quando sappiamo che gli altri stanno sbagliando. Anche in ambito economico spesso si calcolano male gli effetti, e a volte non è possibile riuscire a determinare le nostre motivazioni.

Come fare allora? Come si possono evitare danni salvaguardando la libertà di scelta? E’ possibile influenzare la volontà delle persone anche obliquamente. Per esempio in un bar, se vogliamo che le persone abbiano un’alimentazione sana, si potranno mettere i cibi sani all’altezza degli occhi, ed il cibo spazzatura in luoghi meno accessibili. In questo modo è possibile regolare la cosiddetta architettura di scelta delle persone. Questo è quello che avviene per la schiavitù. D. non la abolisce, ma la circoscrive così tanto da avviare un processo che prevedibilmente, anche se ci vorranno molti secoli, condurrà al suo spontaneo abbandono. Per via delle limitazioni che la Torah impone, la schiavitù diviene una condizione temporanea dell’uomo, che viene vissuta come un’umiliazione, piuttosto che un destino ineluttabile scritto nella natura umana. Perché questa strategia? Perché gli uomini devono decidere liberamente se abolire la schiavitù. Costringere le persone ad essere libere è sbagliato. Il presupposto di Rousseau nel Contratto sociale ha portato in breve tempo al regno del terrore.

D. può modificare la natura, ma sceglie di non cambiare la natura umana. L’ebraismo è fondato sul principio della libertà umana. Per questo D. non abolisce la schiavitù, ma attraverso le indicazioni della Torah modifica la nostra architettura di scelta mostrandoci la strada. Per abolirla coscientemente ci vorrà del tempo, in America è servita una sanguinosa guerra civile, ma è successo.

A volte D. ci dà una indicazione. Il resto spetta a noi.

La grandezza della normalità

La parashah di Yitrò, sebbene contenga la narrazione della più grande rivelazione divina della nostra storia sul monte Sinai, si apre con un preambolo estremamente umano, quando Yitrò, sacerdote di Midian, si reca da Mosheh. Quanto Yitrò vide infatti fu fonte di grande preoccupazione, poiché Mosheh guidava il popolo da solo, e ciò poteva avere delle conseguenze negative per il popolo e per Mosheh stesso. Yitrò pertanto consiglia di delegare l’amministrazione del potere, occupandosi solo dei casi più difficili.

E’ interessante notare che Yitrò definisce il comportamento di Mosheh “lo tov”, espressione che compare solamente in un altro passo della Torah, quello che prelude alla creazione della donna (Bereshit 2,18 “lo tov eiot adam levaddò – non è bene per l’uomo essere solo”). Il messaggio è chiaro: sia l’amministrazione del potere che la nostra stessa esistenza non possono proseguire rimanendo soli. Questo è uno dei principi fondamentali dell’antropologia biblica. Il termine che designa la vita, chayim, è plurale. La vita è essenzialmente condivisa. Concepire la vita religiosa come un fatto personale, solamente intimo, è un pensiero alieno alla visione ebraica.

Il discorso di Yitrò tuttavia presenta una difficoltà, rilevata dal Netziv. E’ assolutamente evidente come la nuova costruzione possa portare giovamento a Mosheh, aveva troppo lavoro da svolgere. Ma quello che è meno comprensibile sono le ultime parole di Yitrò, che dice che in questo modo le persone torneranno in pace. Loro non erano esauste. Il sistema di delega non li avrebbe avvantaggiati, anzi, sarebbero stati ascoltati, ma non da Mosheh in persona. Come sarebbe quindi considerabile un vantaggio? Il Netziv cita un brano del Talmud in massekhet Sanhedrin (6b) sul bitzua’, ciò che sarebbe stato poi chiamato pesharah, il compromesso. Il giudice in questo caso cerca una soluzione basandosi sull’equità piuttosto che sull’applicazione rigorosa della legge. Si tratta di una modalità di risoluzione del conflitto in cui entrambe le parti ottengono qualcosa, diversa dall’amministrazione della giustizia in cui uno vince e l’altro perde.

Il Talmud si chiede se questo sistema sia da adottare o da evitare, e su questo punto emergono posizioni divergenti; R. Eli’ezer, figlio di R. Yosè ha-Galilì ritiene che sia vietato comportarsi in questo modo. Yqqov ha-din et ha-har – che la legge buchi la montagna. Questo era il modo di comportarsi di Mosheh. Aharon invece amava e perseguiva la pace. Un altro Maestro pensava invece, basandosi su un verso del profeta Zekhariah, che fosse corretto comportarsi così, perché giustizia e pace non vanno a braccetto. Dove c’è giustizia non c’è pace, dove c’è pace non c’è giustizia.

Per trovare una forma di giustizia che conviva con la pace abbiamo bisogno del compromesso. La halakhah, come è risaputo, segue questa ultima opinione. Bisogna cercare la mediazione, ma con una importante limitazione, che il giudice non sappia ancora chi ha ragione e chi ha torto. L’incertezza iniziale del giudice è quello che permette l’avviamento della procedura di mediazione. Cercare il compromesso quando al giudice è chiaro chi ha ragione vorrebbe dire sopprimere la giustizia. Tornando alla nostra storia il Netziv ritiene che Mosheh preferisca la rigida giustizia alla pace. Non cercava compromessi. Inoltre, essendo un profeta, sapeva all’istante chi aveva veramente ragione. Per questo non aveva la possibilità di mediare. Il sistema di delega avrebbe portato nell’amministrazione della giustizia persone comuni, che proprio perché persone comuni avrebbero proposto soluzioni eque soddisfacenti per le parti in causa. Entrambi guadagnano ed entrambi credono che il risultato ottenuto sia giusto. Questa è l’unica giustizia che porta pace, e in questo senso la società ne trae giovamento. Mosheh è Yish ha-Eloqim, ma c’è qualcosa che non può fare e che altri, neanche lontanamente paragonabili a lui, potevano fare. Potevano portare ad una risoluzione non violenta dei conflitti. Non conoscendo intuitivamente la verità dovevano essere pazienti, ascoltare le parti, ed arrivare ad una soluzione che soddisfacesse tutti. Un mediatore ha caratteristiche differenti da un giudice, un profeta, o un salvatore, ma a volte la sua presenza si rivela assolutamente necessaria. Questo non significa sminuire la figura di Mosheh. Vuol dire piuttosto che nessuna figura ha da sola tutte le virtù necessarie per sostenere un popolo. Un sacerdote non è un profeta, un capo militare non può essere al contempo un uomo di pace. Non possiamo vivere da soli.

L’ebraismo non è una questione individuale. E’ una fede sociale, basata su reti di relazioni, familiari, comunitarie, nazionali. Ognuno di noi, grande o piccolo che sia, può ritagliarsi il suo spazio. Ognuno di noi ha qualcosa da dare alla collettività.

Il fumo e l’arrosto

Generalmente, potendo scegliere preferiamo senz’altro l’arrosto al fumo, ma la Torah ci insegna che non deve essere sempre così. Descrivendo il Monte Sinai al momento del dono dei Dieci Comandamenti, per esempio, la Torah insiste molto sul fatto che il monte “era tutto fumante”. Lo stesso versetto precisa persino che il fumo che saliva da esso era “come il fumo della fornace”. Qual è il senso di ciò? Anche in alcuni sacrifici lo scopo era il fumo e non l’arrosto. Mi riferisco alle ‘olot, gli olocausti, in cui la carne veniva interamente bruciata sull’altare e in parte anche i sacrifici espiatori, in cui la carne era destinata sì a essere mangiata, ma dai Kohanim e non dai proprietari. Nei sacrifici espiatori noi bruciamo l’animale al posto di noi stessi. La carne bruciata assume un colore rosso e simboleggia la trasgressione. Rosso è anche il colore del fuoco che brucia la carne: rappresenta il din, la giustizia divina. Il terzo protagonista del sacrificio è proprio lui: il fumo. Di che colore è il fumo? Il Midrash racconta che i trasgressori, allorché veniva offerto il loro sacrificio espiatorio, attendevano di vedere il colore del fumo che si alzava dall’altare: se la fumata era nera, significava che il loro sacrificio non era stato accolto e l’espiazione non poteva dirsi completata; se invece la fumata era bianca, tutto era andato a buon fine. Se il rosso è il colore della violenza, il bianco è il colore della purezza ritrovata. Come dice Yesha’yahu: “se i vostri peccati saranno come la porpora, sbiancheranno come la neve…” (cap. 1).

Lo stesso è accaduto al Monte Sinai. Il Monte fumava -dice il versetto- perché sotto c’era il fuoco. E sotto il fuoco c’era la carne. Quale carne e quale fuoco? La carne è quella di tutti i Figli d’Israel. Il fuoco simboleggia l’ardore con cui i nostri Padri -e le nostre anime con loro- hanno risposto na’asseh we-nishmà’, “faremo e ascolteremo”. Quel fuoco sprigiona il fumo. Il fumo che sale da una catasta di legna ancora fresca e umida è tendenzialmente nero. Il fumo che invece sale da una fornace che è rovente da giorni è appunto un fumo bianco! Per questo la Torah insiste nel dire che il fumo del Monte Sinai era fumo di fornace. Esso simboleggiava la purezza dei Figli d’Israel allorché accettarono la Torah alle falde del Monte Sinai.

Lo stesso accade ancora oggi ogni giorno con la Tefillah che sostituisce i sacrifici. Quando noi preghiamo con tutto il nostro fuoco interiore generiamo fumo dalla nostra bocca. Quanto più ardore abbiamo dentro, tanto maggiore sarà il fumo che esce. Esso è il nostro alito. Bianco di purezza. E qui viene una piccola sorpresa. Questo alito bianco di purezza non è fine a se stesso. Ogni espressione di Tefillah che esce dalla nostra bocca genera in realtà un Mal’akh, un Angelo che porta la nostra Tefillah in Cielo e ci garantisce la Sua protezione…

La valigia del nonsenso

Uno dei momenti maggiormente emozionanti all’interno di un matrimonio ebraico è senza dubbio quella rottura del bicchiere che chiude la cerimonia. Attraverso questo gesto lo sposo, proprio nel momento in cui forma una nuova famiglia ebraica, mostra la propria partecipazione ad un’esperienza collettiva, la storia millenaria di Israele, affermando, nel momento della massima gioia, che il gaudio personale non può dirsi completo se Gerusalemme è desolata e il Santuario, vero e proprio fulcro dell’esperienza spirituale ebraica, è distrutto. Questo gesto fa parte di una serie di disposizioni, ben più limitate di quanto alcuni avrebbero voluto, per ricordare la tragedia nazionale. L’idea che si manifesta è che la nostra gioia non può essere completa se questa antica frattura non è sanata.

Se è così dobbiamo dire che anche il contrario, provvidenzialmente, è vero. Non è di certo consentito lasciarsi andare alla più buia e cieca disperazione. Si deve reagire anche se non sembra esserci via di scampo. Uno degli strumenti più spiazzanti, frutto di meccanismi psicologici ben precisi, è quello dell’uso dell’umorismo e dell’ironia. In questo ambito il popolo ebraico nei millenni, suo malgrado, ha fornito un apporto molto importante del quale, in modo particolare nell’ultimo secolo, si è parlato e scritto molto.

Al tema dell’umorismo ebraico è stata dedicata, nel 2012, una Giornata Europea della Cultura Ebraica, un appuntamento ormai fisso che consente di concentrarsi su un aspetto in particolare dell’esperienza ebraica: in quell’occasione sono usciti varie riflessioni e contributi sull’argomento. La mostra che oggi si inaugura affronta un tema spinoso, i motivi sono evidenti. La Shoah è stata, è tuttora e forse ancora di più oggi, un tema tremendamente serio.

Ricorderete tutti le polemiche che hanno accompagnato l’uscita del film di Benigni, “La vita è bella”, e quello di Mihalehainu, “Train de Vie”, sino al documentario, uscito un paio di anni fa, “The last Laugh” di Ferne Pearlstein (L’ultima risata) che cerca di fornire delle risposte alla domanda se la Shoah può essere materia di umorismo postumo. In generale quello che possiamo rilevare, anche non comprendendolo forse del tutto, è che i sopravvissuti hanno sviluppato un senso dell’umorismo molto particolare, che emerge in maniera abbastanza puntuale nelle testimonianze di coloro che hanno messo per scritto le proprie esperienze, primo fra tutti Primo Levi. Ma nel nostro caso è differente perché partiamo da una amara constatazione: che negli anni terribili della Shoah gli ebrei, sottoposti a prove spaventose, hanno trovato la forza, o individuato la necessità, di ridere di se stessi e dei propri aguzzini. Nulla di più facile, perché l’ebraismo mittle-europeo ed orientale era rinomato e, tutto sommato per riprendere una battuta di quel periodo, nei campi non c’era almeno il rischio di essere portato in un campo di concentramento se si scherzava sul potere. Una magra consolazione, diremo, ma anche l’estrema riprova di un atteggiamento antico, millenario, che trova la sua radice già nella Bibbia e nella tradizione rabbinica, – basti pensare che il patriarca che ha avuto la vicenda personale più drammatica, Isacco, si chiama “Riderà”, atteggiamento che gli ebrei si sono trovati costretti a coltivare e forse a incoraggiare di fronte ai misteriosi rovesci della storia. Nella disperazione più profonda ridere serve, anche se noi sembra che non ci sia proprio niente da ridere.

Energia rinnovabile

La prima traduzione della Torah in un’altra lingua fu la Septuaginta, realizzata intorno al II sec. A.e.v. in Egitto sotto il regno di Tolomeo II. Il Talmud nel trattato di Meghillah (9a) afferma che i sapienti che contribuirono al progetto cambiarono deliberatamente la resa di alcuni testi, perché erano convinti che una traduzione letterale sarebbe stata semplicemente incomprensibile per il lettore greco. Una di queste modifiche riguarda la frase che tutti conosciamo perché fa parte del qiddush “wayikhal Eloqim bayom hashevi’ì melakhtò asher ‘asah – Iddio avendo nel giorno settimo terminata l’opera ch’Egli fece”. I sapienti mutarono questa espressione e scrissero che H. terminò l’opera il sesto giorno. Cosa era difficile capire? Forse è più comprensibile che il mondo sia stato creato da H. in sei giorni piuttosto che in sette? Sembra sconcertante, ma è così. I greci non intendevano lo Shabbat come parte integrante della creazione. Cosa c’è di creativo nel riposo? Cosa realizziamo se non facciamo, se non lavoriamo, se non inventiamo? Questa idea sembra un non-sense. Le testimonianze degli autori greci ci fanno sapere che lo Shabbat suscitava la loro ilarità. Gli ebrei non lavorano un giorno alla settimana perché sono pigri. L’idea che quel giorno potesse avere un proprio valore indipendente non li sfiorava. Stranamente e repentinamente, in quegli stessi anni, l’impero di Alessandro Magno andava sgretolandosi, così come Atene che aveva dato i natali ai più grandi pensatori e scrittori della storia. Le società, così come i singoli individui, possono andare in sovraccarico. Questo succede quando non si ha un giorno di riposo. Come diceva Achad ha-‘am; più di quanto il popolo ebraico abbia mantenuto lo Shabbat, lo Shabbat ha mantenuto il popolo ebraico. Il riposo settimanale mette al riparo dai cortocircuiti. Lo Shabbat, che incontriamo nella parashah di Beshallach, è una delle più grandi istituzioni che il mondo abbia conosciuto. Ha cambiato il modo in cui il mondo ha pensato il tempo. Prima dell’ebraismo il tempo veniva misurato per mezzo del sole con il calendario solare di 365 giorni, basato sulle stagioni, o per mezzo della luna, basato sul mese, dalla durata di circa trenta giorni. La settimana non ha alcun fondamento nella natura, ma, nata dalla Torah, e diffusa per mezzo del cristianesimo e dell’Islam che l’hanno adottata, ora è adottata in tutto il mondo. Se l’anno dipende dal sole e il mese dalla luna, la settimana dipende dagli ebrei. La potenza dello Shabbat deriva dalla sua capacità di rendere liberi i singoli individui e la società nel suo insieme. Liberi dalle pressioni del lavoro, liberi dalle richieste dei datori di lavoro, liberi da una società consumistica, liberi di stare in compagnia di coloro che amiamo. A dispetto degli enormi cambiamenti che hanno caratterizzato gli stili di vita nei secoli, lo Shabbat ha saputo sempre reinventarsi. Per Mosheh era la liberazione dalla schiavitù del Faraone, nella società industriale da turni sfiancanti nelle fabbriche, oggi da notifiche e richieste di disponibilità H24. Lo Shabbat segna una rivoluzione culturale, ma anche concettuale, perché è un’utopia che trova la sua realizzazione. Viviamo in un mondo senza gerarchie, senza capi e impiegati, venditori e acquirenti, senza disuguaglianze di ricchezza e potere, senza il traffico, il frastuono della fabbrica e il clamore del mercato. Una pausa all’interno di movimenti sinfonici, una pagina bianca fra i capitoli dei nostri giorni, uno spazio equivalente ad una campagna nel pieno centro cittadino. Un’utopia, la fine del tempo piantata in mezzo al tempo. La vera libertà richiede secoli per trovare la propria realizzazione, l’abolizione della schiavitù, anche in società decisamente avanzate, è una conquista tutto sommato recente. Ma, una volta che lo Shabbat aveva messo in moto un certo processo, era inevitabile. Lo schiavo che ha conosciuto la libertà prima o poi spezzerà le proprie catene. Lo spirito umano ha la necessità di avere del tempo per respirare. Nella vita ci sono questioni urgenti e questioni importanti. Nella vita di tutti i giorni con la pressione del lavoro ci dedichiamo alle urgenze, ma ciò che dà senso alla nostra vita, ci dà appagamento e felicità sono le cose importanti, la famiglia, gli amici, la preghiera in cui ringraziamo per quanto abbiamo, la lettura e lo studio della Torah. Questo durante lo Shabbat si può ottenere con poco. E’ un’opera d’arte che noi stessi siamo in grado di creare, un’isola serena nella tempesta. I greci non capivano come un giorno di riposo potesse far parte della creazione. Eppure è così. Senza riposo per il corpo, pace per la mente, senza la coltivazione dei nostri legami di identità e di affetto, il processo creativo si ferma e muore. E’ l’entropia che porta i sistemi a perdere energia nel tempo. Il popolo ebraico resta vigoroso e creativo per via dello Shabbat la più forte fonte di energia rinnovabile a nostra disposizione.

Hesped Giorgio Foà z.l.

Fra due mesi sarebbero stati 25 anni. Mi guardavo spaesato intorno, mentre sedevo per la prima volta nell’ufficio al primo piano dell’allora Via Pio V, 12. Era la mattina di lunedì 22 marzo 1993. La porta si spalancò all’improvviso.
Senza essersi annunciato, un uomo avanzò e, come se ci fossimo conosciuti da una vita, mi abbracciò. Ricordo le sue parole: “Signor Rabbino, benvenuto. Ieri sono diventato nonno”. Quale migliore auspicio per il mio nuovo incarico! Da allora l’immediatezza dell’approccio e l’assoluta mancanza di formalità caratterizzarono i nostri rapporti.
Compresi immediatamente che quello stile così personale era in realtà fondato su una profonda serietà di intenti e un legame con gli esseri umani, i valori e le istituzioni così raro al giorno d’oggi.
Non potendo con profondo rammarico presenziare al funerale di Giorgio David ben Gastone Foà a causa dei miei impegni di insegnante a Milano voglio associarmi a coloro che certamente ricorderanno i molteplici aspetti della Sua personalità. Del suo attaccamento a Israele tramite il Keren Kayyemet, del suo costante aiuto ai giovani di Tza’ad Qadimah parleranno altri meglio di me. Ho avuto a mia volta il privilegio di seguirlo in tanti anni e mi soffermerò brevemente su tre ricordi che di lui serbo particolarmente cari.
Era un grande frequentatore del Bet ha-Kenesset e credeva fermamente nel valore della Tefillah. Arrivava puntualissimo, sovente nel buio delle mattine d’inverno scorgevo la sua fisionomia mentre attraversava Corso Vittorio, diretto alla Sinagoga, svicolando fra una vettura e l’altra. Una sola volta arrivò con una decina di minuti di ritardo alla funzione delle sette del mattino. Era il primo giorno di Chol ha-Mo’ed di Sukkot, settembre 2001. Era appena occorsa l’alluvione del Po che aveva paralizzato la città: tutti ricorderanno l’estremità superiore ricurva dei lampioni lungo i Murazzi emergere dall’acqua. Giorgio, che allora abitava ancora a Pino, si giustificò dicendo che aveva dovuto fare un lungo detour prima di trovare un ponte sul fiume che fosse aperto. Ma alla Tefillah non volle mancare neanche quel giorno.
Uomo di grande Ghemilut Chassadim verso i vivi e verso i morti, per anni si prestò a farmi letteralmente da accompagnatore-autista nel mese di Elul-Settembre quando visitiamo i cimiteri della provincia prima delle Feste Autunnali. Allorché Rosh-ha-Shanah cadeva ai primi di settembre, capitava di dover anticipare alcune cerimonie già all’ultima domenica di agosto, mentre ero ancora in vacanza. Ricordo che più di una volta mi veniva a prendere e mi riportava a Limone, dove trascorrevo le ferie estive. Erano, quelli, appuntamenti annuali che attendevo perché sapevo di trascorrere giornate in allegra compagnia, a controbilanciare in un certo senso l’austero compito che ci attendeva.
Ma soprattutto ho distinto il ricordo di quando scivolai e mi ruppi il ginocchio nel maggio dello stesso anno 2001. Fu naturalmente Giorgio a offrirsi di trasportarmi ogni volta con la sua macchina all’ospedale per le visite periodiche e le radiografie di controllo. Non sempre il personale sanitario era solerte nel consegnare i referti. In tal caso era Giorgio, con la sua imprevedibile verve, a battere sul vetro dello sportello, accompagnandosi con la sua voce tonante, con l’effetto di accorciare immancabilmente i tempi d’attesa!
Caro Giorgio, Ti ringrazio di avermi aspettato l’altra sera, Motzaè Shabbat Shirah (“della Cantica”), 12 shevat 5778. Ci mancherà la Tua bonomia e la Tua indomabile gioia di vivere, segno – a mio avviso – dell’alta considerazione in cui anche il Santo Benedetto Ti teneva, ne sono certo. Grazie per tutto quello che ci hai dato, Giorgio, ci mancherai tantissimo: il Tuo ricordo sia di berakhah per ognuno di noi.