CHANUKKAH 5778 7° candela

Accensione della Chanukkia nella Sinagoga piccola

CHANUKKAH 5778 6° candela

Il 25 di Kislèv cade la festa di Channukkà –inaugurazione– che dura otto giorni.
Si chiama anche Chàg Haneròth –festa dei lumi-, Chàg Haorìm –festa delle luci– e Chàg Hamakkabìm –festa dei Maccabei-.
Era l’anno 165 a. E.V. quando Giuda, figlio del sacerdote Mattatià e soprannominato Maccabeo, dalle iniziali delle parole della frase: “Mi Kamòkha Baelìm Adon-i?” –Chi è pari a Te, o Signore?– entrò nel Tempio di Gerusalemme a capo dei suoi valorosi seguaci. Egli sapeva bene quale fosse il suo  compito: riconsacrare il Santuario al Signore e abbattere gli idoli fatti installare dal re Antioco IV Epifane di Siria, sotto il cui governo era caduta Èretz Israèl. Antioco, infatti, voleva che gli ebrei abolissero completamente l’osservanza della Torà e seguissero la religione e la cultura greca secondo le quali egli stesso era cresciuto. Molti ebrei morirono piuttosto che tradire la loro fede, ne è esempio, tra gli altri, il sacrificio di Anna e dei suoi sette figli. Ma col passare del tempo, gli animi erano giunti all’esasperazione e quando il vecchio Mattatià, appoggiato dai suoi figli, diede il segno della rivolta, molti non indugiarono a seguirlo.
Le forze di Israele, sotto il comando di Giuda, riuscirono finalmente ad affrontare e sopraffare il nemico, entrando a Gerusalemme.
Il Talmùd racconta che quando riconsacrarono il Tempio, trovarono una piccola ampolla di olio puro, col sigillo del Sommo Sacerdote. L’olio poteva bastare per un solo giorno, ma avvenne un grande miracolo: l’olio bruciò per otto giorni, diffondendo una bellissima luce e dando così la possibilità ai Sacerdoti di prepararne dell’altro nuovo. Allora fu proclamato che il 25 Kislèv, giorno in cui si inaugurò di nuovo il Tempio, si festeggiasse l’avvenimento, per tutti i tempi. Ancora oggi si accendono i lumi per otto sere, in ricordo non solo del miracolo dell’olio, ma soprattutto per un altro miracolo: pochi ebrei, con l’aiuto del Signore, riuscirono a sconfiggere l’esercito potente dei siriani.
Accensione della lampada
La prima sera si accende un solo lume a partire dal lato destro della lampada; ogni sera, per otto sere, si aggiunge un lume in più, accendendo da sinistra a destra. I lumi devono rimanere accesi per almeno mezz’ora.
La lampada di Chanukkà è formata da otto lumi che devono essere tutti in fila, più uno, a sé stante, che è chiamato shammàsh –servitore-; questo ci serve non solo per accendere tutti gli altri, ma anche per darci una luce in più di cui possiamo usufruire. Infatti, nell’accendere la lampada, noi recitiamo “Haneròth hallàlu” in cui si dice che: “Questi lumi sono sacri e non ci è permesso di servircene ma solo di guardarli, al fine di rendere omaggio al Signore per i miracoli e i prodigi e le vittorie da Lui operate”.
I bimbi giocano con le trottole –sevivòn-, come usavano fare, a quel tempo, i bimbi ebrei; essi studiavano la Torà di nascosto e, all’arrivo delle guardie del re, facevano finta di giocare con le trottole.
Di Chanukkà si usa scambiarsi doni, regalare monete ai bimbi, e mangiare tante buone frittelle.

Vita di scuola, scuola di vita

Come sottolinea lo Sfat Emet, uno dei temi centrali di Rosh Hashanah è il cambiamento. Nel giorno di Rosh Hashanah tutto sembra possibile: Yosef esce di prigione, Sarah non è più sterile, finisce la schiavitù d’Egitto. Per me questo Rosh Hashanah ha segnato il passaggio dalla consulenza risorse umane e le scuole di management (formazione, coaching, organizzazione, consulenza strategica), alla direzione della Scuola Ebraica di Torino, una realtà vivace, caratterizzata dalla qualità della didattica e dall’attenzione offerta ad ogni allievo, in cui non mancano, naturalmente, le complessità da gestire. Ma nulla accade per caso e, dopo aver contribuito allo sviluppo di diverse organizzazioni pubbliche e private, ora ho l’occasione di mettere a frutto la mia esperienza e le mie competenze in ambito comunitario.

Nel prepararmi ad affrontare le sfide del nuovo ruolo ho cercato di prendere spunto dal periodo festivo che stiamo vivendo. Dall’eterea spiritualità di Rosh Hashanah e Yom Kippur in cui, secondo alcuni, ci “travestiamo” da figure angeliche, siamo ormai arrivati a Sukkot che sembra riportarci alla concretezza del mondo terreno e prepararci al rientro nella quotidianità della vita ordinaria. Se Rosh Hashanah rappresenta il nostro venire al mondo, o la nostra ri-creazione e quindi anche il nostro collegamento con le nostre radici, i nostri valori più profondi e la nostra storia, a Sukkot impariamo a stare insieme nella sukkah, accogliendo la diversità di ciascun individuo; rimaniamo in piedi tenendo in mano con fierezza le “risorse” che D-o ci ha concesso, come interpreta S. R. Hirsch la Mizwah del Lulàv e, anche se siamo pienamente in contatto con la fragilità dell’esistenza (la sukkah), tuttavia dichiariamo che si tratta del “tempo della nostra gioia” (zeman simhatenu). Così ci prepariamo all’ingresso nella vita di tutti i giorni. Questo, credo, è ciò che dovrebbe contribuire a fare una scuola ebraica: creare dei legami profondi con i nostri valori e le nostre radici, favorire la consapevolezza dei nostri limiti ma anche del potenziale straordinario di cui siamo portatori, insegnare a stare insieme nel rispetto dell’altro e a capire che la “simhà” (gioia), più volte menzionata dalla Torà, è qualcosa che coinvolge sempre anche il prossimo, in particolare coloro che rischiano di rimanere ai margini della società.

In sintesi: preparare gli studenti a vivere la vita con pienezza, assumendo la responsabilità dei propri talenti. Si tratta certamente di un progetto ambizioso, che per la sua realizzazione ha bisogno del contributo e del supporto dell’intera Comunità. E’ una responsabilità collettiva. A tale proposito, colgo l’occasione per ringraziare tutti per l’accoglienza che mi è stata riservata. Il vostro sostegno è per me una fonte preziosa di energia ed entusiasmo per affrontare le sfide quotidiane in questo intenso periodo di cambiamento.

Mo’adim le Simhà

Marco Camerini

Una festa, molte domande

La festa di Shavu’ot presenta molti aspetti enigmatici. Come è noto la Torah la pone al termine del conteggio dell’omer, senza indicarne la data. Sino a quando la fissazione del calendario è stata stabilita in base all’osservazione diretta (IV sec.), Shavu’ot, caso unico fra le feste ebraiche, poteva cadere il cinque, il sei o il sette di Sivan. Lo stesso giorno in cui iniziare il conteggio dell’omer era oggetto di una feroce controversia, ai tempi del secondo tempio, fra Sadducei e Farisei. La Torah infatti fa iniziare il conteggio “mimachorat ha-Shabbat – all’indomani dello Shabbat”, quando sino al verso precedente stava parlando di Pesach! Di quale Shabbat si parla? Del sabato, come sostenevano i Sadducei, o del primo giorno di Pesach? Per i Sadducei il conteggio iniziava sempre di domenica e di conseguenza Shavu’ot cadeva sempre di domenica. Anche il significato principale della festa non è esplicitato nella Torah. Mentre per Pesach e Sukkot è evidente, e sono presenti al contempo motivi storici e agricoli, per Shavu’ot troviamo riferimenti alla vita agricola (mietitura-offerta delle primizie), ma non un accenno esplicito al dono della Torah.

Il celebrare dei momenti all’interno del calendario agricolo non è una invenzione ebraica. Tanti altri popoli hanno fatto altrettanto. La novità si ha quando alla visione ciclica del tempo si sovrappone quella storica. Il tempo è una storia in continua evoluzione. Per i Farisei, che si basavano sulla tradizione orale, il legame fra Shavu’ot e il dono della Torah è chiaro. Ma per i Sadducei, ancorati alla tradizione scritta, qual era il senso della festa? Rav Sacks riporta un passaggio di una discussione nel trattato di Menachot (65a), nel quale i Sadducei, per i quali Shavu’ot cadeva sempre di domenica, spiegano il loro punto di vista: Shavu’ot offre l’opportunità di avere un week-end lungo.

Questa affermazione è molto interessante per comprendere il punto di vista dei Sadducei, in generale legati alla terra, in quanto proprietari terrieri ed agricoltori, e alle istituzioni statali. Shavu’ot giunge alla fine di un periodo molto intenso nei campi, ed un riposo aggiuntivo, oltre a quello sabbatico, diviene provvidenziale. Secondo vari studiosi per i Sadducei Shavu’ot è la festa dell’ingresso in Eretz Israel. Si celebra il momento in cui, terminate le peregrinazioni nel deserto, gli ebrei prendono possesso della terra e ne mangiano i frutti, come narrato nel libro biblico di Giosuè. Questo spiega perché i Sadducei, dopo la distruzione del tempio si sono disgregati rapidamente. Come far sopravvivere una visione del mondo incentrata sulla terra e sulle istituzioni statali, quando queste non ci sono più, e non ci saranno per duemila anni? Il punto di vista farisaico è ben differente: al centro è la Torah data nel deserto. Questa discriminante ha permesso di resistere a due millenni di diaspora e gioire doppiamente, per il dono della Torah e per il ritorno in Israele.

Rav Ariel Di Porto