Fra gli anniversari “tondi” di quest’anno, oltre all’80° delle leggi razziali italiane vi sarà quello della “Notte dei Cristalli”, ordita come rappresaglia per l’assassinio di un funzionario dell’ambasciata tedesca a Parigi da parte di un ebreo di origine polacca. Mi ha sempre colpito soprattutto l’incredibile capacità di coordinamento dei perpetratori che sono stati capaci di dar fuoco a 191 sinagoghe, demolirne completamente altre 76, distruggere 815 negozi di ebrei, arrestarne non meno di 30.000 in tutta la Germania e terre limitrofe. Il tutto in una sola notte, fra il 9 e il 10 novembre 1938, in un’epoca in cui l’e-mail e what’s app non erano immaginabili.

Il mondo da allora è mutato. Dalle ceneri della Shoah e della II Guerra Mondiale è sorta una nuova umanità che ha sostituito il dialogo alla sopraffazione. L’Onu rappresenta almeno nelle intenzioni un luogo di incontro planetario fra gli stati per il confronto su problemi che in altre epoche avrebbero scaturito sanguinosi conflitti e in questo senso non ha precedenti. Persino le religioni dialogano oggi sui grandi temi di interesse comune, che vanno dall’assistenza sociale all’etica, secondo un nuovo modello di relazioni che ha avuto origine sostanzialmente dopo il Concilio Vaticano II. Anche questo è segno dei tempi mutati, che hanno sostituito gli anatemi e le guerre di religione con il dibattito. Siamo abituati a identificare la modernità come l’epoca delle più grandi scoperte scientifiche e tecnologiche. Ebbene, accanto a queste vi sono a mio avviso anche quelle che potremmo chiamare “scoperte umanistiche”, in quanto hanno impresso alla civiltà dei nostri tempi un progresso e un’accelerazione non meno rilevanti. Il dialogo è a tutti gli effetti la maggiore “scoperta umanistica” degli ultimi decenni. La tavola rotonda senza spigoli dove tutti i partecipanti si guardano in viso rappresenta l’attuazione della moderna convinzione per cui, come affermano ben due versi del libro biblico dei Proverbi (11,14; 24,6), “la salvezza può venire solo da più consiglieri”.

Già il Talmud accenna a tutto questo in un Midrash che affronta il tema della relazione di Israele con gli altri popoli (Berakhot 3a). Per noi ebrei non si tratta di semplice letteratura. Per noi si tratta di un testo carismatico, dotato di forza ispiratrice anche sotto il profilo religioso. “Rabbì Eli’ezer insegnava: La notte si divide in tre veglie e a ogni veglia il Signore siede e ruggisce come un leone. Il segnale d’inizio di ogni veglia è il seguente. Alla prima veglia un asino raglia. Alla seconda veglia un cane abbaia. Alla terza veglia, quando ormai si approssima l’alba, un bimbo succhia il latte da sua madre e una moglie conversa con suo marito”. Questo Midrash si presta a un’interpretazione simbolica che ci è stata fornita da Rabbi Loew di Praga, il famoso Maharal (1525-1609) nel sermone che tenne il giorno di Shavu’ot del 1592 nella Sinagoga di Posen, tre mesi dopo il suo incontro con l’Imperatore Rodolfo d’Asburgo (Netzach Israel, cap. 18).

La notte, spiega il Maharal, rappresenta l’esilio e la persecuzione, nella quale Israele dispera. Così come la notte è divisa in tre parti, altrettanto nel corso dell’esilio si possono identificare tre fasi successive. La prima fase è segnata dall’asino che raglia. E’ l’epoca in cui gli ebrei sono trattati come animali da soma: sono soggetti a tasse discriminatorie, pene e lavori forzati. I nostri persecutori ci confinano nei ghetti. La seconda fase è simboleggiata dal cane che abbaia. E’ la fase in cui l’antisemitismo si fa violento: i nostri aguzzini puntano a sterminarci. E’ la fase dei pogrom, delle accuse di omicidio rituale, degli auto da fè, del genocidio e dell’olocausto.

La terza fase è la più interessante di tutte. Ci sono almeno due modi per interpretare il simbolo della moglie che conversa con il marito. Non c’è dubbio che i coniugi vogliono rappresentare il dialogo. Il Maharal di Praga vuole significare che ad una fase di estrema violenza segue un’epoca nuova, completamente diversa. Alla ferocia brutale del Medioevo succede l’Umanesimo, una fase in cui la relazione fra Israele e gli altri popoli prende la forma del dialogo. Il simbolismo coniugale con le sue implicazioni emotive e il suo potenziale di avventura simboleggiano l’alba dei popoli, che chiama il popolo ebraico a compiti nuovi, a un confronto di tipo nuovo. “Il dialogo è iniziato fra Israele e il mondo e l’udienza (del Maharal con l’Imperatore) ne offre il primo segno tangibile. Ormai, ancora nelle brume del mattino che si disperderanno con l’avanzare del giorno, il Maharal sente che il popolo ebraico non sarà più né schiavo, né vittima del mondo, ma suo interlocutore” (André Neher, “Faust e il Golem”, Sansoni, 1989, p. 67).

Peccato che solo cinquant’anni più tardi, nel 1648 le orde brutali di Chmielnicki avrebbero precipitato gli ebrei della Mitteleuropa in un nuovo Medioevo. Il Midrash allude a un procedimento ciclico, a “corsi e ricorsi storici”? E’ possibile. Penso piuttosto che sia lecito dare della terza fase dell’esilio un’altra interpretazione, assai meno politically correct e molto più inquietante. La terza fase costituirebbe non un lieto fine, non un ribaltamento rispetto alle due fasi precedenti, ma semplicemente una continuazione e forse alluderebbe persino a un ulteriore deterioramento delle nostre condizioni: a una nuova fase di serie minacce, a un nuovo modello di persecuzione basato questa volta non sulla spada, ma sulla lingua. Anche il dialogo, giova ricordarlo, ha i suoi nemici. Vi sono gli oppositori del dialogo, che continuano imperterriti a usare la forza e vi sono i manipolatori del dialogo, bravi a mettere al proprio servizio le tecniche più raffinate della comunicazione giungendo a negare la realtà e plagiando, di fatto, uditori e lettori.   

La società contemporanea si fonda sul multiculturalismo: con il processo di globalizzazione l’ebreo non è più preso di mira nella sua religione. Dopo la II guerra mondiale il popolo ebraico formò un gruppo pienamente inserito nella società. Le tesi antisemite dopo la Shoah restarono svuotate del loro contenuto teorico e l’odio antiebraico assunse una forma latente. Negli anni ‘80, contemporaneamente all’intensificarsi degli incidenti antisemiti, da parte dell’elite culturale in ambito intellettuale si sollevò una forte ondata di tesi negazioniste sulla Shoah. Negli Stati Uniti si diffuse il testo “Did six millions really die?” scritto da Ernst Zuendel, un tedesco emigrato negli USA e poi arrestato nel 2003 in Canada.

A partire dagli anni ’90 le tematiche revisioniste furono adoperate in funzione antisraeliana. E’ del francese Roger Garaudy il volume: “I miti fondatori della politica israeliana” pubblicato nel 1995. Il libro sostiene la tesi per cui la politica israeliana si fonderebbe  su un mito inesistente, quello della Shoah appunto. Garaudy fu condannato nel 1998 per crimini contro l’umanità e diffamazione razziale. La condanna degli ebrei si giustifica ora grazie alla condanna dello stato ebraico. La nuova ideologia viene a colmare il vuoto causato dalla perdita delle molte tradizionali razionalizzazioni: deicidio, incarnazione del capitale, inferiorità razziale. Per delegittimare Israele gli ebrei sono accusati dei crimini da loro stessi subiti: già nel 1975 l’Onu condannò il sionismo come una forma di “discriminazione razziale”. La negazione diviene ora contraddizione: da un lato si nega che la Shoah sia mai avvenuta, dall’altro ci si ostina ad affermare che lo Stato d’Israele si vendica per la Shoah patita. E’ proprio lo strumento moderno della comunicazione a rivelare dell’antisemitismo ciò che è: un fatto contraddittorio e perciò totalmente irrazionale. Ma non meno pericoloso per questo: anzi. L’assenza di basi razionali lo rende oltremodo sfuggente a qualsiasi controbattuta.  

La condanna dello stato ebraico è formulata dai mass media e dagli slogan di propaganda a fronte della presunta libertà d’espressione conquista del nostro secolo. Rendendo un vanto la possibilità di esprimere liberamente le proprie idee e di poter “dar voce” ai “popoli che soffrono” si accusa Israele di non rispettare i diritti umani che il mondo è riuscito a dichiarare come inviolabili; all’apparenza senza toccare i diritti dello stato ebraico, esso è discriminato e rinnegato. La discriminazione e il rifiuto però si riversano sull’ebreo che, come sempre nella storia, è temuto e quindi odiato.

Le grandi rivelazioni sono avvenute sulle montagne. Certo, scalare una montagna costa fatica, ma al culmine del percorso si è ampiamente ripagati. Le vette garantiscono non solo un’aria più pura, ma soprattutto larghezza di panorami, una capacità di volare alto e di includere visioni in un unico sguardo che prima non avevamo. Ciò che prima appariva al centro del mondo, ora si rivela come uno dei tasselli di una realtà molto più multiforme. Il dialogo, per essere valido, deve saper abbracciare gli orizzonti più vasti possibili. Per questo occorre dovunque appoggiare quelle forze politiche che favoriscono i legami tra i popoli aldilà dei confini nazionali. Noi ebrei siamo stati i primi europeisti della Storia! D’altronde la forza di un governo si vede dall’impegno che profonde nel tutelare le minoranze. Esiste un’emergenza antisemitismo virulento in Italia oggi? Per il momento no. Finché ci sono altri capi espiatori per i problemi della società. Qualora dovessimo ravvisare una minaccia del genere in futuro oggi sapremmo dove andare. E non esiteremmo in tal caso a incoraggiare i nostri giovani a lasciare l’Italia.

Voglio concludere con una nota ottimistica. Il Midrash si chiude con un’ulteriore immagine, quella del bimbo che succhia il latte da sua madre. Proprio quando le speranze per il futuro sembrano affievolirsi confidiamo nell’arrivo della redenzione. In termini politici e culturali questo significa partire da un approccio onesto ai problemi. Assai più che la fantomatica purezza di chi non ha mai peccato, direi che il bambino del Midrash simboleggi l’onestà. L’onestà di chi sa di avere delle responsabilità e le ammette senza addossarle agli altri. L’onestà di chi sa affrontare le difficoltà con impegno e serietà. Solo così l’umana civiltà saprà ritrovare i propri ideali, il “latte materno” vitale per la sua sopravvivenza e continuità. Perché l’antisemitismo non è solo un problema di noi ebrei. L’antisemitismo è una cartina al tornasole dei mali profondi di tutta quanta la società. Combattere l’antisemitismo significa, in un senso più ampio, combattere per una società più equa, più umana e più solidale. Volta non solo al profitto materiale, ma anche ai grandi valori di cui l’essere umano è portatore. Sempre che abbia la volontà di farsene portavoce.  

Un esempio lampante di negazionismo riferito alla realtà israeliana è proprio di questi giorni. Del gruppo di ragazzi thailandesi imprigionati in una grotta è stato dato ampio risalto. Nessun organo di stampa europeo ha invece precisato che il contatto con i ragazzi che ora ne permette il salvataggio è stato possibile grazie a una ditta israeliana specializzata in sofisticati sistemi di comunicazione che possono agire in assenza di copertura di rete: la MaxTech che ha una filiale proprio in Thailandia. Il rappresentante locale della ditta, saputo della tragedia, ha avvertito la casa madre in Israele che è intervenuta senza richiedere alcun compenso. Non è la prima volta che Israele dà il suo fattivo contributo in situazioni drammatiche in giro per il mondo. Un know how d’assoluta avanguardia messo interamente al servizio del bene dell’umanità senza confini. A differenza di altre culture che certamente esaltano sia il sapere che l’agire morale, ma li assumono come valori separati e indipendenti, l’Ebraismo è forse il solo a predicare il fatto che sapere e agire morale devono agire insieme: in un certo senso sono un’unica cosa. Parallelamente alla demonizzazione di Israele si colloca il silenzio sotto cui passa tutto ciò che lo stato ebraico fa di buono. Ma noi Ebrei non ci lasciamo intimorire. Continueremo nei soli limiti delle nostre forze ad agire per la salvezza di vite umane e a santificare il Nome di Dio davanti all’umanità a dispetto dei nostri detrattori.   

5 per mille – 8 per mille

Ricordate di firmare il 5 per mille a favore della Comunità Ebraica di Torino: C.F. 80082830011
Per destinare l’8 per mille, firmare nel riquadro “Unione delle Comunità Ebraiche Italiane”.
Ogni singola firma è molto preziosa.

CONSAPEVOLEZZA E IMPEGNO

Il bilancio consuntivo dell’esercizio 2017 chiude con un disavanzo sostanzialmente analogo a quello dell’anno precedente e si attesta intorno a € 741.800, a causa dei notevoli costi connessi alla Scuola e agli altri molteplici servizi erogati dalla Comunità nei diversi settori.

Sul fronte dei ricavi va peraltro rilevato il dato preoccupante della diminuzione del gettito contributivo da parte degli iscritti nonché di quella di donazioni e lasciti, un tempo di una certa importanza, fenomeni che non possono non essere letti come sintomo di una progressiva disaffezione da parte degli Ebrei torinesi nei confronti della loro Comunità.

Una disaffezione che purtroppo si manifesta anche nella scarsa partecipazione, tranne in alcune occasioni particolari, alla vita religiosa, culturale e sociale della Comunità, che il Consiglio promuove con notevoli sforzi organizzativi ed economici, al fine di assicurare sempre servizi di elevata qualità e in grado di incontrare le variegate esigenze degli iscritti.

Viviamo tempi difficili sia a livello internazionale che nel nostro Paese: assistiamo a una crescita di fenomeni di intolleranza, razzismo e antisemitismo, nonché di autentica demonizzazione dello Stato d’Israele, che dovrebbero fare riflettere tutti e indurre a rafforzare il proprio impegno nella e per la Comunità.

Riscontriamo invece una generale apatia che, ad esempio, ha portato nell’ultima Assemblea di bilancio (evento che dovrebbe rappresentare una fondamentale occasione di discutere le linee-guida della programmazione della vita comunitaria e la conduzione della stessa da parte del Consiglio) alla presenza in sala di pochissime persone e che – fatto mai prima d’ora verificatosi – non hanno svolto un solo intervento nel dibattito che avrebbe dovuto seguire la relazione introduttiva.

Nel 2019 l’attuale Consiglio giungerà alla scadenza del proprio mandato quadriennale. Si impone fin d’ora un impegno più consapevole da parte di tutti, in particolare delle fasce dei giovani adulti, che dovranno a breve assumere la responsabilità della conduzione della Comunità con la freschezza delle loro idee e visioni progettuali.

Pur nelle gravi difficoltà in cui ci dibattiamo, cerchiamo tutti insieme di assicurare un futuro degno alla nostra Comunità, per la quale le generazioni che ci hanno preceduto hanno fatto tanti sacrifici.

Lo dobbiamo a loro non meno che ai nostri figli e nipoti e alle generazioni che seguiranno.

DARIO DISEGNI

70 anni dalla nascita di Israele

E’ passata una vita, settant’anni dalla Dichiarazione di indipendenza dello Stato d’Israele. Tante sono le sensazioni e le emozioni che in ciascuno di noi si affacciano, al pensiero di quante cose sono successe. Tanta è la gratitudine per coloro che alla costruzione di Israele hanno dedicato la propria vita e per coloro che l’hanno persa per difenderlo. In questi settant’anni Israele ha affrontato prove di ogni tipo. Nella sua storia, governata da esseri umani, non si può non intravedere un indirizzo divino. Se la votazione all’ONU del novembre 1947 che ha permesso la realizzazione di questa aspirazione millenaria del popolo ebraico si fosse tenuta oggi, il risultato sarebbe stato molto con molta probabilità differente. I recenti pronunciamenti dell’UNESCO sull’ebraicità di Gerusalemme, e le veementi reazioni da più parti all’annuncio statunitense di volere spostare l’ambasciata sono segnali da non sottovalutare. Israele è regolarmente uno dei paesi più sanzionati dagli organismi internazionali, che non mostrano però interesse nei confronti di tutto ciò che avviene intorno nella polveriera mediorentale, senza considerare la vivida concretezza della minaccia terroristica, cancro con il quale Israele si è confrontato e ha quasi del tutto superato, mettendo sul campo molte forze, facendosi carico scelte impopolari e soprattutto indifendibili agli occhi di molti europei, che non sono ancora riusciti ad inquadrare il problema, figuriamoci a trovare una soluzione. L’idea che la salvaguardia della vita dei propri cittadini e dei propri soldati, così come la difesa dei propri confini, siano una priorità per uno stato sovrano non incontra evidentemente approvazione dalle nostre parti. Le conseguenze sono devastanti. Il campo di battaglia negli ultimi anni si è spostato sensibilmente. Un certo tipo di contro-narrazione ha dilagato, mettendo sempre più in discussione la legittimità di Israele di fronte al consesso delle nazioni. Israele rappresenta a livello collettivo quello che l’ebreo ha rappresentato per il resto del mondo per due millenni.

L’avanzata del movimento BDS nel mondo accademico, nei parlamenti e nei media ha consentito una falsificazione sistematica dei fatti. Con rammarico devo prendere atto del fatto che l’Università di Torino è in primissima fila in questo esercizio di disonestà intellettuale. Non intendo dire che non sia possibile criticare Israele per le sue scelte politiche, ma per formulare un giudizio, di qualsivoglia natura, è necessario poter disporre di dati per quanto possibile oggettivi, e questo oggi in Europa è sempre più difficile.

I media, tranne rarissime eccezioni, non perdono l’occasione per rafforzare l’idea che in Israele avvenga una violazione continua dei diritti umani, senza tenere in considerazione quanto si verifica in maniera pressoché sistematica in molti paesi dell’area, nei quali l’esercizio delle libertà fondamentali è, a oggi, un miraggio che rischia di rimanere tale per molto, molto tempo.

Gli ebrei della diaspora si trovano sempre in maggiore difficoltà nel sostenere Israele, senza considerare che la loro stessa incolumità è sempre più sistematicamente a rischio. Queste dinamiche ricordano tristemente quelle degli anni immediatamente precedenti il secondo conflitto mondiale, quando gli americani nella conferenza di Evian del ’38 affermavano che il mondo si diceva preoccupato per gli ebrei, ma non era disposto a fare alcunché per aiutarli. Non si comprende tuttavia che il pericolo per gli ebrei europei costituisce una sfida mortale ai valori sui quali la nostra società è costruita.

Nonostante tutte queste ombre, possiamo sperare di avere un futuro luminoso oltre ogni aspettativa. La società israeliana è una società giovane, plurale, dinamica, all’avanguardia in moltissimi campi. Le università israeliane competono ai massimi livelli, sfornando continuamente scoperte rivoluzionarie e innovazioni tecnologiche. La crescita demografica si attesta su livelli molto più alti di quelli del mondo occidentale. In 70 anni la popolazione ebraica è decuplicata, e si prevede che nel 2048 sfiorerà i 15 milioni. Gli ebrei in Israele prima della Shoah erano il 3% per dell’ebraismo mondiale, oggi il 45. Sono stati accolti quasi un milione di ebrei mediorientali, che non avevano più una casa, e un milione di ebrei russi. A breve la maggioranza degli ebrei del mondo vivranno in Israele. Raramente nella storia umana abbiamo assistito ad un ritorno di questa portata.

Ma, dobbiamo ricordarlo, lo stato di Israele è oggi il centro di un corpo. C’è un anima da coltivare e far crescere. Israele deve essere sempre di più il promotore dei valori che ispirano la nostra tradizione. Israele è oggi, senza ombra di dubbio, il principale centro di studi ebraici, religiosi e secolari. Questo ha dato un impulso incredibile ad un processo che in due millenni di diaspora non era mai fiorito compiutamente. Rav Shraga Simmons ricorda che alcuni anni fa dei funzionari russi visitarono l’ospedale Alin di Gerusalemme, un polo di avanguardia per la riabilitazione dei disabili, con strutture per la fisioterapia, l’idroterapia, la logopedia e la consulenza psicologica. Uno dei rappresentanti russi chiese: perché sforzarsi tanto per dei bambini handicappati? Perché? Questo è il grande sforzo che Israele compie, si tratti degli orfani di Gerusalemme o un villaggio in Thailandia. Insegnare al mondo che cosa significa preoccuparsi e prendersi cura di ciascun singolo essere umano. Questo perché le parole che i nostri profeti, tanti secoli fa, hanno pronunciato, possano trovare il posto che compete loro nel mondo, senza aggressività, senza doppiezza alcuna. Non vogliamo essere un paese normale, come diceva Ben Gurion, con le sue prostitute e i suoi ladri. Israele non esiste solo per le sue spiagge, i suoi concerti, Wonder Woman. Non è questo il senso della nostra storia. Vogliamo, sempre di più, essere un’ispirazione per il mondo.

Rav Ariel Di Porto

maggio 2018 – yiar-sivan 5778

Pian del Lot

Il 4 aprile si è svolta al Pian del Lot, nella collina torinese, la commemorazione dei 27 giovani barbaramente trucidati dai nazisti il 2 aprile 1944 come rappresaglia per l’uccisione di un militare tedesco.
Alla manifestazione sono intervenuti la Sindaca della Città di Torino, Chiara Appendino, il Vice Presidente del Consiglio Regionale del Piemonte, Nino Boeti, il Presidente della Comunità, Dario Disegni. Presenti rappresentanti delle Forze Armate, delle associazioni partigiane, cittadini e studenti delle scuole torinesi.
Dopo la recita di una preghiera cattolica e dell’Izkor, da parte di Rav Ariel Di Porto, in memoria del giovane partigiano ebreo Walter Rossi z.l., il nipote di uno dei martiri, Aldo Gastaldi, ha ricordato con commoventi parole la vicenda del proprio congiunto. L’orazione ufficiale è stata affidata a Sante Bajardi, partigiano che ha poi ricoperto importanti incarichi nelle Amministrazioni della Città, della Provincia e della Regione.
Di seguito il link al discorso del Presidente della Comunità, Dario Disegni:

La libertà va conquistata (da una derashah di Rav Sacks)

La storia di Pesach è una narrazione molto antica e grandiosa, che narra di come un popolo abbia sperimentato l’oppressione e sia stato condotto alla libertà, dopo un lungo viaggio attraverso il deserto. Questa storia è stata fonte di ispirazione per molti nel mondo occidentale. Durante il Seder di Pesach leggiamo il famoso insegnamento, riportato a nome di R. Gamliel, secondo il quale chi non parlava del qorban Pesach, della matzah e del Maror non aveva adempiuto al proprio obbligo. Il motivo per cui sono stati decisi questi elementi è evidente: il sacrificio pasquale rappresenta la libertà, le erbe amare, per via del loro sapore, rappresentano la schiavitù. Il pane azzimo combina i significati. Era il pane che i nostri padri mangiavano in Egitto, quando erano schiavi, è il pane che mangiarono quando uscirono dall’Egitto da uomini liberi. Non solo il simbolismo, ma anche l’ordine in cui gli elementi compaiono è interessante. E’ strano che i simboli della libertà precedano quelli della schiavitù. Ci saremmo di certo aspettati il contrario. La risposta che viene data è che la schiavitù è veramente amara solo per chi conosce la libertà. Chi dimentica la libertà, prima o poi si abituerà alla schiavitù. Non c’è peggior esilio della dimenticanza di essere in esilio. Per comprendere la libertà, dobbiamo capire anzitutto che significa non essere liberi. La stessa libertà, come è noto, ha varie dimensioni, che sono riflesse in ebraico da due diversi termini, chofesh e cherut, “libertà da” e “libertà di”. La prima è la libertà che uno schiavo acquisisce quando viene liberato. Non si è più soggetti alla volontà di qualcun altro. Ma questa libertà non è sufficiente per costruire una società libera. Un mondo in cui ciascuno può fare quello che vuole sfocia facilmente nell’anarchia e poi nella tirannide. Questa liberazione è solo l’inizio della libertà, non la sua destinazione finale. Il secondo tipo di libertà è la libertà collettiva, in cui la mia libertà rispetta la tua. Una società libera è una conquista di carattere morale, alla quale la Torah tende. Esercizio della giustizia e della compassione, nel riconoscimento della sovranità di D. e dell’integrità del creato. Il messaggio di Pesach è potente ancora oggi: il predominio del diritto sul potere; l’idea che la giustizia appartiene a tutti, non a qualcuno; l’uguaglianza di tutti gli esseri umani sotto D. Ci vollero molti secoli perché questa visione venisse condivisa dalle democrazie occidentali, e, nostro malgrado, non ci sono garanzie che rimarrà così. La libertà è una conquista morale, e se non c’è uno sforzo educativo continuo, si atrofizza. Questi messaggi, che risalgono ad alcune migliaia di anni fa, sono oggi più che mai attuali.

Pesach kasher wesameach a voi e ai vostri cari.

Rav Ariel Di Porto

aprile 2018 – nissan-yiar 5778

Conservazione del Tempio Grande di Torino

Cari amici,

come molti di Voi sapranno, il nostro Bet Hakeneset necessita di un’importante opera di ripristino e restauro conservativo.
Assumono particolare carattere di urgenza la sistemazione delle parti ornamentali della facciata e delle torri, nonché la revisione delle coperture.
Dato l’ingente impegno che tali lavori comportano, ed in virtù della fondamentale importanza che gli stessi rivestono per il futuro delle nostre attività cultuali, si rivolge un invito a voler sostenere la Comunità in un momento di particolare necessità economica.

Chi volesse contribuire supportando il progetto potrà effettuare un’erogazione liberale a favore di Piemonte Ebraico Onlus, che ha già iniziato una raccolta fondi destinata a tale scopo.
Per avere una visione completa degli interventi è possibile consultare Fundraising per la Conservazione del Tempio Grande di Torino.

Il Consiglio della Comunità è a completa disposizione per fornire tutti i dettagli sui lavori e sulle spese previste.

Di seguito le coordinate bancarie per le erogazioni liberali.  Per visualizzare i vantaggi fiscali.

Beneficiario: PIEMONTE EBRAICO O.N.L.U.S.
Indirizzo:    Piazzetta Primo Levi, 12, 10125 Torino TO
IBAN:         IT97 Z033 5901 6001 0000 0015 740
Banca:        BANCA PROSSIMA
BIC/SWIFT:    BCITITMXXXX
Causale:      Fondo Conservazione Tempio Grande

Estero

Stiamo  avviando una Campagna di Fundraising anche all’estero.   Abbiamo bisogno di volontari per partecipare a questo progetto, ed in particolare persone che contattino dei loro amici, parenti e conoscenti all’estero contando sulla loro disponibilità.
Per informazioni ed istruzioni per favore contattare Daniel Fantoni  o altri membri del Consiglio.

Sono numerosi gli spunti emersi pochi giorni fa durante la presentazione, al Centro sociale della Comunità ebraica di Torino, del volume di rav Jonathan Sacks “Non nel nome di Dio. Confrontarsi con la violenza religiosa”, pubblicato da Giuntina. Tra questi spiccano le idee di identificazione monolitica e, per converso, di identità multiple, a proposito delle quali Elisabetta Triola ha sottolineato la vicinanza dell’impostazione di rav Sacks con quella delineata da Amartya Sen in “Identità e violenza” (Laterza).

Secondo quest’ultimo va riconosciuta la pluralità delle identità di ciascun individuo, perché ognuno di noi appartiene contemporaneamente a molti gruppi diversi. È inevitabile, d’altronde, che proprio dal concetto di identità si originino i due atteggiamenti alternativi e complementari di inclusione ed esclusione. In altre parole, la forte coesione identitaria in un certo gruppo significa tendenzialmente aumentare la distanza da chi di quel gruppo non fa parte e, allo stesso tempo, l’innalzamento delle barriere che separano da un esterno porta a un rafforzamento dei legami interni. È inoltre evidente che le identità di un medesimo individuo non si escludano a vicenda, e che possano tranquillamente convivere: tanto per fare un esempio, si può essere ebrei, vegani, matematici e tifosi della Juventus.
La violenza identitaria, quella stessa che da anni occupa le prime pagine dei giornali, nasce quando si afferma l’idea di appartenere a una sola collettività. Solo come ebrei, come musulmani, come vegani eccetera. E, ancora più pericolosamente, quando l’idea di appartenenza monolitica viene applicata dall’esterno a un Altro, a cui si attribuisce allora il carattere di nemico non in base alle sue scelte o idee, ma alla rappresentazione identitaria che di lui abbiamo costruito.

Questo approccio, a mio modo di vedere convincente, come è ovvio non è unanimemente condiviso. Mi sembra però imprescindibile partire da qui per cercare di capire tanti fenomeni contemporanei: non solo quelli eclatanti come il terrorismo islamista o il razzismo diffuso negli ambienti di destra più o meno estrema, ma anche tendenze significative che riguardano il mondo ebraico e le nostre comunità.

Giorgio Berruto, Hatikwà

Convegno religione e democrazia

A 170 anni dallo Statuto albertino, a 80 dalle leggi razziali

Il 2018 è un anno particolare in quanto ricorrono i 170 anni della firma dello Statuto da parte del re Carlo Alberto (1848) e, con esso, della concessione dei diritti civili ai Valdesi e agli Ebrei; ma, d’altra parte, ricorrono anche gli 80 anni delle famigerate leggi razziali che il regime fascista promulgò nel 1938, dando inizio così alle persecuzioni che culminarono con i grandi rastrellamenti del 1943. Sono due date su cui occorre riflettere perché, unitamente al fatto che da oltre vent’anni giace in Parlamento una nuova legge sulla libertà religiosa, danno il senso di come nel nostro Paese la libera espressione della fede e del culto sia sempre molto fragile.

Il 16 febbraio 2018 si è tenuto il convegno.

La registrazione è disponibile:

Depliant_convegno RELIGIONE E DEMOCRAZIA

 

 

Newsletter della Comunità

Caro lettore,

A partire da questo mese il Notiziario si rinnova e cambia veste grafica.

Innanzitutto viene ricavata una Newsletter direttamente dal Sito “Torino Ebraica“: Sito che é entrato in uso dal mese di febbraio.

É un Sito dinamico visualizzabile da PC, ma anche da cellulare e tablet, aggiornato giornalmente e sul quale vengono caricate le Attività man mano che sono organizzate e approvate: vuol dire che troverai, per esempio, già alcuni eventi dei mesi successivi.

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Chiaramente ci sono alcuni dettagli da perfezionare, chiediamo perciò la tua comprensione per eventuali cambiamenti: per esempio in questa prima edizione troverai gli appuntamenti dopo le comunicazioni.

Le Norme rituali per Pessach sono in questa e-mail.