Calendario Lezioni Rabbiniche – Interruzione pausa estiva

Le lezioni infrasettimanali di Rav Di Porto termineranno, prima della pausa estiva, mercoledì 20 giugno; quelle di Rav Somekh, giovedì 28 giugno per riprendere regolarmente a settembre.

Rinnovo CdA Archivio Ebraico Terracini

L’Assemblea dei Soci dell’Archivio Ebraico Terracini ha eletto nella riunione del 10 maggio scorso il nuovo Consiglio di Amministrazione, che è così composto: Alberto Cavaglion, Benedetto De Benedetti, Bianca Gardella Tedeschi, Marco Luzzati, Mario Montalcini, Benedetto Terracini, Lea Voghera Fubini.

Ha inoltre confermato come Revisore dei conti Nicola Treves.

Nella riunione del 15 maggio il neoeletto Consiglio di Amministrazione ha nominato al suo interno il Presidente nella persona di Bianca Gardella Tedeschi e il Vice Presidente nella persona di Marco Luzzati.

70 anni dalla nascita di Israele

E’ passata una vita, settant’anni dalla Dichiarazione di indipendenza dello Stato d’Israele. Tante sono le sensazioni e le emozioni che in ciascuno di noi si affacciano, al pensiero di quante cose sono successe. Tanta è la gratitudine per coloro che alla costruzione di Israele hanno dedicato la propria vita e per coloro che l’hanno persa per difenderlo. In questi settant’anni Israele ha affrontato prove di ogni tipo. Nella sua storia, governata da esseri umani, non si può non intravedere un indirizzo divino. Se la votazione all’ONU del novembre 1947 che ha permesso la realizzazione di questa aspirazione millenaria del popolo ebraico si fosse tenuta oggi, il risultato sarebbe stato molto con molta probabilità differente. I recenti pronunciamenti dell’UNESCO sull’ebraicità di Gerusalemme, e le veementi reazioni da più parti all’annuncio statunitense di volere spostare l’ambasciata sono segnali da non sottovalutare. Israele è regolarmente uno dei paesi più sanzionati dagli organismi internazionali, che non mostrano però interesse nei confronti di tutto ciò che avviene intorno nella polveriera mediorentale, senza considerare la vivida concretezza della minaccia terroristica, cancro con il quale Israele si è confrontato e ha quasi del tutto superato, mettendo sul campo molte forze, facendosi carico scelte impopolari e soprattutto indifendibili agli occhi di molti europei, che non sono ancora riusciti ad inquadrare il problema, figuriamoci a trovare una soluzione. L’idea che la salvaguardia della vita dei propri cittadini e dei propri soldati, così come la difesa dei propri confini, siano una priorità per uno stato sovrano non incontra evidentemente approvazione dalle nostre parti. Le conseguenze sono devastanti. Il campo di battaglia negli ultimi anni si è spostato sensibilmente. Un certo tipo di contro-narrazione ha dilagato, mettendo sempre più in discussione la legittimità di Israele di fronte al consesso delle nazioni. Israele rappresenta a livello collettivo quello che l’ebreo ha rappresentato per il resto del mondo per due millenni.

L’avanzata del movimento BDS nel mondo accademico, nei parlamenti e nei media ha consentito una falsificazione sistematica dei fatti. Con rammarico devo prendere atto del fatto che l’Università di Torino è in primissima fila in questo esercizio di disonestà intellettuale. Non intendo dire che non sia possibile criticare Israele per le sue scelte politiche, ma per formulare un giudizio, di qualsivoglia natura, è necessario poter disporre di dati per quanto possibile oggettivi, e questo oggi in Europa è sempre più difficile.

I media, tranne rarissime eccezioni, non perdono l’occasione per rafforzare l’idea che in Israele avvenga una violazione continua dei diritti umani, senza tenere in considerazione quanto si verifica in maniera pressoché sistematica in molti paesi dell’area, nei quali l’esercizio delle libertà fondamentali è, a oggi, un miraggio che rischia di rimanere tale per molto, molto tempo.

Gli ebrei della diaspora si trovano sempre in maggiore difficoltà nel sostenere Israele, senza considerare che la loro stessa incolumità è sempre più sistematicamente a rischio. Queste dinamiche ricordano tristemente quelle degli anni immediatamente precedenti il secondo conflitto mondiale, quando gli americani nella conferenza di Evian del ’38 affermavano che il mondo si diceva preoccupato per gli ebrei, ma non era disposto a fare alcunché per aiutarli. Non si comprende tuttavia che il pericolo per gli ebrei europei costituisce una sfida mortale ai valori sui quali la nostra società è costruita.

Nonostante tutte queste ombre, possiamo sperare di avere un futuro luminoso oltre ogni aspettativa. La società israeliana è una società giovane, plurale, dinamica, all’avanguardia in moltissimi campi. Le università israeliane competono ai massimi livelli, sfornando continuamente scoperte rivoluzionarie e innovazioni tecnologiche. La crescita demografica si attesta su livelli molto più alti di quelli del mondo occidentale. In 70 anni la popolazione ebraica è decuplicata, e si prevede che nel 2048 sfiorerà i 15 milioni. Gli ebrei in Israele prima della Shoah erano il 3% per dell’ebraismo mondiale, oggi il 45. Sono stati accolti quasi un milione di ebrei mediorientali, che non avevano più una casa, e un milione di ebrei russi. A breve la maggioranza degli ebrei del mondo vivranno in Israele. Raramente nella storia umana abbiamo assistito ad un ritorno di questa portata.

Ma, dobbiamo ricordarlo, lo stato di Israele è oggi il centro di un corpo. C’è un anima da coltivare e far crescere. Israele deve essere sempre di più il promotore dei valori che ispirano la nostra tradizione. Israele è oggi, senza ombra di dubbio, il principale centro di studi ebraici, religiosi e secolari. Questo ha dato un impulso incredibile ad un processo che in due millenni di diaspora non era mai fiorito compiutamente. Rav Shraga Simmons ricorda che alcuni anni fa dei funzionari russi visitarono l’ospedale Alin di Gerusalemme, un polo di avanguardia per la riabilitazione dei disabili, con strutture per la fisioterapia, l’idroterapia, la logopedia e la consulenza psicologica. Uno dei rappresentanti russi chiese: perché sforzarsi tanto per dei bambini handicappati? Perché? Questo è il grande sforzo che Israele compie, si tratti degli orfani di Gerusalemme o un villaggio in Thailandia. Insegnare al mondo che cosa significa preoccuparsi e prendersi cura di ciascun singolo essere umano. Questo perché le parole che i nostri profeti, tanti secoli fa, hanno pronunciato, possano trovare il posto che compete loro nel mondo, senza aggressività, senza doppiezza alcuna. Non vogliamo essere un paese normale, come diceva Ben Gurion, con le sue prostitute e i suoi ladri. Israele non esiste solo per le sue spiagge, i suoi concerti, Wonder Woman. Non è questo il senso della nostra storia. Vogliamo, sempre di più, essere un’ispirazione per il mondo.

Rav Ariel Di Porto

maggio 2018 – yiar-sivan 5778

A pane e acqua

Parliamo questa sera del rapporto fra cibi e bevande. E’ noto che non basta assumere cibo: occorre anche accompagnarlo con l’acqua. L’acqua non nutre (per questo motivo la Halakhah la esclude dagli alimenti con cui è lecito compiere l’Eruv, che devono essere appunto mazòn, nutrimento), ma aiuta la digestione in tutte le sue fasi e ci rifornisce di sali minerali, indispensabili per il nostro sostentamento. La Torah sostiene questa visione. I Chakhamim affermano che shetiyyah bi-khlal akhilah, “la bevuta è halakhicamente parte della mangiata”: ne consegue per esempio che, a differenza di altre religioni che permettono ai digiunanti di bere, da noi il digiuno riguarda sia mangiare che bere. D’altronde un’opinione sostiene che per poter recitare la Birkat ha-Mazon secondo l’obbligo più completo della Torah non basta aver mangiato pane: occorre anche averlo accompagnato con l’acqua.
C’è un versetto della Parashah odierna che richiede qualche precisazione in proposito: “E servirete H. D. vostro ed Egli benedirà il vostro pane e la vostra acqua” (Shemot 23,25). Notiamo come il versetto cominci al plurale e prosegua al singolare. Il servizio Divino di cui parla è la Tefillah e in particolare lo Shemoneh ‘Esreh, che rappresenta il centro delle nostre preghiere quotidiane. Il versetto afferma che la Tefillah è strumento per avere la nostra Parnassah quotidiana. Nei giorni feriali preghiamo tre volte al giorno recitando diciannove Berakhot ogni volta: Shachrit, Minchah e ‘Arvit. 19×3=57. 57 è il valore numerico della parola Dagàn che significa “grano”, con cui si fa il pane. Inoltre 57 è anche il valore numerico della parola zàn, “che nutre”, che troviamo al termine della prima Berakhah della Birkat ha-Mazòn (ha-zàn et ha-kol) che recitiamo proprio dopo aver mangiato pane. Ecco che la prima benedizione del versetto, quella riferita al pane, si realizza mediante la recitazione della ‘Amidah individuale tre volte al giorno. Il nutrimento, la parte cibo, è così coperta.
Ma non basta. Accanto alla preghiera individuale non è meno importante la Tefillah collettiva. Essa consiste, come è noto, nella ripetizione della ‘Amidah di Shachrit e Minchah da parte del Chazan. Per ragioni che ora non spiegheremo, ‘Arvit non viene ripetuta. Per chi partecipa alla Tefillah pubblica, le ‘Amidot giornaliere diventano dunque cinque. 19×5=95 ed è il valore numerico di ha-mayim, “l’acqua”. Ecco il riferimento alla seconda benedizione del versetto. Essa è condizionata alla nostra partecipazione alla Tefillah pubblica. L’acqua sta al pasto come la Tefillah pubblica sta a quella individuale. In teoria la Tefillah individuale potrebbe bastarci, così come uno può decidere di rinunciare a bere durante il pasto. Egli si nutre lo stesso mangiando. In realtà verrebbero a mancargli i sali minerali che l’acqua fornisce e digerirebbe in modo più difficoltoso. Analogamente chi prega privatamente ma si astiene dal partecipare alla Tefillah pubblica perde gran parte della propria esperienza.
I nostri Maestri richiamano l’espressione: be-rov ‘am hadrat melekh. Letteralmente significa: “Se c’è moltitudine di popolo, il Re è onorato”. Ma se leggiamo hadrat in aramaico anziché in ebraico, può essere tradotta: “Se c’è moltitudine di popolo, il Re torna” sulla propria decisione. Solo la Tefillah pubblica ha la forza di far recedere H. da eventuali condanne già pronunciate contro di noi. Quattro sono i motivi per i quali la nostra Tefillah non sempre viene accolta. 1) H. ci può dire: “Ciò che chiedi ti fa male”. In tal caso è difficile che la forma pubblica della preghiera possa esserci di beneficio. 2) La seconda eventualità è che H. ci dica semplicemente: “Provvederò a te più tardi. Ora non è il momento”. Se ci presentiamo con una class action, sappiamo bene che l’Ufficio cui ci rivolgiamo, messo sotto pressione collettiva, potrebbe cambiare idea e accorciare i tempi. 3) La terza evenienza è che H. ci dica: “Non te lo meriti”. Anche in questo caso, se ci presentiamo in gruppo i difetti di uno saranno compensati dai pregi di un altro e la chance che la nostra richiesta sia accolta cresce notevolmente. 4) Infine H. potrebbe dirci, come un buon padre: “Se compero il gelato a te, sarei ingiusto verso tutti i tuoi fratelli che non sono qui e non lo ricevono”. Cosa si fa in questo caso? Si va dal Padre insieme a tutti i nostri fratelli! Che H. ci aiuti a partecipare sempre alla Tefillah nel Bet ha-Kenesset wimallè kol mish’alot libbenu le-tovah.

È permesso mettere un recipiente pieno di acqua o di un altro liquido freddo in vicinanza di una fonte di calore per stiepidirlo. E’ indispensabile però che il liquido si trovi ad una distanza tale da non potere scaldarsi tanto da raggiungere una temperatura di 40-45° (a seconda delle opinioni), anche se ciò si verificherebbe lasciandolo per un tempo superiore a quello effettivo. Infatti i Maestri hanno decretato di non lasciare il recipiente in vicinanza di una fonte di calore che possa portare il liquido alla temperatura proibita, anche se si intende lasciare il recipiente solo per poco tempo, dal momento che ci si potrebbe dimenticare, e trascorrendo ulteriore tempo potrebbe scaldarsi eccessivamente. Per questo è necessario fare molta attenzione, senza fare calcoli affrettati.

Qual è il principale problema di un homeless? Non essere in grado di osservare la Mitzwah della Mezuzah e del Ma’aqeh (il parapetto sul tetto), perché non ha una casa. I nostri Maestri insegnano che i beni materiali ci vengono forniti affinché possiamo osservare le Mitzwòt ad essi legate. Questo deve essere sempre il nostro primo pensiero. Quando acquistiamo una casa nuova dobbiamo anzitutto pensare all’opportunità che ci viene data di collocarvi la Mezuzah. Quando comperiamo un vestito nuovo pensiamo all’occasione di mettervi lo Tzitzit (sempre che abbia quattro angoli). Se prendiamo un nuovo campo pensiamo alle Mattenot ‘Aniyim che la Torah prescrive di dare sul prodotto. Solo in un secondo momento potremo unire al pensiero “sacro” quello del godimento “profano”, come se fosse una Tossefet me-chol ‘al ha-qodesh.
Questo ci consente di comprendere meglio il primo Rashì della Parashat Mishpatim. Se fosse stato scritto Elleh ha-Mishpatim ciò che segue rinnegherebbe ciò che precede, ovvero i Dieci Comandamenti. Ma dal momento che la Parashah comincia con We-elleh ha-Mishpatim, la waw ha-chibbur unisce ciò che segue a ciò che abbiamo letto la scorsa settimana in un unicum ideale: come i Dieci Comandamenti sono stati dati sul Sinai, così gli argomenti di oggi sono stati trattati sul Sinai. Ecco che la nostra Parashah che si occupa di tante piccole questioni materiali che riguardano buoi, asini, custodia di oggetti, ecc. trae la sua ispirazione e si pone sullo stesso piano dei Dieci Comandamenti dati sul Monte Sinai. Rashì continua spiegando che il Bet Din che dirime queste controversie doveva avere sede presso l’Altare, alla cui costruzione erano dedicati gli ultimi versi della Parashah scorsa. Sappiamo in effetti che il Sanhedrin aveva sede nella Lishkat ha-Gazit del Bet ha-Miqdash, ma non esattamente presso l’Altare. L’accostamento non è geografico, ma ideale. Si vuol dire piuttosto che anche il più terreno degli interessi ha una sua natura religiosa e come tale deve essere affrontato.
Nel seguito della Paraashah è scritto: “Non ritardare la consegna delle decime. Dàmmi il primogenito dei tuoi figli” (22,28). Può essere interpretato allegoricamente: Nel raccogliere i prodotti del campo metti il tuo primo pensiero per Me senza indugio. Il primo pensiero (bekhor) di ogni tuo progetto (banim, “figli” come bonim, “costruttori”) deve essere dato a Me, ovvero alle Mitzwòt che comporta. Solo allora “così farai al tuo bue e al tuo gregge” (v. 29), cioè solo allora potrai fare concessioni all’animalità e alla materialità che è in te.
Infine, il Passuq conclude dicendo: “per sette giorni (l’animale neonato) starà con sua madre e nell’ottavo me lo potrai offrire in sacrificio”. Non mi soffermerò sul significato del numero otto, che rappresenta il soprannaturale rispetto al sette, numero della natura (Maharal di Praga). Dirò soltanto che c’è un’altra Mitzwah simile a questa che riguarda non gli animali ma gli uomini: il Berit Milah. C’è però una differenza: mentre per gli animali il sacrificio all’ottavo giorno è una semplice facoltà, la Milah dell’essere umano all’ottavo giorno è un obbligo. Il regno animale non conosce il concetto di obbligo, ma solo quello di desiderio. L’obbligo caratterizza invece gli uomini, dotati della capacità di assumersi responsabilità. E’ quello che l’obbligo della Milah ci insegna. Fin dall’ottavo giorno.

La parashah di Yitrò contiene i dieci comandamenti e dei principi generali, con la parashah di Mishpatim la Torah inizia a sviluppare i particolari.

L’apertura di questa sequela di mitzwot è dedicata allo schiavo ebreo. Lo schiavo manterrà questa condizione per sei anni, e al settimo sarà liberato. Se tuttavia, per amore del padrone, di sua moglie e dei suoi figli, rinuncia alla propria libertà, verrà condotto davanti ai giudici e gli verrà forato l’orecchio. Perché, visto che ci sono 613 mitzwot nella Torah, iniziare da qui un codice di leggi? La risposta è ovvia. Il popolo ebraico è appena uscito dalla schiavitù egiziana. Tutto questo deve avere una ragione, e H. sapeva che sarebbe avvenuto, come aveva predetto ad Avraham nel berit ben ha-betarim nel libro di Bereshit. Era evidentemente necessario che questa fosse la prima esperienza collettiva del popolo ebraico.

D. ha sempre ricercato, sin dagli albori, la libera adorazione degli esseri umani, ma questi hanno abusato della libertà concessa. Adamo ed Eva, Caino, la generazione del diluvio, quella della torre di Babele sono incappati tutti nello stesso errore. Era inevitabile ricominciare, questa volta non con tutta l’umanità, ma con una famiglia. Sarebbero divenuti i pionieri della libertà, ma la libertà è difficile. Ognuno desidera e cerca la propria libertà, ma è disposto a negare la libertà altrui quando questa confligge con la nostra. Ciò è talmente tanto vero che in appena tre generazioni i pronipoti di Abramo sono disposti a vendere il proprio fratello come schiavo. La tragedia non finisce sino a quando Yehudah si dichiarò pronto a rinunciare alla propria libertà per mettere in salvo il fratello Byniamin. E’ necessaria l’esperienza collettiva della schiavitù egiziana, che il popolo ebraico non dovrà dimenticare mai, per forgiare un popolo che non avrebbe più trasformato in schiavi i propri fratelli, un popolo capace di costruire una società libera, la più dura conquista per l’umanità.

Non ci dobbiamo pertanto stupire che le leggi sulla schiavitù abbiano una posizione enfatica. Ci saremmo dovuti anzi meravigliare del contrario. Ma, se D. non vuole la schiavitù, se la considera un affronto alla condizione umana, perché non abolirla immediatamente? Perché ha consentito che la schiavizzazione, anche se limitatamente e con molti paletti, proseguisse? Il Signore, che può operare miracoli inenarrabili nell’ambito naturale, non può cambiare la natura umana? In certi contesti è onnipotente ed in altri è, se è possibile dirlo, impotente? La libertà non è facile. Negli studi sociali è una tematica molto affrontata. Per essere liberi è necessario che non vi sia un surplus di leggi, di modo tale da permettere agli individui di scegliere liberamente, ma le persone non fanno sempre la scelta giusta. Il modello economico tradizionale, secondo cui le persone, se lasciate libere di scegliere, si comporteranno razionalmente, è superato. Gli uomini sono anzi profondamente irrazionali. Gli studiosi ebrei hanno dato importanti contributi per affermare questa idea. Ad esempio siamo influenzati dal desiderio di conformarci, anche quando sappiamo che gli altri stanno sbagliando. Anche in ambito economico spesso si calcolano male gli effetti, e a volte non è possibile riuscire a determinare le nostre motivazioni.

Come fare allora? Come si possono evitare danni salvaguardando la libertà di scelta? E’ possibile influenzare la volontà delle persone anche obliquamente. Per esempio in un bar, se vogliamo che le persone abbiano un’alimentazione sana, si potranno mettere i cibi sani all’altezza degli occhi, ed il cibo spazzatura in luoghi meno accessibili. In questo modo è possibile regolare la cosiddetta architettura di scelta delle persone. Questo è quello che avviene per la schiavitù. D. non la abolisce, ma la circoscrive così tanto da avviare un processo che prevedibilmente, anche se ci vorranno molti secoli, condurrà al suo spontaneo abbandono. Per via delle limitazioni che la Torah impone, la schiavitù diviene una condizione temporanea dell’uomo, che viene vissuta come un’umiliazione, piuttosto che un destino ineluttabile scritto nella natura umana. Perché questa strategia? Perché gli uomini devono decidere liberamente se abolire la schiavitù. Costringere le persone ad essere libere è sbagliato. Il presupposto di Rousseau nel Contratto sociale ha portato in breve tempo al regno del terrore.

D. può modificare la natura, ma sceglie di non cambiare la natura umana. L’ebraismo è fondato sul principio della libertà umana. Per questo D. non abolisce la schiavitù, ma attraverso le indicazioni della Torah modifica la nostra architettura di scelta mostrandoci la strada. Per abolirla coscientemente ci vorrà del tempo, in America è servita una sanguinosa guerra civile, ma è successo.

A volte D. ci dà una indicazione. Il resto spetta a noi.

La libertà va conquistata (da una derashah di Rav Sacks)

La storia di Pesach è una narrazione molto antica e grandiosa, che narra di come un popolo abbia sperimentato l’oppressione e sia stato condotto alla libertà, dopo un lungo viaggio attraverso il deserto. Questa storia è stata fonte di ispirazione per molti nel mondo occidentale. Durante il Seder di Pesach leggiamo il famoso insegnamento, riportato a nome di R. Gamliel, secondo il quale chi non parlava del qorban Pesach, della matzah e del Maror non aveva adempiuto al proprio obbligo. Il motivo per cui sono stati decisi questi elementi è evidente: il sacrificio pasquale rappresenta la libertà, le erbe amare, per via del loro sapore, rappresentano la schiavitù. Il pane azzimo combina i significati. Era il pane che i nostri padri mangiavano in Egitto, quando erano schiavi, è il pane che mangiarono quando uscirono dall’Egitto da uomini liberi. Non solo il simbolismo, ma anche l’ordine in cui gli elementi compaiono è interessante. E’ strano che i simboli della libertà precedano quelli della schiavitù. Ci saremmo di certo aspettati il contrario. La risposta che viene data è che la schiavitù è veramente amara solo per chi conosce la libertà. Chi dimentica la libertà, prima o poi si abituerà alla schiavitù. Non c’è peggior esilio della dimenticanza di essere in esilio. Per comprendere la libertà, dobbiamo capire anzitutto che significa non essere liberi. La stessa libertà, come è noto, ha varie dimensioni, che sono riflesse in ebraico da due diversi termini, chofesh e cherut, “libertà da” e “libertà di”. La prima è la libertà che uno schiavo acquisisce quando viene liberato. Non si è più soggetti alla volontà di qualcun altro. Ma questa libertà non è sufficiente per costruire una società libera. Un mondo in cui ciascuno può fare quello che vuole sfocia facilmente nell’anarchia e poi nella tirannide. Questa liberazione è solo l’inizio della libertà, non la sua destinazione finale. Il secondo tipo di libertà è la libertà collettiva, in cui la mia libertà rispetta la tua. Una società libera è una conquista di carattere morale, alla quale la Torah tende. Esercizio della giustizia e della compassione, nel riconoscimento della sovranità di D. e dell’integrità del creato. Il messaggio di Pesach è potente ancora oggi: il predominio del diritto sul potere; l’idea che la giustizia appartiene a tutti, non a qualcuno; l’uguaglianza di tutti gli esseri umani sotto D. Ci vollero molti secoli perché questa visione venisse condivisa dalle democrazie occidentali, e, nostro malgrado, non ci sono garanzie che rimarrà così. La libertà è una conquista morale, e se non c’è uno sforzo educativo continuo, si atrofizza. Questi messaggi, che risalgono ad alcune migliaia di anni fa, sono oggi più che mai attuali.

Pesach kasher wesameach a voi e ai vostri cari.

Rav Ariel Di Porto

aprile 2018 – nissan-yiar 5778

La grandezza della normalità

La parashah di Yitrò, sebbene contenga la narrazione della più grande rivelazione divina della nostra storia sul monte Sinai, si apre con un preambolo estremamente umano, quando Yitrò, sacerdote di Midian, si reca da Mosheh. Quanto Yitrò vide infatti fu fonte di grande preoccupazione, poiché Mosheh guidava il popolo da solo, e ciò poteva avere delle conseguenze negative per il popolo e per Mosheh stesso. Yitrò pertanto consiglia di delegare l’amministrazione del potere, occupandosi solo dei casi più difficili.

E’ interessante notare che Yitrò definisce il comportamento di Mosheh “lo tov”, espressione che compare solamente in un altro passo della Torah, quello che prelude alla creazione della donna (Bereshit 2,18 “lo tov eiot adam levaddò – non è bene per l’uomo essere solo”). Il messaggio è chiaro: sia l’amministrazione del potere che la nostra stessa esistenza non possono proseguire rimanendo soli. Questo è uno dei principi fondamentali dell’antropologia biblica. Il termine che designa la vita, chayim, è plurale. La vita è essenzialmente condivisa. Concepire la vita religiosa come un fatto personale, solamente intimo, è un pensiero alieno alla visione ebraica.

Il discorso di Yitrò tuttavia presenta una difficoltà, rilevata dal Netziv. E’ assolutamente evidente come la nuova costruzione possa portare giovamento a Mosheh, aveva troppo lavoro da svolgere. Ma quello che è meno comprensibile sono le ultime parole di Yitrò, che dice che in questo modo le persone torneranno in pace. Loro non erano esauste. Il sistema di delega non li avrebbe avvantaggiati, anzi, sarebbero stati ascoltati, ma non da Mosheh in persona. Come sarebbe quindi considerabile un vantaggio? Il Netziv cita un brano del Talmud in massekhet Sanhedrin (6b) sul bitzua’, ciò che sarebbe stato poi chiamato pesharah, il compromesso. Il giudice in questo caso cerca una soluzione basandosi sull’equità piuttosto che sull’applicazione rigorosa della legge. Si tratta di una modalità di risoluzione del conflitto in cui entrambe le parti ottengono qualcosa, diversa dall’amministrazione della giustizia in cui uno vince e l’altro perde.

Il Talmud si chiede se questo sistema sia da adottare o da evitare, e su questo punto emergono posizioni divergenti; R. Eli’ezer, figlio di R. Yosè ha-Galilì ritiene che sia vietato comportarsi in questo modo. Yqqov ha-din et ha-har – che la legge buchi la montagna. Questo era il modo di comportarsi di Mosheh. Aharon invece amava e perseguiva la pace. Un altro Maestro pensava invece, basandosi su un verso del profeta Zekhariah, che fosse corretto comportarsi così, perché giustizia e pace non vanno a braccetto. Dove c’è giustizia non c’è pace, dove c’è pace non c’è giustizia.

Per trovare una forma di giustizia che conviva con la pace abbiamo bisogno del compromesso. La halakhah, come è risaputo, segue questa ultima opinione. Bisogna cercare la mediazione, ma con una importante limitazione, che il giudice non sappia ancora chi ha ragione e chi ha torto. L’incertezza iniziale del giudice è quello che permette l’avviamento della procedura di mediazione. Cercare il compromesso quando al giudice è chiaro chi ha ragione vorrebbe dire sopprimere la giustizia. Tornando alla nostra storia il Netziv ritiene che Mosheh preferisca la rigida giustizia alla pace. Non cercava compromessi. Inoltre, essendo un profeta, sapeva all’istante chi aveva veramente ragione. Per questo non aveva la possibilità di mediare. Il sistema di delega avrebbe portato nell’amministrazione della giustizia persone comuni, che proprio perché persone comuni avrebbero proposto soluzioni eque soddisfacenti per le parti in causa. Entrambi guadagnano ed entrambi credono che il risultato ottenuto sia giusto. Questa è l’unica giustizia che porta pace, e in questo senso la società ne trae giovamento. Mosheh è Yish ha-Eloqim, ma c’è qualcosa che non può fare e che altri, neanche lontanamente paragonabili a lui, potevano fare. Potevano portare ad una risoluzione non violenta dei conflitti. Non conoscendo intuitivamente la verità dovevano essere pazienti, ascoltare le parti, ed arrivare ad una soluzione che soddisfacesse tutti. Un mediatore ha caratteristiche differenti da un giudice, un profeta, o un salvatore, ma a volte la sua presenza si rivela assolutamente necessaria. Questo non significa sminuire la figura di Mosheh. Vuol dire piuttosto che nessuna figura ha da sola tutte le virtù necessarie per sostenere un popolo. Un sacerdote non è un profeta, un capo militare non può essere al contempo un uomo di pace. Non possiamo vivere da soli.

L’ebraismo non è una questione individuale. E’ una fede sociale, basata su reti di relazioni, familiari, comunitarie, nazionali. Ognuno di noi, grande o piccolo che sia, può ritagliarsi il suo spazio. Ognuno di noi ha qualcosa da dare alla collettività.

Hilkhot Bishul – III parte

E’ permesso versare dell’acqua calda, persino da un kelì rishon (recipiente che si trova o sia stato in precedenza su una fonte di calore), su dell’acqua fredda. In generale infatti si dice che “tachton gover – l’inferiore predomina” sul superiore e lo raffredda. La situazione contraria tuttavia comporta una trasgressione. Versando infatti dell’acqua fredda su dell’acqua calda, quest’ultima scalda l’acqua fredda. Se però l’acqua si trova in un kelì shenì (secondo recipiente, che non è stato su una fonte di calore),anche se il liquido in esso contenuto è caldo (con una temperatura superiore ai 40- 45 gradi, a seconda delle opinioni), è permesso versarvi dell’acqua fredda. Alcuni permettono anche di versare acqua fredda in grande quantità in un kelì rishon, perché essendo in quantità maggiore rispetto all’acqua calda non sarà possibile scaldarla, ma verrà solamente intiepidita. Infatti l’acqua fredda si mescolerà istantaneamente con l’acqua calda raffreddandola. Quanto detto è applicabile unicamente nel caso in cui l’acqua fredda venga versata tutta assieme, ma se viene versata a poco a poco è proibito, perché la poca acqua fredda versata viene immediatamente scaldata, e il fatto che successivamente, continuando a versare, si raffreddi, non è rilevante.