Vita di scuola, scuola di vita

Come sottolinea lo Sfat Emet, uno dei temi centrali di Rosh Hashanah è il cambiamento. Nel giorno di Rosh Hashanah tutto sembra possibile: Yosef esce di prigione, Sarah non è più sterile, finisce la schiavitù d’Egitto. Per me questo Rosh Hashanah ha segnato il passaggio dalla consulenza risorse umane e le scuole di management (formazione, coaching, organizzazione, consulenza strategica), alla direzione della Scuola Ebraica di Torino, una realtà vivace, caratterizzata dalla qualità della didattica e dall’attenzione offerta ad ogni allievo, in cui non mancano, naturalmente, le complessità da gestire. Ma nulla accade per caso e, dopo aver contribuito allo sviluppo di diverse organizzazioni pubbliche e private, ora ho l’occasione di mettere a frutto la mia esperienza e le mie competenze in ambito comunitario.

Nel prepararmi ad affrontare le sfide del nuovo ruolo ho cercato di prendere spunto dal periodo festivo che stiamo vivendo. Dall’eterea spiritualità di Rosh Hashanah e Yom Kippur in cui, secondo alcuni, ci “travestiamo” da figure angeliche, siamo ormai arrivati a Sukkot che sembra riportarci alla concretezza del mondo terreno e prepararci al rientro nella quotidianità della vita ordinaria. Se Rosh Hashanah rappresenta il nostro venire al mondo, o la nostra ri-creazione e quindi anche il nostro collegamento con le nostre radici, i nostri valori più profondi e la nostra storia, a Sukkot impariamo a stare insieme nella sukkah, accogliendo la diversità di ciascun individuo; rimaniamo in piedi tenendo in mano con fierezza le “risorse” che D-o ci ha concesso, come interpreta S. R. Hirsch la Mizwah del Lulàv e, anche se siamo pienamente in contatto con la fragilità dell’esistenza (la sukkah), tuttavia dichiariamo che si tratta del “tempo della nostra gioia” (zeman simhatenu). Così ci prepariamo all’ingresso nella vita di tutti i giorni. Questo, credo, è ciò che dovrebbe contribuire a fare una scuola ebraica: creare dei legami profondi con i nostri valori e le nostre radici, favorire la consapevolezza dei nostri limiti ma anche del potenziale straordinario di cui siamo portatori, insegnare a stare insieme nel rispetto dell’altro e a capire che la “simhà” (gioia), più volte menzionata dalla Torà, è qualcosa che coinvolge sempre anche il prossimo, in particolare coloro che rischiano di rimanere ai margini della società.

In sintesi: preparare gli studenti a vivere la vita con pienezza, assumendo la responsabilità dei propri talenti. Si tratta certamente di un progetto ambizioso, che per la sua realizzazione ha bisogno del contributo e del supporto dell’intera Comunità. E’ una responsabilità collettiva. A tale proposito, colgo l’occasione per ringraziare tutti per l’accoglienza che mi è stata riservata. Il vostro sostegno è per me una fonte preziosa di energia ed entusiasmo per affrontare le sfide quotidiane in questo intenso periodo di cambiamento.

Mo’adim le Simhà

Marco Camerini

Le chiavi della nostra storia

Nelle settimane che precedono Tish’à beAv si leggono delle haftarot speciali, dei brani fra i più toccanti della letteratura profetica, i primi due tratti dalla prima parte del libro di Geremia e l’ultimo, che è il primo capitolo del libro di Isaia. Durante queste settimane ci rendiamo conto con chiarezza della forza delle loro parole.

Rav Sacks in un suo scritto su Tish’à beAv dedica una riflessione ai caratteri distintivi della profezia: i profeti non detenevano il potere, spesso non erano sacerdoti, e non avevano alcun ruolo ufficiale. Sovente erano impopolari e inascoltati. L’unica eccezione chiara è Giona, che si rivolgeva però a dei non ebrei, i cittadini di Ninive. Eppure il messaggio dei profeti è diventato uno degli elementi maggiormente caratterizzanti del Tanakh. La loro critica sociale ha un profondo valore ancora oggi. Mentre il potere di un re si esaurisce quando muore, l’influenza del profeta inizia con la sua morte.

I profeti non predicevano il futuro. Il mondo antico era popolato da personaggi che predicevano il futuro, ma la Torah vieta questa pratica con veemenza. Non crede in queste pratiche perché crede nella libertà dell’uomo. Il futuro non è scritto, dipende dalle nostre scelte. Una previsione che si realizza è riuscita, ma una profezia che si avvera è un fallimento. Il profeta descrive il futuro che verrà se non percepiamo il pericolo e non ci ravvediamo.

I profeti sono stati i primi a vedere D. nella storia. Vi sono tanti modi di concepire il tempo, quello ciclico, quello lineare, come inesorabile sequenza di causa ed effetto, il tempo come sequenza di eventi; queste concezioni dominano la biologia, la fisica, gli studi storici. I profeti hanno visto nel tempo l’arena dove si svolge il dramma del rapporto fra D. e l’umanità, in modo particolare Israele. Se Israele avesse tenuto fede alla sua alleanza, sarebbe fiorito, mentre se fosse venuto meno all’impegno, avrebbe patito la sofferenza e l’esilio.

I profeti hanno poi intuito che vi è un legame inscindibile fra monoteismo e morale. L’idolatria non è solo falsa, ma anche corruttrice. Secondo questa visione, profondamente distorta, la storia è lo scontro di una serie di poteri, nel quale il più forte vince. L’aspetto determinante per i profeti, rapportandosi ai destini dell’umanità, non è la forza di D., ma la Sua giustizia. L’ultima grande intuizione profetica è quella del primato dell’etica sulla politica. I profeti parlano molto raramente di politica, ma sanno una cosa, che la forza di Israele non dipende da fattori militari o demografici, ma da aspetti morali e spirituali.

Geremia è passato alla storia come profeta di sventura, ma dà anche un messaggio di speranza: il Signore che ha condannato Israele all’esilio lo riporterà a casa. È possibile perdere la fiducia negli esseri umani, ma non in D.

La profezia è terminata all’epoca del secondo tempio, ma il messaggio profetico continua ad essere vero, divenendo pertanto una chiave di lettura fondamentale, che dobbiamo sempre tenere a mente, per interpretare la nostra tormentata storia.

Rav Ariel Di Porto

Una festa, molte domande

La festa di Shavu’ot presenta molti aspetti enigmatici. Come è noto la Torah la pone al termine del conteggio dell’omer, senza indicarne la data. Sino a quando la fissazione del calendario è stata stabilita in base all’osservazione diretta (IV sec.), Shavu’ot, caso unico fra le feste ebraiche, poteva cadere il cinque, il sei o il sette di Sivan. Lo stesso giorno in cui iniziare il conteggio dell’omer era oggetto di una feroce controversia, ai tempi del secondo tempio, fra Sadducei e Farisei. La Torah infatti fa iniziare il conteggio “mimachorat ha-Shabbat – all’indomani dello Shabbat”, quando sino al verso precedente stava parlando di Pesach! Di quale Shabbat si parla? Del sabato, come sostenevano i Sadducei, o del primo giorno di Pesach? Per i Sadducei il conteggio iniziava sempre di domenica e di conseguenza Shavu’ot cadeva sempre di domenica. Anche il significato principale della festa non è esplicitato nella Torah. Mentre per Pesach e Sukkot è evidente, e sono presenti al contempo motivi storici e agricoli, per Shavu’ot troviamo riferimenti alla vita agricola (mietitura-offerta delle primizie), ma non un accenno esplicito al dono della Torah.

Il celebrare dei momenti all’interno del calendario agricolo non è una invenzione ebraica. Tanti altri popoli hanno fatto altrettanto. La novità si ha quando alla visione ciclica del tempo si sovrappone quella storica. Il tempo è una storia in continua evoluzione. Per i Farisei, che si basavano sulla tradizione orale, il legame fra Shavu’ot e il dono della Torah è chiaro. Ma per i Sadducei, ancorati alla tradizione scritta, qual era il senso della festa? Rav Sacks riporta un passaggio di una discussione nel trattato di Menachot (65a), nel quale i Sadducei, per i quali Shavu’ot cadeva sempre di domenica, spiegano il loro punto di vista: Shavu’ot offre l’opportunità di avere un week-end lungo.

Questa affermazione è molto interessante per comprendere il punto di vista dei Sadducei, in generale legati alla terra, in quanto proprietari terrieri ed agricoltori, e alle istituzioni statali. Shavu’ot giunge alla fine di un periodo molto intenso nei campi, ed un riposo aggiuntivo, oltre a quello sabbatico, diviene provvidenziale. Secondo vari studiosi per i Sadducei Shavu’ot è la festa dell’ingresso in Eretz Israel. Si celebra il momento in cui, terminate le peregrinazioni nel deserto, gli ebrei prendono possesso della terra e ne mangiano i frutti, come narrato nel libro biblico di Giosuè. Questo spiega perché i Sadducei, dopo la distruzione del tempio si sono disgregati rapidamente. Come far sopravvivere una visione del mondo incentrata sulla terra e sulle istituzioni statali, quando queste non ci sono più, e non ci saranno per duemila anni? Il punto di vista farisaico è ben differente: al centro è la Torah data nel deserto. Questa discriminante ha permesso di resistere a due millenni di diaspora e gioire doppiamente, per il dono della Torah e per il ritorno in Israele.

Rav Ariel Di Porto