Parashah Bo 5778 – Fare domande serve

Non è un caso se uno dei momenti più alti della storia ebraica, l’uscita dall’Egitto, presenta per ben tre volte il tema dei bambini, delle loro domande e dell’obbligo dei genitori di educarli. Per difendere un paese è necessario avere un buon esercito, per difendere una cultura serve istruzione. La libertà va salvaguardata e non va presa per scontata. Le sfide che i nostri padri hanno affrontato assieme agli ideali che li hanno ispirati devono essere trasmessi, altrimenti rischiano seriamente di essere persi per strada. Le domande della parashah di Bò sono diventate famose perché sono entrate a far parte della haggadah di Pesach. Quello che emerge è che i bambini devono porre delle domande, e questo aspetto è confluito anche negli aspetti legali del Seder di Pesach. Non vi è nulla di naturale in tutto ciò, anzi possiamo dire che va contro l’evoluzione della storia e della cultura umane. La maggior parte delle culture vedono come compito del genitore e dell’insegnante istruire i giovani e guidarli, ma ciò che è richiesto ai bambini è principalmente obbedire. Socrate, che passò la sua vita ad insegnare a porre domande, venne condannato dagli ateniesi perché corrompeva i giovani. Nel mondo ebraico non è così: i bambini crescono ponendo delle domande e noi abbiamo l’obbligo di istruirli in questo senso. I personaggi biblici pongono domande che mettono in crisi la fede stessa: “il giudice di tutta la terra non fa giustizia?” chiede Avraham, “Perché hai fatto del male a questo popolo? “chiede Mosheh, “Perché il malvagio prospera?” chiede Yermihau. Il più grande riconoscimento in una yeshivah è quello di aver posto una buona domanda, non aver dato una buona risposta. Al ritorno dalla scuola non dovremmo chiedere ai nostri figli “cosa hai imparato?” ma “hai posto una buona domanda?” L’ebraismo non incoraggia l’obbedienza cieca. Anzi in un sistema dominato dalle 613 mitzwot, non esiste una parola per designare l’obbedienza. Nell’ebraico moderno si è dovuto prendere in prestito un termine aramaico, lezayiet. Il nostro compito non è quello di obbedire, ma di comprendere la volontà divina. Perché è così? Perché crediamo che il più grande dono che l’umanità ha ricevuto sia l’intelligenza. La prima richiesta che formuliamo nella ‘amidah è per la conoscenza, la comprensione e il discernimento. Quando si vede un grande sapiente non ebreo dobbiamo recitare una berakhah speciale. Non solamente si deve riconoscere che esiste sapienza anche presso gli altri popoli, ma si deve ringraziare D. per questo. Quanta distanza dalla gretta mentalità che nei secoli, e anche oggi, ha perseguitato e annientato intere culture! Lo storico Paul Johnson considera l’ebraismo rabbinico una macchina sociale altamente efficace per la produzione di intellettuali. L’ebraismo si è sempre focalizzato sullo studio, ha considerato quest’ultimo superiore alla preghiera, la vocazione più alta della vita religiosa. Molto però dipende da come si studia. In questo momento cruciale della storia ebraica Moseh dice che la trasmissione non deve avvenire in modo autoritario. Si deve incoraggiare a chiedere, analizzare, esplorare. Chi ha fiducia nella propria fede non deve temere delle domande. Chi non ha fiducia, ha segreti e sopprime i dubbi, ha solo paura. Non ogni domanda, certo, ha una risposta che possiamo comprendere subito. Alcune cose le capiremo con il tempo e l’esperienza, altre le capiremo affinando il nostro intelletto, altre ancora forse non le capiremo mai. Chiedendo ai figli di chiedere l’ebraismo ha mostrato di essere la fede che nella storia ha onorato maggiormente il dono dell’intelligenza umana.

Legami famigliari

Moshe Leib di Sassov, uno dei grandi Maestri del Chassidismo, insegna che se vogliamo evitare le trasgressioni dobbiamo iniziare ogni giornata al mattino con il compimento di una Mitzwah. In questo modo ci eleviamo rispetto ai nostri interessi personali e ci concentriamo sui nostri doveri. Quale Mitzwah? Ci sono le Mitzwòt beyn Adàm la-Maqom, che regolano i nostri rapporti con D. e quelle Beyn Adàm la-Chaverò, “fra l’uomo e il suo prossimo”. La differenza fra i due gruppi –spiega- consiste nel fatto seguente: per riuscire davvero nel primo gruppo occorre eseguire la Mitzwah completamente in Nome del Cielo, altrimenti non si riconosce che l’abbiamo compiuta; nel caso degli obblighi verso il prossimo, invece, anche se proprio l’intenzione non era completa la Mitzwah si riconosce già dal risultato concreto: abbiamo aiutato il prossimo, che beneficia della nostra azione. La mattina presto siamo ancora assonnati, anche spiritualmente, pertanto non è facile avere tutta la vigilanza necessaria per uscire d’obbligo beyn adàm la-Maqom. Ecco pertanto che la prima Mitzwah dev’essere beyn adàm la-chaverò, rivolta al bene del prossimo.

Moshe Leib impara tutto questo da un versetto della Parashat Bo. Dopo l’Uscita dall’Egitto H. si rivolge a Moshe e gli dice: Qaddesh li khol bekhor peter kol rechem bi-vnè Israel, “SantificaMi ogni primogenito che inaugura l’utero fra i figli d’Israel” (Shemot 13,2). Il primogenito –spiega- è la prima azione della giornata, perché ogni nuovo giorno rappresenta per noi una rinascita. La prima azione della giornata deve essere “santa”: una Mitzwah. “Utero” si dice in ebraico rechem, connesso con rachamim che significa “misericordia, amore”. Da qui l’idea che la prima azione quotidiana deve essere di amore verso i figli d’Israel, cioè verso il nostro prossimo. Alma, Tu ti trovi oggi all’alba della Tua vita adulta. Hai l’occasione di inaugurare questa nuova giornata della Tua vita con una buona azione verso il prossimo. A questo punto non Ti resta che scegliere quella che più Ti aggrada.

Lo Shabbat è il giorno settimanale che più e meglio dedichiamo a coltivare questo genere di legami: con i nostri famigliari, con i nostri amici, con i nostri Maestri. E’ per fare la differenza fra spirito e materia, fra i legami affettivi e spirituali da un lato e i nodi fisici dall’altro che la Halakhah annovera questi ultimi fra i divieti dello Shabbat.

Fare e disfare nodi (qosher u-mattir) sono due Melakhot proibite di Shabbat. La Torah proibisce i nodi professionali (doppi nodi) durevoli. Il divieto rabbinico è esteso a: a) qualsiasi doppio nodo (qesher ummàn o qesher gamùr), anche se provvisorio: si intende per provvisorio quello destinato a essere sciolto in giornata; b) qualsiasi nodo anche semplice se destinato a rimanere (qesher shel qayyamà). In pratica per essere permesso il nodo deve avere entrambe queste condizioni: essere un nodo semplice o “a farfalla” e essere destinato a sciogliersi in giornata.

I divieti comprendono anche i nodi eseguiti fra le due estremità dello stesso laccio, corda o cinghia.

Qualsiasi nodo che non può essere fatto, non può neppure essere disfatto.

Non è permesso legare fra loro le due maniglie di una borsa di plastica se questa non è destinata a essere riaperta in giornata: p.es. il sacco del pattume. Non è permesso slegare un nodo del genere: p. es. per aprire un sacco di caramelle. Per accedere al contenuto si romperà la confezione.

Come è proibito fare un nodo ex-novo, è proibito anche rinforzarne uno già esistente. Pertanto se di Shabbat mattina quando si indossa il Tallit prima della Tefillah ci si avvede che i nodi degli Tzitziyyot si sono allentati non si possono stringere.

E’ lecito annodare la cravatta, perché si tratta di un nodo “a farfalla” destinato a essere sciolto in giornata.

E’ lecito allacciare le scarpe con un nodo “a farfalla”, perché è destinato a essere sciolto in giornata, ma non mediante un doppio nodo. Se la farfalla si è nel frattempo accidentalmente complicata in un doppio nodo, può all’occorrenza essere sciolta comunque per evitare il disagio (tza’ar).

Si usa permettere li-khvod ha-Torah di legare con una farfalla la fascia del Sefer Torah anche dopo la lettura della Parashah di Minchah, sebbene non sia ormai destinata a essere sciolta in giornata.

Unire fra loro due lembi dell’abito mediante un ago o una spilla, perché si è lacerato o semplicemente per bellezza, è permesso a condizione che lo infilzi non più di due volte, perché tre sarebbe considerato atto professionale. Se però sa già che lo scioglierà in giornata, è permesso secondo alcuni anche infilzarlo tre volte.

Alma, hai un nome speciale perché ha un significato beneaugurante sia in latino che in ebraico. In latino significa “colei che dà da mangiare, nutrice”. In ebraico è connesso con ‘olam che allude sia al “mondo” che all’”eternità”. Da ogni parte del mondo i Tuoi cari sono giunti a festeggiarTi, con l’augurio che la Tua felicità di questo giorno duri per l’eternità.

Purim locali delle comunità italiane

Nel tredicesimo numero di Torat Chayim Rav Nello Pavoncello dedica un articolo ai Purim locali delle comunità italiane. In tempi più recenti si sono interessati del tema Rav Amedeo Spagnoletto, Roberto Salvadori, che hanno scritto sulla notte degli Orvietani, o Purim Shenì di Pitigliano, e Pier Cesare Yoli Zorattini, che ha scritto sui Purim di Padova. Il primo di questi Purim, sembra essere quello di Siracusa, del XV sec. Sul tema si segnala l’articolo di Dario Burgaretta, Il Purim di Siracusa alla luce dei testi manoscritti, pubblicato in Materia Giudaica XI/1-2 (2006). Il fenomeno non riguarda solamente l’Italia ebraica, ma coinvolge anche il nord Africa, la Turchia, il Medio Oriente: Ariel Viterbo ne trae l’impressione che si tratti di un fenomeno mediterraneo.

Partiamo dalla fine: Rav Pavoncello concludendo l’articolo scrive: “Sarebbe augurabile che i Purim locali non siano dimenticati o che siano ripristinati nelle comunità non del tutto estinte, affinché il ricordo degli avvenimenti ci ricolleghi agli infiniti anelli della catena delle generazioni che ci hanno preceduti, le quali hanno subito onte, percosse, violenze pur di non venir meno alla fede avita ed all’attaccamento al popolo d’Israele”.

In generale si parla di Purim locali riferendosi ad alcuni giorni che commemorano la salvezza da una qualche grave sciagura che ha colpito un’intera comunità, così come avvenne ai tempi del re Acheshwerosh. In questi Purim in alcune comunità vi sono dei festeggiamenti particolari e si legge persino una speciale meghillah, nella quale si narra l’accaduto. A volte nella ‘amidah viene introdotta una formula speciale di ‘al ha-nissim. Questi giorni sono noti nella nostra tradizione come Purim shenì. In alcune comunità il Purim è preceduto da un digiuno, durante il quale vengono recitate speciali Selichot, così come avviene per il Purim propriamente detto. In alcuni luoghi si recita persino l’Hallel, che i chakhamim non hanno stabilito per il vero Purim, e ci si astiene dal lavoro.

Rav Pavoncello segnala che l’elenco dei Purim locali contenuti nella Jewish encyclopaedia non è completo relativamente alle comunità italiane. Per questo, avvalendosi di altri lavori citati di Roth e Levinsky, Rav Pavoncello è riuscito ricostruire in maniera abbastanza esatta il quadro italiano.

Le comunità che celebravano il loro Purim locale erano Ancona, Casale Monferrato, Ferrara, Firenze, Livorno, Padova, Senigallia, Trieste, Urbino, Verona.

a) Il Purim di Ancona, chiamato anche Purim Qatan, veniva celebrato il 21 di Tevet. Il giorno precedente si usava digiunare. Conosciamo dei particolari circa questa celebrazione dall’opera Or Boqer di R. Yosef Fiammetta (Venezia, 1741): “il 21 di Teveth, venerdì sera, dell’anno 5451 (1690), alle ore 8 e 1/4 vi fu un fortissimo terremoto. Furono subito aperte le porte del tempio ed in pochi istanti esso si riempì di uomini, donne e bambini, ancora seminudi e scalzi, che vennero a rivolgere preghiere all’Eterno, davanti all’Arca Santa. Un vero miracolo avvenne allora nel Tempio: non vi era che un solo lume, che rimase acceso finché non fu possibile provvedere”. Nel Ghetto cadde un solo edificio, uccidendo sei persone; quattro salme furono recuperate, dopo che per tutta la notte si lavorò per sgombrare le macerie. L’anno seguente il Rabbinato decretò un digiuno seguito da un giorno di festa. Vennero composti uno speciale Widdui per il digiuno e un inno, accompagnato da vari strumenti musicali, per la festa. Il Chazan invitava il pubblico alla preghiera serale con la formula “Barekhù ‘adatì”; il pubblico rispondeva “Barukh podeh umatzil”. La preghiera serale era accompagnata da strumenti musicali. La ‘amidah era seguita dalla recitazione dell’Hallel intero, senza recitarne le benedizioni.

b) Il Purim di Casale Monferrato, conosciuto come Purim dei Tedeschi, fu celebrato sino ad alcuni anni prima delle leggi razziali il 23 di Nissan. A questo Purim dedicò un articolo S. Foà sulla rassegna mensile di Israel nel giugno 1949, dove viene illustrato il cerimoniale della giornata: “circa due ore prima che tramonti il sole, dopo che sono state chiuse le porte del mercato, tutto il popolo, uomini e donne, si raduna nella casa del Signore. Dopo il Kaddish si estraggono tre Sefarim e si portano sul Dukhan, e mentre il Chazzan canta con voce soave i Salmi 46,66, 127 e 137, si rimettono i Sefarim nell’Aron e si comincia la preghiera di Minchà; poi il Rabbino o uno dei Capi della Comunità prende in mano un bacile d’argento e va in giro a raccogliere le offerte dei singoli, che vengono divise tra i poveri. A Casale si festeggiava anche un Purim delle bombe, che ricordava l’assedio spagnolo del 1640 o del 1648.

c) A Ferrara si festeggiava un Purim Qatan il 24 Kislew, in ricordo dello scampato pericolo del Ghetto da un incendio.

d) In Ketav ha-dat Daniel Terni, probabilmente all’epoca rabbino della comunità di Firenze, descrive l’assalimento del ghetto da parte di un gruppo di persone il 27 Siwan 5550 (1790). Grazie all’intervento del Vescovo la folla venne allontanata. Per questo i fiorentini digiunavano il 26 di Siwan, recitando varie elegie e leggendo la Parashah dei digiuni, mentre il 27 si scambiavano doni e leggevano l’Hallel.

e) Sino a non molti decenni fa gli ebrei di Livorno digiunavano il 22 di Shevat, poiché nel 1742 la Comunità venne salvata da un terremoto che minacciò la città. Gli eventi di quei giorni sono narrati nella cosiddetta Meghillat Yedidiah, un testo celebrativo di un ebreo, commerciante livornese, che venne malmenato quasi a morte il 12 di Shevat, e scrisse un componimento per tramandare il ricordo della sua salvezza. Il Rabbino Malakhì ha-Kohen compose il cerimoniale di quel giorno, Qol tefillah e Shivchè Todah (5504). Il Sabato successivo, chiamato Shabbat dei terremoti, si usava recitare l’Hallel con tono solenne.

f) A Padova si celebravano alcuni giorni di Purim Qatan: il Purim di Buda, stabilito per il 10 di Elul nel 5444 (1684), perché gli ebrei, accusati di aver aiutato i turchi durante l’assedio della città di Buda, si salvarono per via dell’aiuto di molti cattolici e maggiorenti della città; il Purim del fuoco, in ricordo dell’incendio che colpì il ghetto l’11 di Siwan del 1795. I particolari sono riportati dal Rabbino Refael Finzi nel libro Leshon Esh; in tempi più recenti (1927) il Rabbino Castelbolognesi istituì il Purim della Parashah di Toledot, per via di un tentativo di incendio del Tempio di Padova da parte dei fascisti. Il venerdì sera di quello Shabbat si recitava uno speciale ‘al ha-nissim in ricordo di quella circostanza.

g) A Roma si celebra il 2 di Shevat, il Purim di piombo, che ricorda un tentativo di incendio del Ghetto da parte della plebaglia nel 1793. L’origine del nome è incerta. Secondo gli anziani il nome è dovuto al fatto che il cielo si coprì di dense nubi, e una densa pioggia spense l’incendio. Secondo altri l’appellativo di piombo serve ad indicare che si tratta di un mo’ed secondario, da non confondersi con quelli principali. Secondo Rav Pavoncello la prima ipotesi è più credibile. Durante quel giorno non si recita il tachanun. La sera il rabbino teneva una particolare derashah nella quale spiegava il motivo della ricorrenza. L”Arvit era recitato con l’aria dei giorni festivi e preceduto dalla lettura di vari Salmi. Veniva poi recitato solennemente un pizmon “or zeh zeman nissim le’ammò El”, composto da David Bondì, come risulta dall’acrostico delle ultime strofe.

h) Il 15 di Siwan 5559 (1799) gli ebrei di Senigallia furono miracolosamente salvati, dopo che i francesi li avevano depredati e ne avevano uccisi tredici. Furono salvati dagli ebrei di Ancona, che venuti a sapere del fatto, inviarono delle navi per trarli in salvo. Il 14 di Siwan si digiunava ed il 15 si leggeva una speciale meghillah, si faceva un banchetto e si scambiavano i doni come nel vero Purim.

i) Nel 1833 a Trieste un certo padre Nuvoli nelle proprie prediche attaccò violentemente, fra gli altri, gli ebrei. In particolare il predicatore lanciò un anatema contro chi accettava elemosine degli ebrei. Il predicatore morì nei giorni precedenti Purim e venne sepolto proprio all’ora del banchetto festivo. La poetessa Rachel Morpurgo compose una poesia intitolata Haman nafal, hakes nikfal (Haman è caduto, il miracolo è raddoppiato).

l) Ad Urbino l’11 di Siwan venne proclamato poiché la comunità venne salvata da un grave pericolo per intercessione delle truppe francesi nel 1799.

m) A Verona il 20 di Tammuz ricorda l’episodio in cui il capo della città si presentò nel 1607 per chiudere il Ghetto dall’esterno, rendendo impossibile agli ebrei di uscirne per procacciarsi da vivere. Alla fine tuttavia concesse agli ebrei di chiudere il Ghetto dall’interno e questo fu ragione di grande giubilo.

n) Anche la comunità di Venezia ricorda il Venerdì della bomba: nel 1849 una bomba trafisse il soffitto del Tempio Spagnolo, sprofondando sui gradini dell’Aron, senza esplodere e senza recare danni. Sui gradini dell’Aron c’è un’iscrizione che recita: “Qui sprofondò una bomba, rovinando s’inabissò, danno non produsse, passò irrompendo, ma con giudizio, la sera del capo mese di Elul 5609 nell’ora della preghiera”. Quell’avvenimento è ricordato con una speciale preghiera, composta dal rabbino di allora, Avraham Lattes, che fu autore anche dell’epigrafe sull’Aron.

In un articolo, pubblicato in Materia Giudaica VI/1 del 2001, Ariel Viterbo crede che sia necessario, anche alla luce degli ultimi studi, stilare un elenco completo dei Purim locali, attraverso una catalogazione che presenta elementi fissi: luogo, tempo, evento, elemento salvatore, forma della decisione, contenuto della decisione, descrizioni dell’evento, modalità di celebrazione, sopravvivenza delle celebrazioni nel tempo, modalità di segnalazione e di celebrazione odierna, bibliografia.

A 80 anni dalle leggi razziali

Quest’anno ho preso parte al Viaggio della Memoria, organizzato dal MIUR, che ha coinvolto anche il Consiglio Superiore della Magistratura. I rappresentanti istituzionali, il Ministro della Pubblica Istruzione Fedeli e il Presidente dell’UCEI, Noemi Di Segni, hanno sollecitato i ragazzi, con le loro appassionate parole, a riflettere sul valore, la promozione e la difesa della memoria. Personalmente posso dire che tornare a Birkenau, in modo particolare durante i mesi invernali, è sempre un’esperienza molto particolare, che ti segna profondamente, che ti fa vedere la tua esistenza in modo molto differente rispetto a prima. La prima volta che ho visto  quei luoghi gelidi, desolati e crudeli ero poco più di un ragazzo, e posso dire che ne rimasi turbato per molti giorni. Da allora sono tornato alcune altre volte. La particolarità dei viaggi di questi ultimi anni è quella di essere accompagnati nella visita da sopravvissuti, quest’anno Andra Bucci di Fiume. Spesso nelle loro narrazioni emergono aspetti e particolari inediti, o non ancora affrontati in letteratura. La tragedia di Auschwitz, che tutti noi conosciamo bene, nei suoi aspetti generali, nelle sue diaboliche modalità, assume così una prospettiva molto particolare, che per evidenti motivi anagrafici dei testimoni ancora in vita, è in questo caso quella di una bambina che si ritrova nel campo, strappata alla madre, assieme alla sorella Tatiana, e quindi molto diversa da altri testimoni, come il compianto Shlomo Venezia, entrato nei campi già uomo. Le sorelle riescono a salvarsi anzitutto perché scambiate dai tedeschi per gemelle, e soprattutto perché imparano presto, al contrario del cuginetto Sergio, poi barbaramente torturato e poi ucciso, a non dire mai di avere desiderio di vedere la mamma durante le visite del Dr. Mengele, perché quella sarebbe stata la loro condanna a morte.

Filo conduttore delle riflessioni di quest’anno, in cui ricorre l’ottantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali, è quello del ruolo della legge nella creazione dei presupposti che avrebbero reso applicabile la “soluzione finale”. Il Consiglio Superiore della Magistratura intende intensificare e promuovere ulteriormente le ricerche sulla condotta della magistratura in Italia in quegli anni bui. Ma un aspetto emerge immediatamente in tutta la sua drammaticità: quando la legge non è sostenuta dalla moralità, ma lo stesso si può dire per la cultura o per la tecnica, il rischio per l’umanità di sprofondare in una nuova Auschwitz è sempre dolorosamente attuale. Il mondo tedesco era in primissima linea in tutti questi ambiti, e ciò malgrado, o forse proprio per quello, è riuscito a elaborare il più spaventoso e orribile progetto criminoso della storia umana, riuscendo quasi a metterlo in pratica. La visita di quei luoghi è un’esperienza molto toccante, ma credo che ciascuno di noi debba affrontarla, almeno una volta nella vita.

Rav Ariel Di Porto

Shevat – Adar 5778 – Febbraio 2018

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Umiltà e dignità

Nella Parashat Waerà c’è un passo la cui presenza attende di essere spiegata. Subito dopo la prima chiamata, in cui H. risponde ai dubbi di Moshe in merito alla sua missione in Egitto e gli rinnova l’incarico di andare dal Faraone insieme a suo fratello Aharon a perorare la causa degli Ebrei, ci saremmo aspettati un immediato prosieguo della action e invece si inserisce un brano genealogico, in cui viene rispiegata la parentela delle prime tre tribù: Reuven, Shim’on e Levì fino a quel momento. Rashì fornisce due spiegazioni per questa parentesi. Avendo introdotto le due figure di Moshe e Aharon della tribù di Levì -dice la prima spiegazione-, ne comincia a descrivere il lignaggio fin dall’inizio. La seconda spiegazione è più midrashica ed è tratta dalla Psiqta’ Rabbati. Dal momento che proprio queste tre tribù erano state criticate da Ya’aqov nel momento della Berakhah in punto di morte, come ricordato nella Parashat Waychì, sente ora la necessità di riprenderne in mano la genealogia a parte, per ribadire quanto anche queste siano importanti.
Penso che sia possibile un approfondimento. E’ senz’altro vero che tutto è finalizzato a presentare l’estrazione dei due grandi leader del popolo ebraico: Moshe e Aharon. Ma ritengo che tutto ruoti intorno a un versetto in particolare. “E ‘Amram prese in moglie per sé sua zia Yokheved, che gli partorì Aharon e Moshe” (Shemot 6,20). Come ricordano il Targum e Rashì, Yokheved era sorella di suo padre Qehat. Ciò crea un problema. Infatti la Halakhah avrebbe proibito a un uomo di sposare la propria zia, sorella di suo padre, mentre resta permesso il matrimonio con la propria nipote, la figlia del fratello. Quello di Moshe non è l’unico caso in cui un grande personaggio risulta derivare da un’unione illegittima. Si pensi al re David, la cui bisnonna era Rut la moabita. I moabiti, figli a loro volta di un incesto, non avevano il permesso di sposarsi con ebrei. E il divieto avrebbe a sua volta costituito un problema se la Halakhah non lo avesse limitato agli uomini permettendo invece le donne. L’insegnamento che parrebbe derivarne è la spinta all’umiltà da parte di chi detiene il potere. I nobili tendono infatti a spadroneggiare millantando il loro “sangue blu”. Niente di più efficace che sostenere un’origine umile, o addirittura trasgressiva, per scongiurare tutto ciò. I potenti -si vorrebbe dire- hanno difetti come tutti gli altri esseri umani! Il messaggio è ben spiegato da R. Shimshon R. Hirsch riguardo al nostro brano. Nel momento dell’investitura di Moshe si vuole ribadire che il leader del popolo ebraico è un essere umano come gli altri, con pregi e difetti. A scanso di equivoci a contatto di una società come quella egiziana (ma non solo), che tendeva a divinizzare i propri capi.
Nel nostro caso si va oltre. Le generazioni si indeboliscono spiritualmente man mano che si allontanano dalla Creazione del mondo. A questo allude un Maestro del Talmud allorché dice: “Se gli antichi erano degli angeli, noi siamo esseri umani. E se gli antichi erano esseri umani, noi siamo… un po’ come asini!” (Shabbat 112b). Quando il Primo Uomo peccò, si insegna, trascinò con sé nel baratro tutte le anime che sarebbero venute al mondo successivamente. Quella che ha avuto in virtù di nascere prima (gadol) ha avuto un tempo di permanenza inferiore nel baratro e dunque è più pura e forte spiritualmente. Ne consegue che il figlio (qatan) sia più debole del padre e così il nipote rispetto agli zii. Il matrimonio è incontro fra uomo e donna. L’elemento maschile è “datore”: è chiamato ad avere un influsso (mashpia’) su quello femminile che è denominato “ricevente” (meqabbel). La logica vorrebbe che il mashpia’ non appartenga a una generazione successiva a quella del meqabbel, perché è il gadol che deve essere mashpia’ sul qatan e non viceversa. Per questo motivo si proibisce a un uomo di sposare sua zia, che appartiene alla generazione a lui precedente, mentre non gli si impedisce di sposare sua nipote, che appartiene alla generazione a lui successiva. Ciò rientra nella natura di tutte le cose, fuorché lo studio della Torah. Lo studio della Torah prescinde da considerazioni di questo tipo. Non ci sono qui determinazioni generazionali a priori. E’ ben possibile che un qatan insegni al gadol, perché il vero Chakham è colui che apprende da ogni uomo, come dice il versetto: “Ho tratto sapienza da tutti i miei insegnanti” (Avot 4,1). Per insegnare questo principio era necessario che Moshe, il Maestro di Torah di tutto il popolo ebraico, desse l’esempio una volta per tutte. E così fu. Proprio Moshe Rabbenu nacque dall’unione di un uomo con sua zia. Invertendo i ruoli. Perché ruoli predeterminati nella Torah non esistono. Conta essenzialmente il merito e l’impegno personali nello studio.
Pochi versi dopo un altro versetto sembra riecheggiare quello che abbiamo appena appreso, ma in modo diverso.”E Aharon prese in moglie Elisheva’ figlia di ‘Amminadav, sorella di Nachshon” (v. 23). E’ la generazione successiva. Rashì commenta che il riferimento esplicito a Nachshon, il capo-tribù di Yehudah viene a insegnarci quanto sia importante, nel momento in cui si sceglie moglie, verificare la personalità dei fratelli di lei. Forse la Torah ci vuole insegnare che in un leader l’umiltà è importante, ma bisogna saperla coniugare con la dignità. Particolarmente se la famiglia cui dà luogo è quella del Kohen Gadol. Aharon scelse di imparentarsi con la tribù regale, Yehudah. Egli sapeva che chi è chiamato a esercitare un ruolo così importante non può rinunciare al proprio prestigio. Altrimenti sacrifica inutilmente se stesso e anche gli altri. Nella misura in cui il prestigio personale non è messo al servizio dei propri interessi, ma a quello della collettività. Perché il prestigio, se ben indirizzato, è un “motore di ricerca” straordinario!

Nuovi Ingressi in Biblioteca

Novembre 2017

Anne Frank. Diario / Folman Ari ; Polonsky David ; traduzione di Laura Pignatti. – Torino : Einaudi, 2017. – 149 p. : in gran parte ill. ; 26 cm R.SHO.FOLA.2017
L’amicizia e la shoah / Hannah Arendt ; corrispondenza con Leni Yahil ; introduzione di Ilaria Possen-ti ; traduzione di Fabrizio Iodice. – Bologna : EDB, 2017. – 110 p. ; 17 cm G.I.201
Presidenti : le storie scomode dei fondatori delle squadre di calcio di Casale, Napoli e Roma / Adam Smulevich. – Firenze : Giuntina, 2017. – 136 p. : ill. ; 21 cm G.IV.220
Noi, i salvati / Georgia Hunter ; traduzione di Alessandro Storti. – Milano : Nord, 2017. – 452 p. : ill. ; 23 cm. G.IV.221
Presidenti : le storie scomode dei fondatori delle squadre di calcio di Casale, Napoli e Roma / Adam Smulevich. – Firenze : Giuntina, 2017. – 136 p. : ill. ; 21 cm G.IV.222
La scelta di Edith / Dr. Edith Eva Eger ; con Esmé Schwall Weigand ; con una prefazione di Philip Zimbardo ; traduzione di Lucia Corradini Caspani. – Milano : Corbaccio, 2017. – 351 p. ; G.IV.223
La strada di casa : il ritorno in Italia dei sopravvissuti alla shoah / Elisa Guida. – Roma : Viella, 2017. – 295 p., [6] carte di carte : ill. ; 21 cm G.IV.224
Novembre 2017 15
I viaggi di Daniel Ascher / Déborah Lévy-Bertherat ; traduzione di Margherita Botto. – Torino : Einau-di, 2017. – 150 p. ; 23 cm G.IV.225
Gli *ebrei di Rembrandt / Steven Nadler ; traduzione di Andrea Asioli. – Torino : Einaudi, 2017. – 275 p. : ill. ; 24 cm G.IV.226
Gli occhiali del sentimento : Ida Bonfiglioli: un secolo di storia nella memoria di un’ebrea ferrarese. – Firenze : Giuntina, 2017. – 137 p. ; 21 cm G.IV.227
Messia : 2002-2017 / [a cura di] Guido Ceronetti. – Milano : Adelphi, 2017. – 115 p. ; 18 cm G.I.203
La comunità ebraica di Napoli, 1864/2014 : centocinquant’anni di storia : Mostra bibliografica, ico. – Napoli : Giannini editore, 2016. – 244 p. : ill. ; 30 cm E.VIII.96
L’apporto degli ebrei all’assistenza sanitaria sul fronte della Grande Guerra : atti del conve-gno,. – Torino : Silvio Zamorani, 2017. – 191 p. : ill. ; 21 cm. G:IV.228
Cesare Jarach (1884-1916) : un economista ebreo nella Grande Guerra / [prefazione di Manuel Disegn. – Torino : Zamorani, 2017. – 95 p. : ill. ; 21 cm.G.IV.229
Homo deus : breve storia del futuro / Yuval Noah Harari ; traduzione dall’inglese di Marco Piani. – [Milano] : Saggi Bompiani, 2017. – 665 p. : ill. ; 21 cm G.IV.230
Da animali a dèi : breve storia dell’umanità / Yuval Noah Harari ; traduzione di Giuseppe Bernardi. – Milano : Bompiani, 2016. – 529 p. : ill. ; 20 cm.G.IV.231
Itamar K. : romanzo / Iddo Netanyahu ; traduzione di Leonardo Franchini. – Nardò : Besa, 2016. – 242 p. ; 21 cm. G.IV.232
L’uomo che sfidò i nazisti : la vera storia della coppia che ha salvato centinaia di ebrei dalla persecuzio-ne nazista / Artemis Joukowsky. – Roma : Newton Compton, 2017. – 318 p. : ill. ; G.IV.233 fare soggetto
Oskar Schindler il Giusto / Nicoletta Bortolotti. – San Dorligo della Valle : Einaudi ragazzi, 2017. – 157 p. ; 19 cm V.SHO.BORN.2017
Il sabba intorno a Israele : fenomenologia di una demonizzazione / Niram Ferretti. – Torino : Lindau, 2017. – 224 p. ; 21 cm G.IV.234
La fratellanza nella tradizione biblica : 2. Caino e Abele / Davide Assael. – Verona : Fondazione Centro studi Campostrini, 2017. – 93 p. ; 21 cm G.IV.235

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